Film Festival del Garda 2022: le date e l’Omaggio a Romy Schneider

Il Filmfestival del Garda si terrà dal 28 Maggio al 2 Giugno 2022, la XV Edizione del FFG, che conferma il cartellone della Sezioni Concorso Lungometraggi, Omaggi, Eventi Speciali, Laboratori e programmi scolastici, Esposizioni, tutte dedicate all’esplorazione della tematica “Parlami di te”.

Romy Schneider è stata una delle interpreti più importanti della sua generazione ed è riuscita a diventare la musa di grandi registi grazie alla sua disarmante bellezza e alla sua straordinaria forza espressiva d’interprete.

Saranno presentati i titoli che meglio rappresentano i momenti fondamentali della carriera e della vita dell’attrice.

«La manifestazione si svolgerà in presenza – ha dichiarato al Giornale di Brescia la direttrice artistica Veronica Maffizzoli -, ma prevediamo anche eventi misti: il digitale ci ha insegnato che si possono creare interessanti situazioni di coesistenza tra proposte dal vivo e collegamenti web, modalità che abbiamo utilizzato negli ultimi due anni per resistere, imparando ad apprezzarne il potenziale».

 

Schneider, Romy

Rosemarie Magdalene Albach-Retty, l’innegabile bellezza del suo volto dai lineamenti morbidi cui gli occhi, chiarissimi, conferivano una sfumatura aggressiva, contribuì a rendere particolare e intenso il suo fascino, che l’attrice tuttavia non esitò a sacrificare se richiesto dalle caratteristiche dei personaggi interpretati.

Nell’affrontare ruoli di diverso genere, seppe infatti sostituire l’immagine docile e infantile degli esordi con quella più matura e raffinata degli anni Sessanta e Settanta, offrendo ritratti diversi e sempre intensi. Nel 1979 ottenne un David di Donatello per il complesso della sua attività artistica e per l’interpretazione nel film Une histoire simple (1978; Una donna semplice) di Claude Sautet, per il quale vinse anche il César come migliore attrice.

Rinunciò a proseguire gli studi per sottoporsi, spinta dalla madre, l’attrice Magda Schneider, ad alcuni provini cinematografici, nei quali fu apprezzata per la freschezza e la spontaneità. Venne così scritturata, ancora giovanissima, per piccoli ruoli in produzioni austriache, per poi debuttare come protagonista nella parte della giovane regina Vittoria, al fianco della madre, in Mädchenjahre einer Königin (1954; L’amore di una grande regina) di Ernst Marischka. Visto il grande consenso tributatole dal pubblico il regista la scelse anche per impersonare Elisabetta d’Asburgo in Sissi (1955; La principessa Sissi), che ottenne infatti un enorme successo, confermato anche dagli altri due film della serie: Sissi, Die junge Kaiserin (1956; Sissi, la giovane imperatrice) e Sissi, Schicksalsjahre einer Kaiserin (1957; Destino di un’imperatrice).

Fu Luchino Visconti ad accentuarne la sensualità e a valorizzarne le potenzialità drammatiche, permettendo alla Schneider di liberarsi dallo stereotipo della giovane impulsiva e romantica e di dimostrare il suo talento in ruoli più impegnativi. Il regista italiano la diresse così dapprima in teatro, nel 1961, nel suo allestimento parigino di Dommage qu’elle soit une putain, di J. Ford, poi al cinema, nell’atto Il lavoro del film collettivo Boccaccio ’70 (1962). Nel 1972, ancora per Visconti, avrebbe replicato, pur con altra maturità, la parte della regnante d’Austria in Ludwig.

Dopo aver recitato in Le procès (1962; Il processo) di Orson Welles, dal romanzo di F. Kafka, lavorò, nei primi anni Sessanta, in diversi film statunitensi, quali The cardinal (1963; Il cardinale) di Otto Preminger, che le valse una nomination al Golden Globe nel 1964, The victors (1963; I vincitori) di Carl Foreman, e le commedie Good neighbour Sam (1964; Scusa, me lo presti tuo marito?) di David Swift, e What’s new, Pussycat? (1965; Ciao Pussycat) di Clive Donner.

Quindi, negli anni Settanta, fu un’indiscutibile protagonista del cinema francese e, in particolare, musa di Sautet, nei cui film riuscì a disegnare toccanti ritratti femminili: l’amante abbandonata in Les choses de la vie (1970; L’amante), la donna divisa tra due uomini in César et Rosalie (1972; È simpatico, ma gli romperei il muso) e soprattutto la quarantenne che, con grande forza di carattere, sceglie la solitudine in Une histoire simple (1978; Una donna semplice).

Raggiunta l’affermazione internazionale (nel 1970 era anche stata la splendida interprete di La Califfa di Alberto Bevilacqua, al fianco di Ugo Tognazzi) nel corso del decennio fu diretta da Joseph Losey in The assassination of Trotsky (1972; L’assassinio di Trotsky), da Claude Chabrol nell’ironico giallo Les innocents aux mains sales (1975; Gli innocenti dalle mani sporche), da Constantin Costa-Gavras nel dramma intimista Clair de femme (1979; Chiaro di donna). Mai schiava della sua bellezza, che anzi negli anni accettò di sminuire per esigenze cinematografiche, nel 1980 offrì la toccante interpretazione di una donna distrutta dalla malattia in La mort en direct (La morte in diretta) di Bertrand Tavernier, per poi comparire come ricordo di un amore giovanile in Fantasma d’amore (1981) di Dino Risi.

Le soddisfazioni professionali e le gioie derivanti dalla popolarità non bastarono, però, a compensare una vita privata segnata da dolori profondi (L’important c’est d’aimer del 1975, L’importante è amare, di Andrzej Zulawski, film drammatico e violento per cui la Schneider nel 1976 aveva ottenuto il César come miglior attrice, sembra quasi la trasposizione della sua vita).

A un anno dalla morte del figlio ‒ cui aveva dedicato la sua ultima interpretazione, di una donna suicida, in La Passante du Sans-Souci (1982; La signora è di passaggio) di Jacques Rouffio, uscito postumo ‒ Romy Schneider fu trovata senza vita in un appartamento di Parigi.

 

 

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GardaPost