Il Quartier Generale del Duce nella Villa delle Orsoline

LAGO DI GARDA - Per celebrare gli 80 anni dalla Liberazione, pubblichiamo venti articoli di Bruno Festa che ripercorrono le vicende gardesane della Rsi, dall'arrivo di Mussolini a Gargnano alla Liberazione.

Dal 20 novembre 1943 l’edificio delle ex Orsoline (di proprietà di Giacomo Feltrinelli, sposato con Luisa Doria, e attuale sede staccata dell’Università Statale di Milano a Gargnano) venne requisito e vi si insediò il Quartier Generale di Mussolini.

La requisizione fu indennizzata con lire 3.100 lire mensili e andò a costituire il cuore operativo della Rsi. Nel 1943 il palazzo venne ribattezzato delle ex Orsoline (era questa la definizione più ricorrente) a causa del soggiorno -limitato, in realtà, a una decina di mesi di quell’anno- delle religiose e della sessantina di allieve, ospitate in precedenza in via Bassiche, a Brescia. L’abbandono della città era stato determinato dalla paura di bombardamenti.

Il palazzo divenne la Segreteria del Duce, con l’intento di rendere meno problematica l’esistenza di tutti: Villa Feltrinelli doveva restare una abitazione privata (seppure assai popolata di parenti, ospiti, opportunisti e “protettori”) mentre le ex-Orsoline erano destinate a divenire Palazzo degli Uffici, o Quartier Generale della Rsi. In realtà, scrisse lo stesso Mussolini nel maggio 1944, non vi furono benefici sostanziali nell’organizzazione perché “il cosiddetto Quartier Generale è una specie di porto di mare, dove si viene a tutte le ore. Le udienze che sulla carta erano dieci, diventano venti senza contare quelle improvvise di Vittorio (il figlio, ndr) e dei suoi collaboratori”.

Se la Villa era un porto di mare, dunque, anche il Quartier Generale continuò ad esserlo con l’ufficio del Duce, con le due Segreterie (Politica e Particolare, in un secondo tempo riunite), con il Comando di Collegamento delle Truppe Germaniche presso il Duce, nel quale operavano il tenente colonnello Johann Jandl e il capitano Helmut Hoppe: i due ufficiali avevano il compito di trasmettere ogni possibile informazione in merito all’attività della Segreteria e dello stesso Mussolini.

Le giornate del Duce erano scandite da orari piuttosto meccanici: solitamente tra le 8 e le 9 del mattino e verso le 16 del pomeriggio arrivava qui da Villa Feltrinelli, distante circa 600 metri.

Il rientro a Villa Feltrinelli avveniva dopo mezzogiorno e a tarda sera. Mussolini viaggiava a bordo di un’auto che, in piedi sui predellini esterni, trasportava gli addetti alla sicurezza.

Il cameriere di Mussolini Quinto Navarra scrive nelle sue memorie che il Duce ogni mattina si recava in ufficio preceduto da un motociclista, percorreva su una semplice 1100 nera una strada privata che costeggiava il lago. La strada era disseminata di militi e di SS che controllavano continuamente il percorso.

In realtà non si trattava di una strada privata ma della strada comunale tra il paese e la località di San Giacomo.

Un balcone del primo piano della Villa delle Orsoline, prosegue Navarra, dava sulla Piazza della Vittoria, una piazzetta che è circa la ventesima parte di Piazza Venezia, quella dove Mussolini si affacciava a Roma. Su questa piazza, in certe ricorrenze, si radunavano “i paesani e i villici dei dintorni, i quali improvvisavano al Duce rumorose manifestazioni. Il Duce si affacciava sempre, ogni qualvolta la folla lo acclamava. Ma non parlò mai; si accontentava di sorridere e salutare col braccio alzato”.

Villa delle Orsoline, attuale sede staccata dell’Università Statale di Milano a Gargnano.

 

 

La requisizione obbligò le suore Orsoline ad andarsene sia da questa Villa che da quella di Sostaga che si trovava a mezza collina e dove c’erano in precedenza altre suore Orsoline con le loro allieve. Anche Sostaga fu requisita dal Comando Germanico 1011, di Mompiano.

Da una villa si vedeva l’altra e, alle otto di sera, le due comunità pregavano contemporaneamente, simbolicamente unite, guardando ciascuna l’edificio in cui viveva l’altra.

