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Dai Balcani all’Asinara. Il calvario dei Landstürmer nella Prima guerra mondiale

Dai Balcani all’Asinara. Il calvario dei Landstürmer nella Prima guerra mondiale

ARCO – Un libro ripercorre l’odissea dei 4.000 Landstürmer tirolesi che, con lo scoppio della Grande Guerra, furono mandati sul fronte balcanico, a combattere contro la Serbia. 

Prosegue il ciclo di presentazioni librarie di anteprima della 25ª rassegna dell’editoria gardesana «Pagine del Garda»: venerdì 10 novembre a Palazzo dei Panni con inizio alle 20.30 si presenta il libro «Dai Balcani all’Asinara. Il calvario dei Landstürmer nella Prima guerra mondiale» (Comitato storico Ludwig Riccabona, 2017), presenti gli autori, Giovanni Terranova e Marco Ischia. Ingresso libero.

Il libro racconta la storia dei 4.000 Landstürmer tirolesi del 1° reggimento e del 27° battaglione di marcia che, con lo scoppio della Prima guerra mondiale, furono mandati sul fronte balcanico, a combattere contro la Serbia. Per la prima volta la vicenda di questi uomini viene raccontata in lingua italiana e in maniera completa. La ricerca condotta dagli autori ha interessato numerose fonti bibliografiche, dell’epoca e non, fonti provenienti da banche dati e vari archivi storici, articoli pubblicati sui giornali di guerra del periodo, testimonianze in lingua italiana, tedesca, francese, ceca, ungherese, inglese e russa.

Il volume riporta inoltre il primo censimento dei tirolesi morti nella campagna di Serbia del 1914 e negli episodi successivi del fronte balcanico. Alla prima parte del volume, dedicata alle vicende sul fronte balcanico, segue il racconto della prigionia di guerra sull’isola dell’Asinara, prigionia protrattasi anche dopo il conflitto mondiale. Le vicende dei reduci della Serbia si incrociano con quelle di altri tirolesi e commilitoni dell’esercito austro-ungarico che, provenendo dai fronti dell’Isonzo e del Trentino, finirono a scontare la prigionia all’Asinara.

Per la prima volta si è tentato, attraverso la consultazione e l’analisi di più elenchi, di ottenere una stima dei prigionieri morti sull’isola sarda durante il periodo di funzionamento del grande campo di concentramento. Dalle pagine di questo libro emerge un cammino di sofferenze, che nelle vicende dei combattenti del primo conflitto mondiale difficilmente trova eguali: non un’odissea – termine che potrebbe indurre il lettore a qualcosa di vagamente avventuroso – ma un Calvario, un cammino di dolore che si accentuò man mano scorse il tempo.

La rassegna dell’editoria gardesana «Pagine del Garda» è organizzata dal Comune di Arco assieme all’associazione culturale Il Sommolago.

La copertina del libro di Giovanni Terranova e Marco Ischia.

