Emilio Comici, il mito ineguagliabile (parte 5)

Dall’abisso del Carso alla ricerca del gesto perfetto: ritratto di un uomo prima della leggenda. La guida alpina Stefano Michelazzi ci parla dell'alpinista Emilio Comici (Trieste, 21 febbraio 1901 – Selva di Val Gardena, 19 ottobre 1940).

Le puntate precedenti a questi link:

Estetica, arte, spiritualità?

Che Comici fosse figlio del suo tempo è innegabile. Fu quello un periodo di grandi innovazioni, di rivoluzioni, intese come cambiamenti anche integrali, dei modi di pensare e di essere. Sono i tempi successivi alla Prima Guerra ed antecedenti a quello sconvolgimento storico assoluto che fu la Seconda Guerra. Sono i tempi della Rivoluzione d’ottobre che modifica la concezione politica del mondo e porta un nuovo modo di pensare all’esistenza umana.

Cambiano i governi, cambiano le bandiere che sventolano sui territori, modificati nella loro concezione politica centenaria, cambia il mondo del lavoro, cambia la spiritualità, non più accettata come verbo assoluto ma tesa alla ricerca di risposte e non scevra da critica fino ad allora impensabile.

Un mondo in evoluzione insomma, che sposta la sua asse da un periodo di “Belle Epoque” con le sue caratteristiche di rivoluzione culturale, scientifica ed industriale e di propensione al divertimento senza responsabilità ma di fatto dominata dalla classe borghese ad un periodo dove la classe operaia diventa protagonista.

Comici, piccolo borghese, figlio di un commerciante, assunto appena quindicenne come impiegato ai Magazzini Generali del Porto di Trieste e quindi solo pochi anni prima destinato alla condivisione con le classi sociali di appartenenza, si ritrova a frequentare il Ricreatorio, istituzione nata perlopiù per accogliere i figli delle classi sociali meno abbienti, dei poveri.

Questi nuovi moti socio-culturali, questa evoluzione che avvicina due mondi fino ad allora divisi da una linea di demarcazione ben strutturata, fanno sì che il giovane Emilio, possa trovare non solo nell’arte che gli è insita, la sua strada ma anche nello sviluppo fisico.

Arte fino ad allora ignota o quasi, alle classi sociali meno abbienti, che non possedevano né il tempo materiale né le possibilità economiche e, di conseguenza, nemmeno le capacità di comprensione delle forme espressive, se non quella di poterle ammirare da lontano.

Sviluppo fisico, non per diletto ma per necessità, destinato alla classi povere per sopportare le condizioni imposte da ritmi lavorativi altrimenti insopportabili.

Emilio li fonde assieme. Una ricerca artistica, estetica, spinta e supportata dallo sviluppo muscolare, dall’attività sportiva, uno sviluppo muscolare, appunto, necessario per crescere sportivamente e non certamente per apparire.

 

La ricerca estetica della linea nell’alpinismo

Caratteristica del suo Alpinismo sarà quindi, non soltanto la conquista della vetta che diventa un fattore secondario ma la ricerca estetica della linea. L’immagine ideale della perfezione nel disegno. La “Goccia d’acqua” ovvero la linea più diretta dalla cima al suolo, sarà ciò che lo caratterizzerà, creando un movimento etico che molti poi seguiranno ed oggi seguono ancora.

Un’etica, soprattutto per quanto riguarda il disinteresse alla conquista della vetta, che si ritroverà molti anni dopo, in quegli anni ‘70/’80 che determineranno la nascita dell’Alpinismo moderno e dell’arrampicata libera e sportiva.

Ma non solo questo sarà il suo modo di vivere questa unione di due mondi fino ad allora distinti.

L’arte del movimento espressa attraverso l’arrampicata e lo sci, arte fino a quel momento riservata perlopiù alla danza, diventa l’obiettivo dell’evoluzione alpinistica promossa da Comici.

I clienti che lo sceglieranno come Maestro di sci racconteranno che canticchiasse un Valzer di Strauss per insegnare il ritmo.