E così i giorni del Duce passavano con lui che era controllato in ogni movimento. Chiunque entrasse nel suo ufficio veniva identificato ed il nome annotato, al pari del tempo per il quale si protraeva il colloquio.

A Mussolini tutto questo non piaceva ma dovette adeguarsi. Lui stesso aveva capito immediatamente di essere stato calato nel ruolo di subalterno. Ne aveva parlato con Serafino Mazzolini, Sottosegretario agli Affari Esteri, ancor prima di giungere sul Garda. Il diplomatico riportò il lungo colloquio nel suo diario, il 4 ottobre 1943. Mussolini era “assai contrariato per l’invadenza germanica in tutti i settori della vita nazionale, invadenza che pone il governo e lui che ne è a capo in una situazione che rasenta il ridicolo“.

Con il passare dei mesi la condizione psicologica, e anche fisica, del capo della Rsi andarono a deteriorarsi come lui confidava senza riserve all’amante Clara Petacci in momenti diversi: “Tu dimentichi che io sono praticamente inesistente. Che la mia autorità è nulla. Il mio potere zero” (5 dicembre 1943); “Io in materia finanziaria non conto nulla. Tutto è controllato da altri uomini coi quali bisogna parlare e che bisogna convincere” (8 dicembre 1943); “Sono ormai uno scheletro. 67 kg invece di 90 – 91” (18 dicembre 1943); “Dopo quattro mesi il mio bilancio si chiude in assoluto passivo. A poco a poco la mia autorità è stata annullata. Il mio prestigio – quello che rimaneva e non era molto – è ridotto a zero” (3 febbraio 1944); “Sì. Io sono il cadavere vivente. È una maledizione! Io sono un cadavere vivente e ridicolo” (4 febbraio 1944); “Chi governa l’Italia non sono io. Io faccio da paravento come qualcuno ha detto a Villa Feltrinelli. Il popolo mi distima e mi odia” (24 febbraio 1944); “La prima edizione del libro interessante della mia vita si chiude il 25 luglio. Da quel giorno io sono defunto. Il popolo italiano tale mi considera e ha perfettamente ragione. La mia autorità cade a brandelli giorno per giorno. Il mio prestigio anche. Io ero qualcuno. Oggi non sono niente. Oggi non sono nemmeno un podestà superiore agli altri. L’unico settore nel quale comando è la polizia mortuaria” (26 febbraio 1944); “La prima volta mi hanno portato qui come un pacco ma la seconda sbagliano” (4 settembre 1944); “I miei sorveglianti alleati non solo vogliono conoscere il nome dei miei visitatori ma anche – mi sembra esagerato – la durata dei colloqui. Per quanto tra l’essere un personaggio tragico (perché impiccato alla Torre di Londra) ed essere un personaggio grottescamente e progressivamente ridicolo nella mia qualità di reggente la podesteria di Gargnano io sia stato – sono ad oggi – costretto a scegliere la seconda situazione (cioè quella di personaggio progressivamente ridicolo) mi sono ribellato alla pretesa di voler controllare i miei colloqui” (27 dicembre 1944).

Il Console Generale tedesco, Friedrich Moellhausen, non era del parere che il capo del Fascismo fosse prigioniero degli alleati tedeschi. Anzi, una tutela era necessaria proprio perché l’incerta politica del Duce rendeva i tedeschi poco “propensi a lasciargli tutte le redini nelle mani. Ma di qui ad affermare che Mussolini fosse prigioniero di Rahn (Plenipotenziario del Reich nella Rsi, ndr), carcerato da Wolff (Capo delle SS nella Rsi, ndr), legato mani e piedi ai tedeschi il passo è grande. I tedeschi facevano quello che a loro piaceva, più spesso di quello che avrebbe gradito il governo italiano”.

Sulla mancanza di rilevanza e autorità di Mussolini si soffermò anche lo storico inglese Friedrich Deakin, per il quale “nello sconvolto territorio che ancora restava al regime del Nord non vi era, tranne la presenza simbolica e fisica di Mussolini a Gargnano, alcuna autorità italiana riconosciuta. Le autorità militari tedesche esercitavano un controllo de facto, nominando persino, come a Torino, i prefetti”.

