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Quando il sogno diventa realtà: la storia di Lamin Jawo

Quando il sogno diventa realtà: la storia di Lamin Jawo

SALÒ – Dal Gambia all’Italia, dal viaggio su un barcone al professionismo. Un viaggio di 6mila km inseguendo il sogno di ogni bambino. Ecco la storia di Lamin Jawo, giocatore della FeralpiSalò.

Un storia incredibile, quella di questo giovano del Gambia approdato a Salò. La racconta la società gardesana sul proprio sito www.feralpisalo.it.

Il viaggio di Lamin Jawo, dal Gambia all’Italia, benché non sia stato in first class, non è stato della speranza. Perché lui non ha dovuto rincorrere l’illusione e aggrapparsi ad essa per intraprendere il suo personale cammino. Lui ha cercato con testa e cuore quello che voleva. Fin da piccolo aveva chiaro in mente un obiettivo: fare il calciatore, in un campionato importante.

Un orizzonte di difficoltà davanti a sé. Il deserto del Sahara e il mar Mediterraneo le sue prime vittorie. Conquistate non già su un campo di erba soffice e verde, ma lungo migliaia di chilometri percorsi prima su una terra arida e poi su un barcone. Quello che l’ha portato in Italia, assieme a chi aveva, loro sì, la pura e semplice speranza di una nuova vita.

Il grande esodo. A sedici anni Lamin Jawo inizia il suo cammino dal Gambia verso nord: Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger e poi la Libia. Pullman, lavori manuali o pulizie per gli sconosciuti, aiutando gli anziani del posto nelle mansioni pesanti come il trasporto delle taniche d’acqua dai rubinetti pubblici alle rispettive case. Un po’ di soldi da parte e, non appena c’è la possibilità, lo spostamento. Ogni quattro mesi, circa. Chilometro su chilometro, sempre via terra. Alla fine saranno circa 6 mila. Forse di più.

Gli ultimi mesi africani e la partenza. L’arrivo in Libia, prima a Sebha e solo dopo a Tripoli, costituisce l’ultimo tratto del tragitto. Sette mesi, presso un negozio di frutta e verdura per sopravvivere. In testa solo e unicamente il calcio. Il datore di lavoro fa una telefonata e lo aiuta…

«Ho sempre lavorato bene da lui, mi ha dato una mano. Mi ha messo in contatto con chi gestiva il viaggio per arrivare in Italia. Gli ho sempre detto che non volevo rimanere lì e che non avrei voluto fare quel lavoro tutta la vita. Volevo arrivare in Italia. Volevo giocare a calcio. Mi ha capito e non ha voluto soldi in cambio» .

Jawo parte con uno zainetto, un po’ d’acqua e qualcosa da mangiare per il viaggio e nulla più. La notte non è delle migliori per partire, ma non si può rimandare. La barca è di dubbia resistenza e si rivela tale quando si notano le prime luci del giorno…

«Eravamo quasi solo ragazzi, con noi non c’erano bambini. Quando siamo partiti il mare non era tranquillo. Dopo un po’ che viaggiavamo abbiamo scoperto che la barca aveva un buco nel retro. Ci obbligarono a gettare i carichi in mare, per renderla più leggera. In mattinata quella parte era praticamente sgonfia».

La terra promessa. Il pensiero di non farcela si propone per la prima volta nei pensieri di Lamin. E forse, per la prima volta, si deve affida ad una speranza che da lì a poco assume il volto dei soccorritori della Guardia Costiera italiana che salva lui e i compagni di viaggio e li porta a destinazione, lontano dall’incubo che si stava profilando. Siracusa, Sicilia, Italia, Europa. «Anche questa è fatta» è stato il pensiero cinico e puro di chi come Jawo, alla fine di una traversata di fortunato compimento, giustifica il rischio con l’audacia di chi guarda la destinazione finale e non le tappe intermedie. È il settembre 2013. È il momento in cui tutto cambia, ma prima di saperlo passa ancora un po’ di tempo.

Le isole. Jawo resta in Sicilia un mese abbondante, senza aver la possibilità di fare molto e di godere della libertà fuori dal centro di accoglienza. Prima di Natale lo spostano a Cagliari: nei mesi in Sardegna si distingue per la disponibilità e la cordialità. Riprende a giocare a calcio, dopo tanto tempo. I responsabili lo iscrivono anche a scuola, ma le difficoltà con la lingua sono ancora complesse.

«Mi allenavo con le squadre di prima categoria per tenermi in forma. Provai anche ad andare a scuola ma le cose con la professoressa non furono facilissime. Un giorno mi disse che se non capivo potevo andarmene. Così ho fatto, perché non mi stava aiutando. Poco dopo la scuola ha chiamato il centro di accoglienza dicendo che mi ero comportato malissimo…».

I responsabili del centro, contattati dai dirigenti scolastici, rispedirono al mittente le accuse. Conoscevano bene Lamin. Faticò a trovare aiuto a scuola, ma questo non gli impedì di imparare la lingua e di riprendere gli allenamenti. Palloni e campi di fortuna, prima di aver la possibilità di farsi notare in occasione di un provino promosso in zona dal Savona Calcio, all’epoca allenato dal tecnico sardo Ninni Corda. Da lì i primi contatti con alcuni avvocati sportivi.

«Quando mi presentai al raduno, mi guardavano e ridevano. Grazie a un amico argentino, che mi faceva da traduttore, si sono convinti a farmi a provare. Al termine, alcuni avvocati mi lasciarono un biglietto da visita. Non appena arrivò il permesso di soggiorno li contattai e in quattro giorni mi organizzarono il trasferimento in Liguria».

Dilettanti e professionisti. Il Savona non può tesserare Jawo e decide dunque di monitorarlo al Vado. Con il club del Ponente ligure inizia la sua esperienza sportiva italiana. È un nuovo inizio. E con esso una pagina della sua storia personale. Le doti fisiche lo portano a diventare subito titolare ma per riprendere confidenza col pallone serve qualcosa di più: va in prestito in Eccellenza e con la maglia del Finale si fa conoscere in tutta la regione.

«Segnai 22 gol in quell’annata e mi assegnarono una sorta di Pallone d’Oro in ambito locale. È un momento che non dimentico. Una gioia personale davvero importante, perché era una prima restituzione dei sacrifici fatti».

Gli osservatori accorrono e, alla fine, arriva la possibilità della vita. Il Carpi, la Serie B. Il professionismo. Tanto sudato, tanto rincorso. Calciatore voleva diventare, calciatore era arrivato ad esserlo. Il prestito alla Robur Siena e l’approdo a Salò non sono la fine della storia, ma ancora i primi capitoli dietro non già ad una speranza ma ad un futuro che lui si augura essere nella massima serie. E se è vero che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, beh… il più è fatto.

La storia di Lamin Jawo è raccontata nel dattaglio sul sito della FeralpiSalò. Clicca qui.

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Scritto da: redazione GardaPost