Gli ebrei e ‘l Colonel
Sulle tracce di una famiglia scampata alla Shoah nell’entroterra di Gargnano
di Bruno Festa
PARTE TERZA (qui la prima parte; qui la seconda)
Bernardo Bembassat e sua moglie Elisa Bottor lasciano alle spalle Toscolano Maderno.
Dall’autunno 1943 il paese rivierasco presenta forti rischi, in precedenza del tutto assenti. Adesso l’intero abitato è molto bene presidiato in considerazione che la cittadina ospita sia la sede del Partito Fascista Repubblicano, presieduto da Alessandro Pavolini, che il Ministero dell’Interno, guidato da Guido Buffarini Guidi. Attorno a loro c’è un corollario di dimore requisite a favore di funzionari e dipendenti del Partito e del Ministero. È forte anche la presenza militare italiana e tedesca.
Il Partito va a occupare gli spazi dell’Albergo Golfo e dell’Albergo Milano, sul golfo di Maderno, mentre il Ministero opera, si diceva, nella Scuola Elementare del paese.
Per i fuggiaschi la vallata di Costa di Gargnano dovrebbe a questo punto costituire un approdo più tranquillo.
Ma è vero solo in apparenza.

In quei mesi i rastrellamenti nazisti e della Guardia Nazionale Repubblicana fascista si spingono dalla riviera del lago all’entroterra, a Gardola e Olzano, in Comune di Tignale, a Sasso e Formaga sul Montegargnano e addirittura nella lontana Turano, in Valvestino.
Nei primi giorni di gennaio 1944 un’ispezione viene effettuata proprio nella frazione di Costa di Gargnano, e questo accade appena un mese dopo la cerimonia del Battesimo celebrata nella chiesa del paese.
Il piccolo nucleo abitato dove Bernardo ed Elisa trovano riparo si chiama Mignone ed è vicino ad altri minuscoli agglomerati, Torrazzo e Rocca. A breve distanza si trova Costa e, seguendo una strada che conduce esattamente dalla parte opposta di Costa, ci si dirige a Pasiana e, la lì, ai Casali.
Dai Casali si può procedere in direzione della vecchia dogana di Lignac che, fino al 1915, separa il Regno d’Italia dall’Austria Ungheria.
Ma dai Casali ci si può dirigere anche verso il Garda.

Questo tracciato, in parte sentiero in parte carrareccia, ci tornerà utile nel formulare l’ipotesi attorno al percorso seguito dai due coniugi ebrei e da chi li guida per portarsi dal lago all’entroterra montano.
Il problema degli spostamenti in questo periodo deve considerare soprattutto due fattori: per un verso la distanza da coprire nel minore tempo possibile, per l’altro la necessità di evitare controlli di polizia, sempre rischiosi.
Tutte le ipotesi possono essere valide in mancanza di certezze, ma appare azzardato ipotizzare uno spostamento in auto da parte dei Bembassat, considerato che in questo periodo non circolano molte vetture e parecchie di queste sono requisite per utilizzo militare.
Scarseggia anche la benzina. Basti pensare che a Gargnano e Bogliaco i due uffici postali sono accorpati in uno solo, a Gargnano, a causa dell’assenza di carburante per la motocicletta che percorre la tratta da Gargnano a Bogliaco, meno di due chilometri.
Per non dire del consumo di combustibile della stessa Segreteria Particolare del Duce che viene sottoposto a verifica da parte dei nazisti.

