Dolor y gloria, il grande ritorno di Almodovar

DESENZANO - Martedì 6 alle 21.30 per «Esterno notte 2019» al Castello di Desenzano si proietta «Dolor y gloria», l'ultimo film di Pedro Almodóvar, supportato dalla prova di Antonio Banderas, nei panni dell'alter ego del regista. Ecco la recensione critica di Camilla Lavazza.

Trama: Il regista Salvador Mallo, oppresso da dolori fisici e psicologici, viene contattato da un cineforum in cui verrà proiettato il suo primo lavoro. Per lui è l’occasione per riallacciare i rapporti con l’attore protagonista del film, Alberto, il quale lo inizia al fumo dell’eroina, in cui Salvador trova sollievo alle sue sofferenze. Nel frattempo riemergono frequentemente ricordi d’infanzia, della madre, del seminario, della vita nelle “grotte”.

Ma l’incontro con Alberto, a cui Salvador cede un proprio testo perché lo metta in scena, sarà anche il tramite per rivedere il suo primo, grande, amore…

 

Critica: All’inizio di “Sottomissione”, Michel Houellebecq scrive che “un autore è innanzitutto un essere umano, presente nei suoi libri, e in definitiva il fatto che scriva molto bene o molto male conta poco, l’essenziale è che scriva e che sia, effettivamente, presente nei suoi libri”.

È indubbio che Pedro Almodóvar nelle sue opere sia presente e in questo film, che è quasi un’autobiografia, ancor più che negli altri. Allo stesso tempo, il regista rivendica il suo diritto creativo di trasformare la realtà, di mostrarci qualcosa di verosimile e, contemporaneamente, di ricordarci che sta facendo del cinema e che il cinema, come la scrittura e le altre arti, è anche terapia, un modo per superare il dolore e salvarsi dall’angoscia.

L’immaginazione non si preoccupa tanto della verità, quanto della probabilità” ha affermato Almodóvar in un’intervista e ciò che accade al suo alter-ego sullo schermo, impersonato in maniera mimetica da un dolente e sensibilissimo Antonio Banderas, effettivamente potrebbe essere capitato al regista oppure no; parte del fascino della storia è proprio questo continuo tuffarsi e riemergere tra le onde della realtà e della finzione.

Anche la scenografia contribuisce a questo gioco di immedesimazione: la casa di Salvador è una copia della casa di Almodóvar, con una collezione impressionante di quadri ed oggetti di design, dai pezzi di Fornasetti alle poltrone di Gerrit Rietveld per Cassina, (“Sembra un museo”, dirà uno dei personaggi nell’entrare in casa) disposti con gusto in modo da creare un ambiente accogliente in contrasto con la solitudine, soprattutto spirituale, del padrone di casa.

Nei numerosi flashback in cui il protagonista ricorda la sua infanzia entriamo invece nelle case-grotta di Paterna, nei pressi di Valencia, bianchissime, con quello spazio centrale, di un fascino magico, da cui entrano sole e pioggia (dove in verità il regista non ha mai abitato) in cui la madre (un’altra delle sue attrici immancabili, Penelope Cruz, energica e luminosa) cerca di rendere dignitosa la loro povertà.

I due ambienti sono collegati in qualche modo dal colore e dalla luce, come il dettaglio della tenda arcobaleno, nella grotta in versione povera, di fili di plastica, e poi in versione design nella casa di Madrid.

È proprio grazie agli inserti che mettono in scena il passato che il film non prende una piega troppo amara e dà spazio anche alle risate, alla scoperta dell’amicizia e dei propri talenti (simpatica la scena del provino per entrare nel coro) e ai ricordi dei primi incompresi turbamenti fisici.

Salvador-Pedro è alle prese con un bilancio esistenziale, con le paure di un animo troppo sensibile, con l’ancor più terrificante vuoto di un blocco artistico, mentre il dolore fisico lo spinge sulla pericolosa strada della tossicodipendenza, tema da sempre presente nelle pellicole del regista, presentata senza giudizi e condanne e per questo ancor più disturbante.

Più di tutto, sembra dirci, quello che conta, arrivati alla maturità, passata la libertà sventata della gioventù, in cui tutto è possibile, in cui “Madrid era nostra”, dopo il successo e il declino della creatività dirompente, ciò da cui si può ripartire, la nostra vera ricchezza, sono proprio i ricordi, che siano quelli dell’infanzia o quelli del grande amore (molto dolce, intimamente malinconica e niente affatto scontata la scena dell’incontro con il personaggio di Federico), purché si abbia il coraggio di accettare i mutamenti e mettersi a nudo, senza più la necessità di ostentare la commozione perché la vita è già commovente di per sé (“L’attore più bravo non è quello che piange, ma quello che lotta per trattenere le lacrime” si dice ad un certo punto).

La gloria dunque non esenta dal dolore, anzi, l’estrema sensibilità è una sicura condanna alla sofferenza e soprattutto non c’è angoscia più grande per un autore che il non riuscire a trovare uno stimolo per creare qualcosa, non esiste strazio maggiore che sentire di non provare più emozioni, amore, desiderio, ma qui siamo certi che non è quello che sta accadendo a Pedro Almodóvar, ancora in grado di regalarci un film emozionante e sincero che riesce senza retorica a mostrare le debolezze e le gioie della vita.

(Camilla Lavazza)

 

La scheda del film

Titolo originale: Dolor y Gloria

Regia, soggetto, sceneggiatura Pedro Almodóvar

Interpreti e personaggi

Antonio Banderas Salvador Mallo

Asier Etxeandía Alberto Crespo

Leonardo Sbaraglia Federico

Nora Navas Mercedes

Julieta Serrano Jacinta anziana

Penélope Cruz Jacinta giovane

Asier Flores Salvador bambino

César Vicente Eduardo

Cecilia Roth Zulema

Raúl Arévalo padre

Pedro Casablanc dott. Galindo

Fotografia José Luis Alcaine

Montaggio Teresa Font

Musiche Alberto Iglesias

Scenografie Antxón Gómez

Costumi Paola Torres

Produttori Augustin Almodóvar, Esther García

Durata 113 min

 

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