La ciclovia che scontenta tutti
LAGO DI GARDA - Pedoni, ciclisti e residenti costretti a convivere in spazi inadeguati: il Coordinamento Interregionale per la Tutela del Garda chiede di fermare i cantieri, arretrare i tracciati e ripensare la mobilità.
Riceviamo e pubblichiamo questo intervento del Coordinamento Interregionale per la Tutela del Garda.
Il conflitto nasce dal progetto, non dal comportamento degli utenti
«Se qualche politico locale frequentasse davvero le ciclopedonali, sbandierate in pompa magna, capirebbe subito che i pedoni sono spaventati, i ciclisti arrabbiati, i residenti esasperati.
Il tema è sempre lo stesso: le ciclopedonali, costruite in riva al lago, stanno diventando un luogo di conflitto più che di mobilità dolce.
Nei giorni scorsi una cortese lettrice ha denunciato la pericolosità di queste “strade”, dove bici e pedoni si mescolano senza regole chiare. Una fotografia perfetta della realtà.
Una promessa politica tecnicamente irrealizzabile
Il punto, però, non è la maleducazione degli utenti: è che queste opere nascono da una valutazione sbagliata delle esigenze. L’analisi preliminare è stata insufficiente, approssimativa o troppo compiacente verso il politico di turno.
La promessa politica era semplice: “togliamo le biciclette dalla Gardesana”. Facile da comunicare, tecnicamente infondata se la soluzione è l’ennesimo abominio realizzato sulla riva. I ciclisti sportivi – quelli che “macinano strada” – non useranno mai una pista piena di pedoni, cani, passeggini e bagnanti. Non possono procedere a 2 km/h, e non lo faranno.
Dall’altra parte, i pedoni non possono convivere con mezzi che viaggiano a 25, 30 o 40 km/h. È una questione di fisica, non di buona volontà. Il Codice della Strada è altrettanto chiaro: nelle aree pedonali o promiscue la bicicletta va condotta a mano quando la sicurezza lo richiede. E qui lo richiederà quasi sempre.
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Una ciclopedonale non è una pista ciclabile
Il risultato, oltre alla costosa inutilità dell’opera, rasenta il paradosso: i ciclisti non possono pedalare, i pedoni non possono camminare tranquilli, e i vigili urbani dovrebbero sanzionare praticamente chiunque, pur essendo pochi e impegnati altrove.
A complicare tutto c’è la scelta del luogo. Costruire una ciclopedonale sulla riva di un lago – o di qualsiasi corso d’acqua – significa trasformare la riva in una strada. È un errore concettuale enorme, e su questo i progettisti avrebbero dovuto essere inflessibili.
Andava spiegato al politico committente che una ciclopedonale non è una pista ciclabile, e che in riva al lago aumenta smisuratamente il numero di utenti con esigenze opposte.
La riva è un luogo di sosta, lentezza, contemplazione. Non è un corridoio di transito. Non lo è mai stato e non potrà mai esserlo. Queste costosissime costruzioni, prima o poi, andranno demolite – come già avvenuto sul lago di Costanza. Sulle rive convivono categorie che non possono essere “regolate” con un cartello: bagnanti, pescatori, famiglie, turisti che fotografano, residenti che scendono in acqua, persone che banchettano. Metterli tutti su una striscia larga due metri e mezzo è folle: significa creare un conflitto permanente.
La vera alternativa: percorsi interni e intermodalità
La prima soluzione era spostare la pista quanto più possibile dalla riva, anche fino a 400 o 500 metri verso l’interno. Una scelta che avrebbe dimezzato le tipologie di utenti e permesso una pista ciclabile vera, in sede propria e protetta, non un’opera per il turismo da cartolina.
Che poi, vista la bruttezza di molti tratti, anche le cartoline avrebbero da ridire. Una pista interna avrebbe evitato la promiscuità con chi vive la riva, ridotto i rischi, preservato il paesaggio e garantito continuità ai ciclisti.
Il rischio è un’emergenza annunciata
Invece ci troviamo con un’infrastruttura, come la ciclovia del Garda, che non soddisfa nessuno: troppo lenta per chi pedala, troppo veloce per chi cammina, troppo invasiva per chi vive e ammira il lago. E poiché molti tratti della ciclovia del Garda sono ancora in costruzione, lanciamo un appello semplice e urgente: fermatevi.
Dove non ci sta, si sostituisca con l’intermodalità via acqua; dove c’è spazio, si arretri il tracciato e si riveda il progetto, lasciate stare rive e canneti ed il lago ringrazierà. Sappiate anche che il peggio arriverà nei fine settimana e nei festivi, soprattutto nei tratti che attraversano i centri abitati, sempre a fianco della Gardesana, unica arteria di scorrimento. Sarà un pandemonio.
I sindaci faranno le solite dichiarazioni, ma devono sapere che gran parte della colpa è dell’incoscienza e dell’incapacità del loro operato: andavano chieste vere soluzioni, non paliativi. Più traffico, più pedoni, più ciclisti, più turisti: tutto concentrato nello stesso spazio, senza alternative.
Riconoscere l’errore per progettare meglio
Non è difficile prevedere cosa accadrà: rallentamenti, litigi, incidenti (speriamo solo sfiorati), interventi continui della polizia locale.
E alla fine, come sempre, si cercherà di dare la colpa a qualcun altro, agli utenti. Non è così, e questa nota lo chiarisce: la responsabilità è a monte, “sta sempre nel manico”, in progetti nati da un’idea sbagliata e da un racconto politico ancora più sbagliato.
Se vogliamo davvero una mobilità sicura, sostenibile e rispettosa del paesaggio, dobbiamo ripartire da qui: riconoscere l’errore e progettare infrastrutture che rispondano alle esigenze reali, non alle semplificazioni da campagna elettorale».
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