 

In “Alpinismo Eroico” un capitolo della “Seconda Parte-Ricordando Emilio Comici”,  parla della musica. La musicista Rita Palmquist, appassionata di alpinismo che condividerà con lui alcune salite in un soggiorno al Passo Sella, descrive le sue doti musicali e la spinta alla ricerca estetica proprio nell’accostare la musica al naturale disegno delle forme montuose. “Il Canto del martello e del chiodo” aria di Bach, lo affascinerà e ne ricercherà le tonalità nella pratica, così come il ritmo musicale farà parte del movimento del corpo sulla parete.

Suonatore di violino, pianoforte e chitarra, aspirante cantante, tenterà quindi sempre di accostare la musica al movimento, dando una nuova impostazione estetica ad un’attività fino ad allora considerata riservata al machismo.

Da queste righe si desume anche un’altra connotazione del carattere di Comici: la sua intrinseca malinconia.

Proprio dell’artista questo stato d’animo, sarà ciò che i posteri poi accosteranno indissolubilmente alla figura di Comici, senza però dare spazio alla sua parte pragmatica quella che lo spinge per fare l’esempio più semplice, a ricercare nell’allenamento fisico quella potenza muscolare, necessaria ad evolvere la condizione sportiva dell’attività alpinistica.

La fusione quindi dei due mondi fino ad allora separati, non viene intuita. Si lascia ampi spazi all’atteggiamento romantico, auto-definito proprio da Comici, tralasciando però, ciò che a mio avviso è la parte più importante, che dimostra come Comici interpreti al meglio quel ventennio che lo vedrà protagonista assoluto delle cronache e lo innalzerà ad eterno mito.

Spesso confuso per spiritualità, il suo romanticismo, questo lato caratteriale, che deriva indubbiamente anche e forse soprattutto dalla sua propensione artistica, viene estrapolato dai suoi scritti, dalle relazioni alpinistiche, disegnando una figura quasi eterea, fantasy per dirla con un termine in uso attuale, ma che non considera l’uomo. Non ne percepisce la fisicità, non ne percepisce il lato pragmatico, che invece si vede bene dal suo continuo ricercare nuove tecniche, e lo relega in un ambito parziale che fa solo parte del suo essere ma non lo contraddistingue in assoluto.

L’esibizionismo che lui stesso racconta, con le evoluzioni sulle travi del rifugio, con “spettacolini” circensi dedicati agli amici ed a volte ai clienti, rilevabili dagli scritti di “Alpinismo Eroico”e da altri testi come “L’Arte di arrampicare di Emilio Comici” di Severino Casara, lo descrivono come un uomo giovane ed aitante che seppur romantico non rimane chiuso in se stesso, anzi, quei suoi conflitti interiori alla ricerca della perfezione sono soltanto riflessioni, riflessioni che ognuno di noi fa o potrebbe fare, senza distoglierci dalla realtà.

Anche quella sua malinconia derivatagli da una storia d’amore, peraltro sconfessata dalla stessa interessata qualche anno fa, che lo rende malinconico, triste, viene enfatizzata da molti autori, mentre in realtà è una normalissima reazione al rifiuto della donna di cui si era innamorato che, almeno una volta nella vita capita ad ognuno di noi. Un amore a senso unico che costerà alla malcapitata, la gogna dei fans per decenni e non farà altro, per chi osserva da testimone imparziale, che disumanizzare la figura di Comici.

 

Un uomo di domani vissuto ieri

Ecco quindi servito un mito che, probabilmente invece, avrebbe voluto essere ricordato come un uomo comune, anche se importante per ciò che è stato in grado di fare.

Probabilmente, ciò che lo caratterizza al meglio, è il suo futurismo. Un vedere oltre, che lo porta a compiere imprese al di fuori del limite dei tempi, che lo spinge alla ricerca di novità. Le sente lì vicine ma ancora non si vedono. E’ questo che rende la sua figura ancora attualissima.

Un uomo di domani vissuto ieri.

Da ciò, ipoteticamente, anche quella sua malinconia, determinata da un’incomprensione dei suoi contemporanei, che spesso lo vedono sottoposto a critiche, anche feroci.

D’altra parte si dice “Ai posteri l’ardua sentenza!”, l’importante però è che qui posteri non vengano fuorviati da descrizioni romanzate ed abbiano invece l’opportunità di riconoscere la verità.
Uomo o mito? Personalmente preferisco il primo.

 

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