Approfondimento

I tirolesi inviati sul fronte balcanico

All’inizio di ottobre del 1914 il Comando supremo austro-ungarico del fronte balcanico dispose la costituzione di brigate di soldati abituati alla montagna, per irrobustire le truppe già impegnate nella campagna di Serbia. Per tale fine si fece ricorso al reclutamento nei territori sud-occidentali dell’Impero. Conseguenza immediata della disposizione fu l’impiego delle formazioni tirolesi della Leva in massa. Di lì a pochi giorni il 1° reggimento e il 27° battaglione di marcia del Landsturm tirolese, integrati con reparti di mitraglieri dei Landesschützen, partirono per il fronte serbo. Erano circa 4.000 uomini, di età non più giovane, dai 33 ai 43 anni, padri di famiglia, privi di qualsiasi esperienza di guerra. Da formazione considerata corpo di truppa per la difesa dei propri confini regionali, essi si ritrovarono corpo da spedizione, in una guerra “di montagna” e “di movimento”. Il 10 ottobre si misero in viaggio per Sarajevo e pochi giorni dopo ricevettero il battesimo del fuoco, combattendo per liberare i territori bosniaci occupati da serbi e montenegrini. Assolto questo primo compito, all’inizio di novembre entrarono in Serbia. Conobbero la guerriglia dei serbi, con imboscate, inganni e conseguenti rappresaglie, violenze sulla popolazione civile e quell’odio etnico che è triste peculiarità dell’area balcanica. Diedero il loro contributo di sangue, lasciando sul campo di battaglia numerosi commilitoni, e nella prima decade di dicembre dovettero coprire per tre volte la ritirata dell’esercito asburgico, ultimo atto di un’amara campagna conclusasi con ingenti perdite. Tra morti, feriti, ammalati e dispersi le due formazioni del Landsturm tirolese riportarono perdite pari a due terzi degli effettivi iniziali. Attraverso la consultazione di più banche dati riguardanti i caduti del primo conflitto mondiale, sono stati censiti 391 tirolesi morti in combattimento sul fronte serbo, oppure dichiarati dispersi, o ancora deceduti negli ospedali di retrovia, parte di quei 28.000 caduti austro-ungarici stimati nelle perdite dell’intero esercito asburgico per la campagna dell’autunno 1914. Assai più difficoltosa è la determinazione del numero di tirolesi che finirono prigionieri dei serbi, sul totale di 76.500 soldati prigionieri di guerra annoverati da più storici. Per essi cominciò ancora nella seconda metà di dicembre del 1914, un cammino di sofferenza che va oltre l’immaginabile. Il freddo, le ferite, la mancanza di medicinali e cure mediche, il tifo e le varie malattie epidemiche, la fame, gli stenti e le violenze inflitte dai carcerieri, in circa 10 mesi dimezzarono praticamente il numero di prigionieri di guerra austro-ungarici detenuti dai serbi. Con l’apertura dell’offensiva austro-tedesca-bulgara dell’autunno 1915, i 35-40.000 prigionieri sopravvissuti fino ad allora dovettero intraprendere una disperata marcia attraverso i monti dell’Albania, fino alle porte di Valona, dove furono consegnati alle truppe italiane e imbarcati per l’Asinara. Circa 10.000 di essi morirono durante quel drammatico esodo. Le ricerche condotte hanno portato al censimento di 232 tirolesi deceduti durante la prigionia in Serbia e di altri 16 che morirono nella marcia verso l’Adriatico.

La prigionia sull’isola dell’Asinara

Circa 24.000 sembra fossero i prigionieri di guerra austro-ungarici condotti all’Asinara; un’isola all’epoca sprovvista di tutto, dove appena sbarcati esplose un’epidemia di colera che in poche settimane fece più di 5.000 morti. Debellato il colera, nei campi dell’Asinara si registrò un costante stillicidio di vite. Le cause furono diverse: reumatismi, nefriti, dissenteria ed enterite acuta, tubercolosi, tifo esantematico, malaria e altre malattie comuni incrementarono il numero delle vittime. Poco più di 16.000 furono i prigionieri che nell’estate del 1916 lasciarono l’isola sarda, diretti in Francia. Tra essi anche i Landstürmer tirolesi di madrelingua tedesca, che salutarono i loro corregionali di lingua italiana, rimasti all’Asinara assieme agli ufficiali prigionieri; un totale di circa 500 uomini. La vicenda di questi ultimi si intreccia con quella di coloro che, provenendo dai fronti del Tirolo o dell’Isonzo, finirono a scontare la loro prigionia sull’isola sarda e infine con quella dei reduci dalla Russia che a guerra conclusa finirono lì internati perché potenziali “portatori di bolscevismo”. L’ultimo reduce della campagna di Serbia del 1914, morto all’Asinara, fu il Landstürmer Francesco Giuseppe Dossi di Corné di Brentonico, spentosi il 27 dicembre 1917. Attraverso la consultazione di più elenchi di caduti, la ricerca condotta dagli autori ha portato a stimare in non meno di 8.200 il numero di prigionieri di guerra austro-ungarici che morirono all’Asinara negli anni di funzionamento del grande campo di prigionia. Tra essi 29 tirolesi, dei quali ben 19 morirono tra il 1917 e il 1919.

Una foto tratta dal libro.

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Scritto da: redazione GardaPost