Emilio Comici, il mito ineguagliabile (parte 4)
Dall’abisso del Carso alla ricerca del gesto perfetto: ritratto di un uomo prima della leggenda. La guida alpina Stefano Michelazzi ci parla dell'alpinista Emilio Comici (Trieste, 21 febbraio 1901 – Selva di Val Gardena, 19 ottobre 1940).
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Se la continua ricerca di migliorarsi nel movimento e l’impegno ad evolvere metodologie di divulgazione e formazione sempre più raffinate e tendenti ad un approccio sociologico oltre che tecnico, pur essendo fattori salienti della personalità di Comici, possono venir travisati o modificati da biografi poco attenti o anche soltanto innamorati di una figura che loro stessi tendono a creare, ciò che non è alterabile perché estremamente materiale sono le innovazioni e le evoluzioni appunto tecniche e tecnologiche che Comici ricercherà continuamente, al fine di migliorare le prestazioni.
La corda doppia ed altre tecniche di corda
I primi anni del novecento sono caratterizzati, per ciò che concerne l’alpinismo, da una ricerca di tecniche con le quali spingersi oltre quell’asticella virtuale, dettata appunto dalla carenza tecnica, che impedisce sia di spingersi oltre al grado di difficoltà, a causa di scarse possibilità di assicurazione, sia di affrontare pareti che impongano poi una discesa aerea e quindi non affrontabile con la tecnica abituale di calarsi a forza di braccia lungo la corda.
Complice anche il fatto che per recuperarla si utilizzano sistemi con rampini di varia forgia, come ad esempio fecero Napoleone Cozzi e Alberto Zanutti durante il primo tentativo di salita del Campanile di Val Montanaia, ma questo non garantisce né una reale tenuta, né il recupero della corda, al fine del quale si deve riuscire a sganciare il rampino che se incastrato bene fa fatica a togliersi.
Ci pensa quel “Diavolo delle Dolomiti” di Tita Piaz, che affascinato delle tecniche definite allora funamboliche, basti ricordare la “traversata tirolese” della Guglia De Amicis, inventa la prima calata a corda doppia che garantisce il recupero della stessa.
Su questo punto una piccola divagazione è d’obbligo: da più parti si legge che la tecnica fu inventata da Hans Dülfer ed è l’ennesimo errore che vede stravolta la storia e la figura di Tita Piaz come per la tecnica di fessura, sulla quale ho già scritto, che nei paesi di lingua tedesca viene definita Piaz mentre in Italia Dülfer.
Se consideriamo che la più lunga calata a corda delle Alpi (36 metri), fu compiuta da Piaz nel 1906 dal Campanile di Val Montanaia ed all’epoca Dülfer era solo quattordicenne, si fa presto a capire che è un errore riportato ovunque, a causa anche della purtroppo, moderna abitudine di fare copia/incolla e riportare scritti con adeguate modifiche per attestarsene la paternità ma creando in questo modo una serie di errori che danneggiano e stravolgono la storia dell’alpinismo.
Le migliori esperienze sul Garda
Selezionate per te da Garda OutdoorsHans Dülfer fu sicuramente un evolutore della calata a corda doppia inventando una variante migliorativa. Allo stesso modo Emilio Comici, creerà una variante ancora migliore per evitare il più possibile, lo sfregamento della corda sul corpo e le inevitabili bruciature derivanti. Tecnica ben descritta su “Alpinismo Eroico”.
Sullo stesso capitolo del libro, vengono illustrate diverse innovazioni, inventate e testate da Comici sull’uso corretto, per i tempi, delle diverse tecniche di corda, sia per quanto riguarda la legatura del primo e secondo di cordata (l’imbragatura come la conosciamo oggi nasce negli anni ‘50), sia per quanto riguarda la progressione.
Va ricordato che la differenziazione dell’arrampicata libera da quella artificiale, come si usa oggi, viene definita attorno agli anni’50/’60, prima di quest’epoca, ciò che definisce l’utilizzo eventuale di tecniche artificiali, è la catalogazione di 6° grado.
