Ricoveri antiaerei e trincee antischeggia

LAGO DI GARDA - Per celebrare gli 80 anni dalla Liberazione, pubblichiamo venti articoli di Bruno Festa che ripercorrono le vicende gardesane della Rsi, dall'arrivo di Mussolini a Gargnano alla Liberazione.

La funzione di un ricovero antiaereo (o rifugio) era evidentemente quella di mettere le persone, civili o militari, al riparto dalle bombe che venivano scaricate dagli aeroplani.

Queste strutture si riempivano quando l’allarme suonava, di giorno o di notte. Poteva accadere anche più volte nell’arco delle 24 ore.

La costruzione dei ricoveri era sottoposta ad autorizzazioni piuttosto severe perché veniva verificata ogni caratteristica, a partire dalla massa coprente che stava al di sopra del tunnel scavato nella montagna. Solitamente al di sopra del rifugio non doveva esserci uno spessore inferiore ai cinque metri di terra o, meglio ancora, di roccia.

Il rifugio classico aveva solitamente (ma non sempre: vedi ad esempio Vobarno o Roè Volciano) la forma a ferro di cavallo con due ingressi nella montagna e uno spazio (quello era il vero e proprio rifugio) costituito dal cunicolo che collegava all’interno un braccio d’ingresso all’altro.

Quando le cose venivano fatte bene, poco dopo l’ingresso ci si trovava di fronte a un muro che bisognava aggirare per procedere all’interno del rifugio. Si trattava di un accorgimento intelligente poiché, se una bomba esplodeva proprio a poca distanza dall’ingresso del rifugio, questa poteva provocare una strage. In questo modo, invece le schegge andavano a sbattere contro questa barriera, senza provocare danni.

Nella generalità dei casi sugli angoli interni del rifugio erano posizionati i servizi igienici e il pronto soccorso mentre lungo la parete interna, appoggiate al muro, stavano assi in legno sorrette da cambre in ferro inserite nei muri, dando vita a qualcosa di simile a una lunga panca. Si garantiva in questo modo che almeno una parte delle persone potesse sedersi: in genere anziani, disabili, donne incinte. Questo era l’invito esplicito scritto sul muro per sollecitare un atteggiamento corretto e collaborativo.

Fondamentali, all’interno del rifugio, erano i “camini”: uno o più. Erano aperture verticali del diametro di un metro circa che dal rifugio portavano all’esterno verso l’alto. Vi erano inserite scale in ferro che avrebbero consentito sempre l’entrata di aria. In caso disgraziato di bombe che colpissero entrambe gli ingressi, la gente avrebbe potuto usare quelle scalette a pioli per uscire. Per le categoria più deboli (anziani, invalidi, donne incinte) che non potevano utilizzarle, era garantito l’ingresso del medico attraverso questi camini, oltre che degli alimenti e dei medicinali, fino a che all’esterno fosse stata sgomberata l’area bombardata.

Quanta gente potevano contenere i rifugi?

Si passa dagli oltre duemila di quello di Gargnano (costruito in soli tre mesi su sollecitazione del Duce che capiva bene come la sua presenza potesse richiamare attacchi aerei nemici) ad altri di dimensione inferiore. La media era comunque di cinque persone in due metri quadri. Una “regola” difficile da rispettare poiché in caso di pericolo nessuno era disposto a stare all’esterno.

Rifugi con queste caratteristiche potevano essere costruiti in presenza di montagne.

E le altre tipologie?

Le possibilità, purtroppo, erano ridotte a due, nessuna delle quali realmente sicura.

Un primo sistema prevedeva che venissero identificati come rifugi gli scantinati dei palazzi. A Brescia, ad esempio, in circa 400 casi.

Oppure le cripte delle chiese. Beninteso, si trattava di soluzioni che perlomeno mettevano al riparo dalle schegge delle bombe o dai proiettili delle mitragliatrici. Ma quando una bomba d’aereo colpiva l’edificio, chi era sotto rischiava di fare la morte del topo. Fu così che il 2 marzo 1945 un’ottantina di persone morirono sotto le bombe pur essendosi riparate nella cripta della chiesa di Sant’Afra a Brescia.