Ma andando oltre le analisi politiche, basti pensare che le stesse auto di proprietà della Presidenza del Consiglio dei Ministri erano munite di lasciapassare e le autorizzazioni venivano rilasciate da Der Deutsche Kommandant Militaer Verwaltung.

Una delle ultime fotografie scattate a Mussolini nel giardino di Villa Feltrinelli, a Gargnano, prima della decisione di trasferirsi, il 18 aprile 1945, a Milano.

 

Trascorsi gli anni della guerra, nei giorni della Liberazione il pensiero degli Alleati volò in primo luogo ai documenti che il palazzo poteva ancora contenere e che si sarebbero potuti dimostrare interessanti.

Il primo rapporto del Capitano William D. McCain al Commissario regionale della Lombardia, sugli archivi a Gargnano e a Salò (6 Maggio 1945) riportava che il Palazzo Amministrativo di Mussolini “era sorvegliato da truppe della 10th Mountain Division, ma si prospetta che diventi Quartier Generale della Quinta Armata entro la giornata. Il Capitano Cifarelli (ufficiale USA, ndr) aveva portato via due o tre camion carichi di documenti dall’edificio. C’erano alcuni documenti sparpagliati nelle varie stanze, i quali sarebbero stati da raccogliere e preservare. Le scatole provavano che alcuni dei documenti nell’edificio provenivano da Palazzo Venezia, a Roma. Non è stata notata alcuna traccia di saccheggio o incendio. Nessuno ha saputo dire se Mussolini abbia sgomberato qualcuno degli archivi quando è partito per Milano”.

In merito alle carte di Mussolini a Gargnano è intervenuta anche la storica e archivista Elvira Gencarelli sostenendo che da Roma “la serie riservata di quest’ultimo fondo venne trasferita, nell’autunno del 1943, a Gargnano, nella villa Feltrinelli. Nell’aprile 1945 Mussolini, nel lasciare Gargnano, se ne portò dietro una piccola parte, racchiusa in due casse di zinco. Di questa, nel partire da Milano per l’ultimo viaggio, portò seco un gruppo di fascicoli, chiuso entro due borse di cuoio, che tenne con sé fino al momento della cattura: queste carte, che in un primo momento furono sequestrate dai partigiani e quindi inviate al Quartier Generale alleato a Caserta, costituiscono oggi la raccolta delle “Carte della valigia”. Delle altre carte, rimaste a Milano in due casse di zinco, una parte non venne più ritrovata, com’è noto; l’altra parte viene indicata oggi con il termine, per l’appunto, di “Carte della cassetta di zinco”.

Sulla rilevanza del materiale che poteva esserci nel Palazzo delle ex Orsoline disse la sua anche il Commissario agli Archivi italiano, Emilio Re (22 giugno 1945): “in via d’ipotesi non si deve neppure escludere ch’esso abbia già potuto trovare la via per Washington; come abbiamo sentito che già si è verificato per l’archivio di Hitler: trasferito a volo dalla Germania a Londra. Tuttavia l’ipotesi più probabile è che esso non abbia abbandonato il territorio italiano. Gli americani non hanno interesse a sottrarre agli italiani ciò che per essi invece riveste una così alta importanza. Si tratta dunque di tener conto e di conciliare l’interesse, di carattere puramente politico e momentaneo, degli Alleati a consultare oggi quei documenti, col diritto naturale della nazione italiana a conservare e disporre in definitiva, permanentemente, della documentazione di un ventennio della sua propria storia”.

Il responsabile degli Archivi del Regno tornava a augurarsi, dunque, che dopo la fotoriproduzione o microfilmatura del materiale sequestrato, gli Usa lo restituissero all’Italia.

Mentre in altre aree bresciane la custodia degli edifici veniva di volta in volta commissionata alla 10th Mountain Division (esclusivamente o con l’appoggio di uomini del CLN), a Palazzo Bettoni Cazzago di Bogliaco, a Villa Feltrinelli e al Palazzo delle Orsoline di Gargnano la vigilanza fu –dopo un primo momento- affidata al 150° Battaglione di Polizia del 15° Army Group.

Bruno Festa (b[email protected])

80 anni dalla Liberazione – di Bruno Festa

  1. Repubblica sociale italiana o Repubblica di Salò
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