Anche in questo caso si deve, per comprendere meglio, aprire una parentesi: negli anni ‘70, ovvero al principio di quella rivoluzione filosofico/morale dell’alpinismo, che lo caratterizza ancora oggi, e che tende a valorizzare l’arrampicata libera stabilendo etiche e regole, molte volte chi affronta salite date di 6° grado, si scontra con difficoltà nettamente superiori, proprio per quel modo di gradare le scalate che non sempre riportava notizie sull’eventuale utilizzo di tecniche artificiali e inseriva nella stessa categoria le due tecniche.
Le scarpe d’arrampicata
Verso la fine del XIX° secolo, l’arrampicata su roccia si evolve esponenzialmente. Con l’aumento della capacità a superare maggiori difficoltà, si evidenzia la necessità di migliorare e/o modificare i materiali tecnici. Tra questi indubbiamente le scarpe che erano fino ad allora, scarponi rigidi spesso con suole chiodate, i quali non permettevano di scalare agevolmente ed a volte rappresentavano motivo di rinuncia, malgrado la preparazione sportiva dell’alpinista facesse intendere che con materiali più idonei si potesse passare.
Si inizio ad arrampicare con pedule leggere con suola di corda (canapa) o di feltro e questo spinse il limite tecnico di molto oltre, raggiungendo quel 6° grado che per decenni rimarrà il limite massimo delle difficoltà.
La suola di feltro o di canapa però aveva dei grossi limiti dati per lo più dalla scarsa aderenza che veniva accentuata bagnando preventivamente e continuamente la suola. Molti i racconti di “eleganti” minzioni al fine di non consumare la poca acqua potabile a disposizione.
Comici, spettatore un giorno di una partita di pallacanestro, si rese conto che le scarpe usate per aderire al meglio al lucidissimo parquet laccato, in uso peraltro fino a 40 anni fa, erano di gomma pura a suola liscia. Testa nella “sua” palestra di roccia della Val Rosandra un paio di scarpe da pallacanestro e si rende subito conto che le prestazioni migliorano nettamente. Da quel momento in avanti moltissimi alpinisti, cambieranno le ormai obsolete scarpe di feltro/canapa per utilizzare appunto, le innovative calzature.
Non sempre però, in quanto la gomma pura tende a consumarsi in fretta e le scarpe hanno un costo piuttosto alto. Si tenderà quindi ad utilizzare il vecchio tipo di scarpa, sostituendolo con le pedule in gomma, solo nelle maggiori difficoltà.
Nel 1937, Vitale Bramani alpinista milanese, inventerà la suola che porta ancora oggi il suo nome: Vi.Bram.
Questo tenderà a stravolgere totalmente l’arrampicata su roccia, in quanto per svariati motivi tra i quali la fabbricazione massiccia di suole similari a scopo militare, nel dopoguerra, vista l’abbondanza di materiali a magazzino e visti anche i costi e le scarse possibilità economiche, gli alpinisti cominceranno ad usare questo tipo di calzatura, dimenticando le pedule d’arrampicata.
Ciò, insieme all’invenzione anche dei chiodi a pressione, comporterà un abbassamento dei livelli di arrampicata libera, vista la rigidità degli scarponi e l’avvento, quindi, di quell’arrampicata artificiale che verrà poi superata appena negli anni ‘70/’80, quando si sentirà di nuovo la necessità di trovare soluzioni alternative per alzare il livello di difficoltà.
Dapprima si utilizzeranno suole di aerlite, superate poi dalla “mescola spagnola” che, almeno in parte, ancora oggi si utilizza.
Video corso
Salta fuori dagli archivi della Società Alpina delle Giulie, una trentina di anni fa, un filmato con protagonista Comici, il quale illustra filmograficamente le tecniche d’arrampicata.
Oggi facilmente trovabile on-line, è una chicca assoluta, in quanto è il primo esperimento e a dire il vero piuttosto completo e complesso, di produrre un corso attraverso l’immagine.
Anche in questo caso, seppure oggi i corsi on-line si sprechino, Comici è protagonista di un’innovazione assoluta che può benissimo venir accostata al suo già descritto, modo di insegnare.
Il suo anticonformismo, che lo vede ricercare la perfezione del gesto e la linea artistica della scalata, piuttosto della conquista, si nota anche in questo caso, dove mette a disposizione di tutti le sue conoscenze, invece di auto-consacrarsi a guru, come spesso accadeva coi suoi contemporanei.

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