Villa Feltrinelli, la “Villa del Duce”
LAGO DI GARDA - Per celebrare gli 80 anni dalla Liberazione, pubblichiamo venti articoli di Bruno Festa che ripercorrono le vicende gardesane della Rsi, dall'arrivo di Mussolini a Gargnano alla Liberazione.
Villa Feltrinelli, oggi hotel di lusso a Gargnano, non fu l’edificio di maggiore significato della Repubblica sociale. Anzi, dal 20 novembre 1943 fu ridotta a una semplice dimora privata, benché abitata dal capo della Rsi, dalla sua famiglia e da un buon numero di altre persone, incluso un drappello di SS con il giovane tenente Hans Heinrich Dieckerhoff, che aveva il compito di riferire a Berlino di quale umore fossero coloro che risiedevano nella Villa.
Requisita dall’1 ottobre 1943 alla nota famiglia di imprenditori, vide arrivare Mussolini l’8 del mese e centinaia di bolle di accompagnamento di generi alimentari per le “Famiglie Segreteria Particolare del Duce” confermano la data.
Una ulteriore riprova può essere fornita da una nota del 16 ottobre 1943, della stessa Segreteria Particolare, che garantisce una positiva gestione della cucina della villa Feltrinelli nella prima settimana di permanenza del Duce.
La prestigiosa dimora era stata edificata verso fine Ottocento su progetto di Alberico Belgiojoso: una palazzina signorile, affacciata sul lago, distribuita su tre piani, con la darsena, il giardino ed il parco.
Mussolini vi rimase alloggiato fino al 18 aprile 1945 e, in questi 18 mesi, si allontanò dal Garda solo in sporadiche occasioni.
Il lago e il luogo non gli piacevano, come ribadì con insistenza nelle sue lettere all’amante Clara Petacci, che risiedeva a Gardone Riviera.
Ma, nonostante molteplici tentativi, non gli riuscì mai di andarsene.
La sua famiglia si ricompose almeno in parte con l’arrivo, il 29 ottobre 1943, della moglie Rachele Guidi e dei due figli più piccoli, Romano e Anna Maria. Vittorio, capo della Segreteria Politica del padre, era già a Gargnano.
In quel primo periodo la villa fungeva anche da ufficio, come scrisse Giovanni Dolfin. Mussolini “si muove a passi abbastanza rapidi sul viale del parco e lavora in un ufficio ricavato in una stanza di un’ampiezza media, rettangolare, è nel complesso modestissima; nessun lusso, nessun oggetto inutile. Un grande tavolo nel mezzo; una carta geografica dei teatri d’operazione, costellata di piccoli cerchi blu e rossi; qualche sedia lungo le pareti. Davanti alla scrivania, una piccola poltrona di cuoio scuro, bassa. Adiacente, la sua camera da letto: scorgo, dalla porta aperta, il letto, alto, sormontato da una specie di baldacchino di pessimo gusto con delle colonnine nere, lucide, a larghe spirali elicoidali”.
Finché, il 20 novembre, venne requisito Palazzo Feltrinelli, le ex Orsoline e villa Feltrinelli restò semplice dimora privata, come si diceva.
Rachele organizzò parte del parco di villa Feltrinelli al pari di una cascina, come lo stesso Mussolini raccontò a Clara nella lettera del 10 gennaio 1945. In quelle righe il Duce respingeva le accuse di disporre di una cucina capricciosa ed elencava gli animali allevati nel parco: vacca, vitellino, maiale, galline, conigli.
All’interno del parco che attorniava la villa furono costruiti la concimaia e il pollaio, con lavori affidati a un muratore del luogo.
Tra le spese sostenute per il funzionamento della dimora figurava l’acquisto di un servizio da tavola per 24 persone ordinato tramite l’Intendenza Ministero Interni alla ditta Richard Ginori.
Della servitù che fu assunta a villa Feltrinelli facevano parte uomini e donne del luogo elencati in una corposa documentazione con nomi, ruoli e cifre liquidate per il lavoro.
Un primo scaglione del personale venne assunto subito, il 10 ottobre 1943 ma dal 5 ottobre avevano iniziato a prestare servizio i coniugi Pietro Noventa e Flaminia Cervini, conosciutissimi sul lago.