In caso di controllo a un posto di blocco, inoltre, il rischio maggiore può consistere nel dovere spiegare la presenza di due ebrei in auto.
A sud e a nord di Toscolano e di Gargnano sono piazzate postazioni per fermare chi transita e accertarne le generalità. Inoltre a Gargnano viene rafforzata la vigilanza all’imbocco della strada che sale verso il Montegargnano, la Valvestino e Costa di Gargnano.
Transitare in auto (sempre che sia possibile) pone dunque di fronte a una serie di ostacoli e a un rischio enorme, come pure percorrere la strada Gardesana da Toscolano fino a Gargnano (o anche solo la “strada del Golf”, che corre parallela, appena più all’interno) per poi imboccare quella che sale sul Montegargnano e prosegue verso Costa.
Si aggiunga che tutte le vie di transito sono messe immediatamente sotto osservazione e i controlli sono intensificati nel breve volgere di poche settimane dall’insediamento del regime sulla sponda occidentale del lago di Garda.
L’ipotesi di uno spostamento in auto appare, pertanto, piuttosto remota.
Resta l’alternativa di raggiungere Mignone a piedi o a dorso di asino partendo da Toscolano Maderno.
I Bembassat hanno rispettivamente 55 e 42 anni, un’età in cui spostarsi a piedi non costituisce un problema per una persona sana. La distanza può essere coperta in sette o otto ore di cammino, oltre a qualche momento di sosta. Una fatica da compiere verosimilmente di notte e, siccome in novembre e dicembre le notti sono lunghe, l’ipotesi è convincente.
Una possibilità praticabile è rappresentata dal tracciato che dal lago porta a Gaino, frazione di Toscolano Maderno, quindi a Mezzane e da lì a Navazzo.
L’alternativa potrebbe essere costituita dal passaggio nella Valle delle Cartiere e, a seguire, nelle Camerate, da dove si raggiunge parimenti Navazzo.
Questi sono i tracciati più sicuri e brevi.
Per proseguire da Navazzo verso Mignone si palesano altre due opzioni.
La prima permette di procedere attraverso la vecchia “Strada di Bocca Magno verso Costa”, una delle più antiche del territorio, inclusa nello stradario comunale già nell’Ottocento. Il tracciato scollina al Santo di Liano, procede per Bocca Magno, scende verso il Samuel e poi risale per raggiungere prima Costa e poi Mignone.
L’alternativa è costituita dai collegamenti che portano da Navazzo verso la Valvestino: uno corre sul fondo della vallata e l’altro inizia poco dopo l’abitato di Formaga proseguendo verso la Valle. Dopo alcuni chilometri un sentiero sulla destra si stacca e porta ai Casali, poi a Pasiana e, infine, a Mignone.
Il percorso seguito dai Bembassat può ragionevolmente essere uno tra questi due.
Se ne dovrebbe ipotizzare un altro: la prosecuzione fino alla Valvestino per poi fare rotta verso Costa attraverso Bocca della Croce, Droane, Boccapaolone, ma sarebbe poco logico poiché allungherebbe parecchio il tragitto.
In merito al trasferimento da Toscolano Maderno a Mignone, però, non abbiamo alcuna testimonianza e l’opzione potrebbe essere forse diversa da quelle elencate.
Resta ancora da stabilire per quanto tempo Bernardo ed Elisa si fermano a Mignone, ospiti di Lusièta e, in un secondo momento, dei Comincioli, prima in paese poi a malga Pra, contribuendo probabilmente alle spese per il loro rifugio.
Sui tempi di latitanza in ciascuno dei tre successivi ripari non ci sono elementi mentre abbiamo individuato con certezza i tre nascondigli della coppia.
Il primo riparo è costituito dalla casa della Lusièta, a Mignone, e a queste prime settimane di latitanza potrebbe essere datato il Battesimo di Bernardo ed Elisa.

In quella casa -si raccoglie- non vengono accesi due focolari o due stufe (uno per ciascuna famiglia) bensì solamente uno. La motivazione è dettata dalla volontà di evitare il sospetto che potrebbe nascere nel vedere due camini fumare a fronte di un solo nucleo familiare che vi risiede.
Nella casa della Lusièta i Bembassat vivono in una soffitta con il tetto a spiovente. L’edificio è grande e alle sue spalle inizia il prato. L’interno della casa custodisce una cisterna per l’acqua o, meglio, la botola di ingresso alla cisterna dell’acqua, che va poi a estendersi sotto il vicino prato.

