Emilio Comici, il mito ineguagliabile
Dall’abisso del Carso alla ricerca del gesto perfetto: ritratto di un uomo prima della leggenda. La guida alpina Stefano Michelazzi ci parla dell'alpinista Emilio Comici (Trieste, 21 febbraio 1901 – Selva di Val Gardena, 19 ottobre 1940).
Sono nato a Trieste e la mia famiglia vanta decenni di generazioni cittadine.
Come moltissimi triestini, la mia vita ad un certo punto diventa paragonabile a quella di uno zingaro ed ancora oggi, dopo 25 anni, faccio fatica a fermarmi. D’altra parte il cosmopolitismo che caratterizza o forse caratterizzava, la città da secoli, la fa da padrone nei miei sentimenti.
Fu così anche per un mio, più che illustre, concittadino. Un uomo, un mito. Qualcuno che per coincidenze di vario genere, mi sono ritrovato ad imitare o meglio, mi sono ritrovato molti anni fa, ad optare per scelte di vita, molto simili alle sue.
Il rumore quasi impercettibile del cordino che si spezza… pochi secondi e come un manichino, l’uomo si rialza dopo un balzo di venti metri. Abbozza un gesto come per spolverarsi la giacca, poi… stramazza al suolo definitivamente.
Una versione ma ve ne saranno anche alcune altre, forse quella più “romantica”, della morte improvvisa e dirompente del mito ormai ritenuto immortale da molti, di un uomo, un alpinista, una Guida Alpina tra le più grandi che abbiano solcato l’universo alpinistico mondiale, ancora oggi…
E’ il 19 ottobre del 1940.
Un giorno d’inizio autunno quando la neve non è ancora arrivata ad imbiancare le cime, quando la stagione lavorativa da Guida è ormai conclusa e si può finalmente “giocare” cogli amici. Un giorno di inizio autunno quando la guerra, quella seconda guerra mondiale che distruggerà tutto ciò che si conosceva fino a quel momento, ancora non si sente come una realtà dirompente. Ancora, forse, la maggior parte delle persone la vede come qualcosa di lontano. Una notizia sul giornale da dibattere cogli amici al bar.
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Muore Emilio Comici.

Il poeta romantico dell’alpinismo
Molti ne scriveranno, molti ne parleranno, l’universo alpinistico ancora oggi lo celebra per il suo gusto estetico che lo fa diventare il primo, in assoluto, ricercatore del gesto, al di là della pura conquista della cima. La prima Guida Alpina cittadina della storia, quando ancora il mestiere di Guida, era esercitato solo da valligiani.
Il rivoluzionatore di tecniche e di attrezzature, il poeta romantico dell’alpinismo.
In questo articolo, tenteremo di evitare mitizzazioni e ridurremo alla sintesi, la descrizione delle sue epiche salite, delle quali già si sono scritte migliaia di pagine. In questo articolo proveremo a descrivere il più possibile l’uomo ed il suo amore, quasi a senso unico, per la montagna, l’esplorazione, il gusto estetico del movimento e la raffigurazione artistica del tracciato.
Nasce a Trieste il 21 febbraio del 1901 ed inizia la sua attività, interessandosi più che attivamente di esplorazioni speleologiche.
Trieste è universalmente riconosciuta, come la culla della speleologia mondiale ed ancora oggi in città trovare qualcuno che almeno una volta in vita sua non sia sceso nelle profondità del Carso, risulta estremamente difficile.
Il culmine di questa sua attività avverrà nel 1924 con l’esplorazione del “Bus de la Lum” abisso carsico sito sull’altopiano del Cansiglio, ed il raggiungimento del fondo per la prima volta. Fondo che all’epoca venne valutato di -225 metri, mentre oggi dopo il ricalcolo accurato risulta essere di -187 metri (rilevamento 1993). In ogni caso un exploit mondiale (NOTA: su articoli vari evidentemente copiaincollati, figura la quota di -500, che risulta assolutamente errata).
“Sentii rivelarsi in me questa fiamma”
Poi Emilio o Milio come lo chiavano all’epoca cambia completamente i suoi obiettivi. Dalle profondità della terra risale e comincia a salire. Ma fu proprio così?
«Ricordo di sfuggita che alla esplorazione del famoso Bus de la Lum, sull’altipiano del Cansiglio, alcuni amici dell’Alpina delle Giulie di Trieste, mi chiesero – “Comici, perché non vieni anche tu in montagna?” – Un giorno accolsi l’invito e immediatamente sentii rivelarsi in me questa fiamma che ora è quasi tutta la ragione e quasi tutto il fine della mia vita»
La folgorazione allora gli arriva da un invito avuto da terzi, non arriva come una saetta divina…, non come alcuni autori la dipingono ma, come una normale evoluzione di ciò che esplorazione significa o forse significa per alcuni di noi. Altri interpretano in altro modo ma lui, Milio, la interpreta così. Naturale ma, spinta, o meglio proposta, da qualche amico che probabilmente vede in lui qualcosa in più.
Poco dopo, a seguito di alcune gite alpine, la fiamma esplorativa che ardeva nel cuore di un giovane poco più che ventenne, comincia a scottare, a produrre in lui, la passione per quella, quasi morbosa, ossessione che in un vecchio racconto, apparso su un “antico” numero della Rivista del C.A.I. fu definito “El mal de la roccia” (purtroppo ho perso memoria del numero in questione ed ho perso pure la riedizione della medesima rivista, che molti anni fa fu appunto ripubblicato, per avere la possibilità di menzionarla nelle note e me ne scuso ma andava citato l’argomento, a mio modesto avviso).
Stefano Michelazzi
Le foto sono tratte dal sito del Cai di Arezzo.


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