Mario Boldini, partigiano delle Fiamme Verdi

LAGO DI GARDA - Per celebrare gli 80 anni dalla Liberazione, pubblichiamo venti articoli di Bruno Festa che ripercorrono le vicende gardesane della Rsi, dall'arrivo di Mussolini a Gargnano alla Liberazione.

Mario Boldini fu fucilato a Gargnano il 14 gennaio 1944. Un plotone di militi fascisti italiani gli sparò nella località Casèl dela Tor, a pochi metri dall’imbocco della prima galleria sulla Gardesana, dopo il paese.

Nato a Ospitaletto Bresciano il 7 ottobre 1922, aveva 21 anni ed era in servizio nell’Aeronautica. Dopo l’8 settembre era entrato nella “Brigata Tito Speri”, in una attività partigiana appena decollata e a fronte di notevoli difficoltà, in particolare a quelle legate ai rifornimenti di materiale e di armi.

Se nella vicina Valle Sabbia l’azione partigiana oscillava tra le 80 e le 200 unità, sull’alto Garda era molto più risicata dato il maggiore rischio di quest’area particolarmente sensibile e presidiata a protezione di Mussolini.

La tragedia che metterà fine alla vita di Mario e di un altro suo compagno affondava le sue radici nella notte tra l’8 ed il 9 dicembre 1943 quando gli Alleati effettuarono un aviolancio, paracadutando una ventina di quintali di materiale a sostegno dei ribelli: alimenti, tabacco, armi, abiti, sigarette e così via.

Con questi aviolanci (in totale 29 nel bresciano) gli Alleati sostenevano la Resistenza partigiana. Anzi, solo una parte di questa: le Fiamme Verdi, di matrice cattolica.

Niente venne paracadutato in provincia di Brescia a favore delle Matteotti (socialiste), delle Garibaldi (comuniste) o di Giustizia e Libertà (laiche). Manco a dirlo, queste decisioni accesero malumori, contenziosi e contrasti tra partigiani di appartenenze diverse.

Ma gli Alleati guardavano già dietro l’angolo nel timore del “pericolo rosso” sovietico: dopo la guerra al nazismo era ritenuta possibile quella al comunismo. Meglio cautelarsi.

Per l’aviolancio fu scelta la Valle di Vesta, che si incuneava verso la valle Sabbia, alle spalle del Monte Pizzocolo e del Monte Spino. Una zona montuosa con boschi diradati in conseguenza dell’attività di tanti carbonai.

Il materiale venne paracadutato di notte: farina, lardo, grassi, scatolame d’ogni genere, divise, calzature, indumenti di lana, medicinali, vitamine, sigarette, caffè, the, zucchero, cioccolato, caramelle, cognac, armi. E un apparecchio radio.

Il lanciò non fu corretto e il materiale toccò terra ad alcuni chilometri di distanza dal punto concordato, vale a dire aldilà del crinale della montagna, sul versante valsabbino, in Val Degagna. I centri abitati più vicini erano quelli di Cecino e Degagna di Vobarno.

Le gente dei paesi si precipitò a raccogliere ciò che poteva nella zona di Monte Brasario di Vobarno e ad impossessarsi di ciò che riusciva mentre le varie polizie ricercavano, anche attraverso “soffiate” di qualcuno dove fosse finito il materiale aerolanciato.

Ma sulle tracce di quella roba andarono anche le Fiamme Verdi, e lo fecero passando nelle case dei paesi e chiedendo energicamente e con forza la restituzione di tutto.

Tra gli abitanti ci fu chi reagì e denunciò alle forze dell’ordine per iscritto la “rapina” subita dai partigiani, che però erano i reali destinatari di tutto quel materiale, da utilizzare nell’azione di resistenza ai nazifascisti.

Molta roba fu recuperata, ma non l’oggetto più prezioso: una radio ricetrasmittente.

Le armi vennero trasportate in Gardoncello e fatte proseguire per il Monte Spino.

Per il trasporto, cui contribuirono anche i fratelli Bernardo e Cesare Butturini, Mario Boldini e Giulio De Martin sequestrarono un mulo ed un cavallo ad un abitante di Degagna. Immediata fu la reazione di questo, che si recò lo stesso giorno dai carabinieri di Vobarno per denunciare il fatto corredandolo di tutte le indicazioni per identificare i partigiani.