Se guardiamo Lonato e Desenzano ci troviamo di fronte a forti proteste di un ingegnere, Mario Manerba, che chiese al Ministero dell’Interno (a Maderno) e all’Ufficio Nazionale di Protezione Antiaerea (UNPA, a Roè Volciano) perché nell’area tra Salò e Gargnano fossero stati realizzati molti rifugi mentre sul basso Garda non era così. Il tecnico stesso chiedeva se non fosse per la massiccia presenza di ministeri ed uffici.

Evidentemente era proprio quello il motivo.

Il Ministero dell’Interno tentò di correre ai ripari con la progettazione di un rifugio a Lonato e soprattutto con la realizzazione di trincee antischeggia a Desenzano.

Di cosa si trattava?

Venivano scavate gallerie di circa due metri e mezzo di profondità, per una larghezza di 70 centimetri. Sopra erano coperte da una gettata di cemento armato di circa 25 centimetri, insufficienti per una bomba ma utili per ripararsi da schegge e colpi di mitraglia. Queste trincee procedevano a zig-zag, cioè dopo alcuni metri c’era un angolo di 90°, dopodiché un tratto dritto e altro angolo a 90° e così via.

Il limite di queste trincee era che potevano dare riparo a poche decine di persone, tra le 60 e le 90 ognuna.

Dopo tutte queste riflessioni possiamo affermare senza problemi che la conformazione del terreno era favorevole all’alto Garda, una zona penalizzata però dalla presenza di molteplici edifici che potevano richiamare i bombardieri alleati.

Andò diversamente, per fortuna, e anche se i bombardamenti non mancarono c’è da dire che sul Garda gli Alleati non usarono la mano pesante come altrove.

Da sottolineare che in prossimità di alcuni ministeri o dimore private di alcuni ministri vennero progettati rifugi, grandi o modesti, iniziati o conclusi, a volte solamente previsti e poi rimasti senza seguito.

Una indagine appare difficile poiché in molti casi ci si trova di fronte a dimore private, a volte trasformate in condomini, e ciò rende arduo riuscire anche solo dare un’occhiata perché a fronte della disponibilità di alcuni c’è lo stop di altri a entrare nella proprietà.

È certa la presenza (per citare i casi principali) in prossimità del Quartier Generale e di Villa Feltrinelli a Gargnano.

Ma per altri non si sa: Villa La Portesina di Portese (ci viveva il sottosegretario agli esteri Serafino Mazzolini), Villa Il Roseto e Villa Gemma (Maderno: per il ministro Buffarini Guidi e il capo della polizia Tamburini), Villa Soave Besana (Gardone Riviera, per Karl Wolff), Villa Cavallero (Maderno, per il segretario del Fascio Alessandro Pavolini). In qualche caso la struttura venne realizzata, in altri no, in altri solo iniziata.

E l’elenco prosegue: a Salò un rifugio molto complesso venne progettato proprio alle spalle dell’attuale MUSA, un altro (in trincea) nel prato di Villa Bellini.

Rifugi per la popolazione ne furono approntati molti, completati o quasi. Tre a Gargnano, parecchi altri a Toscolano, a Maderno, a Salò, a Roè Volciano, a Vobarno. Fu steso un bel progetto anche per Lonato. E non ci si ferma qui.

Nel centro di Desenzano, invece, venne approntata una decina di trincee antischeggia, si diceva.

Entrare in un rifugio metteva angoscia e respirare la polvere che si alzava rappresentava una esperienza terribile. Al pari del fatto che sovente saltava la corrente per le poche lampadine sospese al soffitto del rifugio.

Quanto ai tempi di costruzione ed ai costi, risulta difficile fare cifre poiché variavano anzitutto in base alla dimensione della struttura e alla consistenza del terreno.

Il record di velocità fu stabilito a Gargnano (tre mesi, per duemila persone) ma ci si trovò di fronte alla personale insistenza di Mussolini. Altrove non fu così.

Potremmo dire, con una certa approssimazione, che i tempi non fossero inferiori ai tre mesi e che i costi potessero indicativamente assestarsi attorno ai due milioni e mezzo di lire. Ma, si ripete, si tratta di costi esemplificativi in un periodo in cui, nel solo mese di dicembre 1943, ad esempio, il costo della vita crebbe del 30%.

Bruno Festa ([email protected])

 

80 anni dalla Liberazione – di Bruno Festa

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  6. Ricoveri antiaerei e trincee antischeggia
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