Vittorio Arrigoni: una vita per salvare il diritto di essere umani

SALO' - “Staying human”: è questo il motto che fa da sfondo all’incontro in cui Egidia Beretta, ospite nel liceo Fermi di Salò, racconta la storia del figlio, Vittorio Arrigoni, ucciso a Gaza nel 2011.

Vittorio è un attivista dell’ISM (International Solidarity Movement) che, essendo uno dei pochi a vivere nel contesto palestinese e quindi a poter riferire notizie, diventa di fatto giornalista.

Gli attivisti dell’ISM, dice Vittorio in un video mostratoci dalla madre, fanno da “scudo umano” ai palestinesi in attività quotidiane come il lavoro nei campi o la pesca, dove potrebbero essere bersaglio di attacchi israeliani: quello che fanno gli abitanti di Gaza, infatti, è rischiare la vita ogni giorno per sopravvivere.

Per spiegare quest’ultima affermazione faccio riferimento ad un episodio in cui Vittorio si trova a bordo di un peschereccio palestinese che, oltrepassando il confine massimo di 3 miglia nautiche dalla costa, viene colpito dagli israeliani.

Innanzitutto, è necessario chiarire che i palestinesi sono spesso costretti a varcare il limite imposto perché la zona di mare dove è concessa loro la pesca è inquinata e quasi totalmente priva di fauna marina.

Ma, il fatto più grave è il preciso intento di Israele: sparare non solo per intimidire, bensì per uccidere.

In proposito, Egidia, ha voluto evidenziare che Israele non si limita a sterminare i Palestinesi della striscia di Gaza, ma vuole togliere ai suoi bersagli il diritto di essere umani distruggendo quelli sono i cardini della società (scuole, luoghi di culto, ospedali) e con loro anche la speranza di un futuro.

Egidia Beretta ospite del liceo Fermi di Salò.

 

Come si potrebbe non farlo?

Tuttavia, il popolo palestinese e il mondo in generale poteva e può trovare speranza in Vittorio e in quelli che come lui decidono di sacrificare una vita di sicura, protetta e all’insegna della comodità per un’altra di privazione, sofferenza e lotta.

Ma perché fare tutto ciò? Perché correre un tale rischio? “Come si potrebbe non farlo?” risponde l’attivista stesso che non può immaginare di vivere in Italia nella totale indifferenza ignorando il “genocidio” (già nel 2008 lo definiva tale) in atto dall’altra parte del Mediterraneo,

A dire il vero, prima di essere ucciso, Vittorio ha ricevuto diversi avvertimenti in quanto ritenuto una figura particolarmente “scomoda”: la seconda volta che ha cercato di entrare a Tel Aviv viene fermato perché il suo nome compare nella “black list” a causa dei resoconti dettagliati e realistici inviati al quotidiano “Il Manifesto”; respinto due volte dalle autorità israeliane, pestato e rinchiuso in carcere, Vittorio non si arrende e continua a tornare in Palestina.

Questo perché, fin dai primi momenti della sua missione, comprende che quella terra è la sua unica strada, il suo destino, il posto in cui combattere ogni giorno per quegli ideali di giustizia e uguaglianza che lo accomunano agli abitanti di Gaza.

Il pubblico ha apprezzato il modo alternativo, ma particolarmente significativo con cui Egidia conclude la conferenza: anziché terminare la biografia del figlio con i dettagli della sua uccisione, legge una lettera che una ragazza di diciassette anni ha lasciato sulla tomba di Vittorio.

La giovane lo ringrazia per averle fornito degli ideali a cui ispirarsi e per cui lottare, per averle fatto capire cosa fare nella vita, ma, soprattutto, per essere uno dei fari che illuminano la sua strada dandole coraggio e speranza nel cambiamento.

Proprio questo Vittorio rappresenta anche per tutti noi: un seme di speranza in un mondo in cui rimanere “umani” non è più così scontato.

Adele Busi, 5F

 

 

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