A questo punto, sul Monte Spino finirono almeno in cinque uomini, dato che con i quattro appena citati c’era anche Enrico Federici.

Identificarono tre caverne fra le rocce che potevano custodire molto materiale senza destare alcun sospetto e il giorno dopo Natale del 1943, i cinque cominciarono a sistemare tutto nei tre nascondigli.

Giorno dopo giorno giunse il 13 gennaio 1944, una data infelice.

La cronaca di quella giornata è riportata dal “Mattinale” della Questura di Brescia del giorno dopo, dal quale risulta la “cattura di ex militari fuggiaschi. Il Commissariato di polizia di Gargnano segnala che nel pomeriggio del 13 corrente, militi forestali perlustrando zona montana in località Passo Spino catturavano i seguenti cinque ex militari fuggiaschi bresciani, i quali, dopo avere macellato un mulo, stavano preparando carne insaccata:

  1. De Martin Giulio classe 1922 da Brescia, ex aviere, già impiegato della locale Prefettura;
  2. Boldini Mario classe 1922 da Brescia, ex aviere, già impiegato del calzificio Ferrari;
  3. Federici Enrico classe 1915 da Vobarno, ex fante, già meccanico nello stabilimento Falk;
  4. Butturini Bernardo (Dino) classe 1917 da Vobarno, ex cavalleggero, già meccanico stabilimento Falk;
  5. Butturini Cesare classe 1921 da Vobarno, ex fante, già operaio stabilimento Falk.
Mario Boldini
Mario Boldini, partigiano fucilato a Gargnano nel gennaio 1944.

I cinque si sentivano sicuri e non misero sentinelle dato che potevano guardare verso la valle del Prato delle Noci, che sale dalla Valsabbia: gli alberi erano privi di foglie e qualsiasi movimento sarebbe perciò stato notato. Questo pensavano.

Ma la Repubblica sociale italiana contava sull’alto Garda bresciano anche di un buon numero di informatori oltre che della Milizia Forestale, che conosceva bene luoghi e sentieri.

Fu facile applicare una semplice strategia: anziché dalla Valsabbia un drappello di guardie forestali salì da Montegargnano, nella Val di Toscolano, sotto Campiglio, allo Spino.

Colse impreparati i cinque, intenti a macellare la carne dei due animali che erano stati sequestrati per trasportare la merce.

Già la sera del 13 gennaio i cinque furono sottoposti al primo interrogatorio in villa Negroni, a Gargnano, sede del distaccamento delle SS che aveva il comando nella vicina villa Binetti.

La sentenza non tardò e il giorno successivo i cinque furono trasferiti in camionetta al Casèl dela Tor dove si celebrò il solito macabro rituale dello scavo della fossa da parte del condannato.

Che fu Boldini, il quale si era accollato la responsabilità operativa del gruppo.

Poi la scarica di fucileria, verso mezzogiorno.

A un anno dall’assassinio fu il Giornale di Brescia del 13 gennaio 1946 a raccontare: “viene disposto il plotone di esecuzione composto di militi fascisti e di confinari. Sono fratelli che uccidono fratelli. Ad assistere alla tragica scena sono costretti tre compagni del Boldini”.

Solo a fine gennaio la salma di Mario venne portata nel cimitero del paese.

In maggio 1945 ci fu la solenne sepoltura con orazione funebre letta da Angio Zane, nome di battaglia “Diego”, partigiano salodiano.

Dopo la Liberazione Gargnano onorò Mario con la prima deliberazione della Giunta Comunale che dedicò all’eroe la piazza all’ingresso della cittadina.

Bruno Festa (b[email protected])
La croce posta sul luogo della fucilazione.

 

80 anni dalla Liberazione – di Bruno Festa

  1. Repubblica sociale italiana o Repubblica di Salò
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  5. Il mercato nero
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  8. Gardone Kriegslazarett
  9. Mani naziste sulle dimore storiche a Gardone Riviera e Toscolano Maderno
  10. Minculpop
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  12. Ministero Interno, La caccia all’ebreo decisa sul lago
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  15. Palazzo Bettoni a Bogliaco. Presidenza del Consiglio dei Ministri della Rsi
  16. Il Quartier Generale del Duce nella Villa delle Orsoline
  17. Villa Feltrinelli
  18. Mario Boldini, partigiano delle Fiamme Verdi
  19. Tedeschi in fuga
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