Ai loro nomi ne seguirono molti altri. E si procedette così, fino all’aprile 1945.

Si conoscono un po’ meno i fatti accaduti dopo il termine della guerra quando nella Villa venne portata parte dell’Archivio riservato di Mussolini, un archivio d’eccezionale importanza, che conservava molti segreti della politica degli ultimi venti anni e sarebbe stato indispensabile per stabilire e giudicare le responsabilità del Capo del Fascismo e di tutti coloro che con lui ebbero una parte nel regime fascista. A esprimersi con queste parole fu il capo degli archivi del Regno d’Italia, Emilio Re.
A parere di un altro storico, Arrigo Petacco, “l’archivio personale del Duce scomparve da Palazzo Venezia a Roma subito dopo il 25 luglio 1943 e venne ritrovato per caso, nel febbraio del 1944, alla Stazione Centrale di Milano, chiuso in molte casse abbandonate al deposito bagagli. Dalle indagini svolte dalla polizia della Repubblica sociale risultò che il materiale era stato spedito da Roma verso la fine dell’agosto 1943 per ordine del Governo Badoglio. Probabilmente era destinato in Svizzera, ma gli eventi bellici lo avevano bloccato a Milano. Dopo il recupero, per espressa decisione di Mussolini, le casse furono inviate a Gargnano, dove egli allora risiedeva”.
Nella sua ricostruzione, Emilio Re elaborava alcune ipotesi: i documenti che il Duce portava con sé quando fu arrestato, “avevano avuto tempo di passare di mano in mano, d’essere fotografati, di arrivare in tutto o in parte – circa trecento – alla redazione del giornale comunista L’Unità”. Si andava così ad assistere al principio di una delle cause della dispersione dell’Archivio di Mussolini, e cioè all’inizio di quel “mercato” di documenti che, attraverso partiti, agenzie, giornali, riviste, ecc., che cominciava allora per poi proseguire ancora in seguito.
Successivi rinvenimenti furono possibili grazie all’attività del capitano statunitense William McCain (responsabile della Quinta Armata per gli archivi), unita al lavoro dello stesso Emilio Re e di altri tecnici. Un’attività, la loro, che ridusse la sottrazione di carte ma non riuscì ad evitare furti, commercio e diffusione di materiale collegato al ventennio fascista e, soprattutto, alla sua appendice repubblichina.
Le maggiori complicazioni per lo stesso McCain derivarono dalla difficoltà di controllo sui movimenti di alcuni ufficiali alleati che prelevarono materiale documentale dai palazzi del potere repubblichino senza troppi scrupoli, protetti da incarichi che garantivano ampia autonomia d’azione. Circostanze, queste, di cui Emilio Re informò senza esitazioni la Presidenza del Consiglio del Regno d’Italia l’8 ottobre 1945.
Per il funzionario non era un mistero che una parte – la più notevole – di quei documenti e di quegli archivi fosse nelle mani degli Alleati. Lui non si stupiva affatto che i vincitori avessero sequestrato la documentazione italiana e si accingessero a microfilmarla, ma gli appariva quanto meno doveroso da parte loro che, effettuate quelle operazioni, restituissero il materiale.
La ricostruzione di Emilio Re in merito alle perdite o alle distruzioni lamentate riconduceva a tre possibili fattori che andavano dai sequestri operati dagli eserciti alleati per diritto di guerra fino all’azione incontrollata di individui isolati, di formazioni volontarie, di partigiani e di partiti politici per concludersi con i tentativi di furto compiuti da agenzie private straniere.
Ma, oltre che per motivi di cassetta subordinati alla vendita dei documenti che avrebbe potuto fruttare parecchi quattrini, non è affatto da escludere (anzi, appare assai probabile) che parte dei documenti potesse essere utilizzata per ricattare i protagonisti del potere durante il ventennio.
Parte del materiale trafugato e rimasto in Italia venne in seguito versato all’Archivio Centrale dello Stato.
Non è, invece, dato conoscere se gli Alleati abbiano restituito tutto il materiale, dato che non si sa a quanto ammontassero i documenti prelevati e portati oltre oceano.
Bruno Festa (b[email protected])

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