La cisterna ha il vòlto con scaglie in pietra bene incastrate tra loro, appoggiate una all’altra in forma perfetta, davvero belle a vedersi. La piccola apertura quadrata di ingresso alla cisterna non è dall’alto ma è laterale, di circa mezzo metro di lato. Vi si può accedere solamente dopo essere entrati in casa.
Qui, nella casa di Lusièta, i Bembassat passano il primo periodo di latitanza.
Lo spostamento successivo è in un’altra soffitta, sempre a Mignone, ma nella parte bassa del paese, in casa del Colonel. La posizione è più aperta e guarda verso l’imbocco della valle di Costa, con i prati che si estendono lontani, limitati solamente dal bosco.

La casa è grande, con belle cantine e stalle a vòlto nella parte inferiore, e due piani abitabili. In alto le soffitte.
Per salire al primo piano si utilizza una scala con i gradini in pietra. I Bembassat sono nascosti in alto, nella soffitta.
I problemi legati alla latitanza e la necessità di sicurezza obbligano ad un ennesimo e, questa volta, definitivo cambio di nascondiglio. I due si spostano alla casina della malga Pra, a 994 metri di altezza, a poco meno di due ore di cammino da Mignone. Può essere che la permanenza a Pra sia intervallata da qualche rientro in paese.
Anche la casina di Pra è proprietà di Comincioli, il Colonel.
Niente più nascondiglio nel nucleo abitato, quindi, ma in montagna in un momento che presenta difficoltà anche per il semplice approvvigionamento della legna come combustibile, nonostante ci si trovi in prossimità dei boschi.
La latitanza in malga Pra deve essere stata durissima ma -evidentemente- non impossibile da superare, considerato che i Bembassat sopravvivono alla pessima esperienza.

Va aggiunto che in questo periodo non sono i soli a nascondersi sui monti di Costa di Gargnano, dove il clima è tutt’altro che mite e ha poco a che spartire con il Garda.
Se l’altura di Malga Pra protegge i Bembassat, sul monte Pennì (1.073 metri di altezza) sono nascosti alcuni giovani, di cognome Andreis, che vogliono sottrarsi alla guerra.
Qualsiasi sia il motivo che spinge a nascondersi in montagna, il problema per tutti è duplice: il riscaldamento delle stanze che li ospitano e l’alimentazione.
Non sappiamo chi faccia la spola tra il paese e la malga Pra. Può essere lo stesso Colonel o, comunque, una persona di assoluta fiducia. Oppure l’incontro tra i latitanti e chi li aiuta può essere programmato a metà del sentiero. È facile pensare che il Colonel abbia lasciato a loro disposizione qualche gallina, un poco di farina per la polenta e qualche pezzo di formaggio. Probabilmente un po’ di latte e soprattutto l’indispensabile acqua vengono forniti ogni volta che è possibile.

Sta di fatto che i problemi determinati dal freddo, dalla fame (e da qualche probabile acciacco fisico) vengono superati.
Peraltro su altri monti vicini a questi, a ridosso di Gargnano, già nel settembre 1943 si trovano partigiani che si nascondono nella fase iniziale della Resistenza contro il nazifascismo.
Lo racconta uno dei leader della Resistenza salodiana, Angio Zane, nome di battaglia “Diego”, che scrive delle sue giornate rintanato come era dalle parti del monte Comer che, a differenza di Pra e Pennì, si affaccia sul lago.
Le condizioni meteo avverse si appesantiscono proprio nei giorni di fine conflitto e colpiscono tutti, inclusa l’ultima colonna di militari germanici, un’ottantina di soldati, che abbandona Gargnano il 29 aprile 1945, facendo rotta verso Riva del Garda.
I soldati trovano la strada interrotta all’altezza di Campione di Tremosine.
Tornano sui loro passi e raggiungono Prabione di Tignale.
Percorrono la strada Tignalga ma finiscono con il trovarsi di fronte un gruppo di partigiani prima della salita verso Polzone di Tremosine.
Qui c’è uno scambio di colpi di arma da fuoco.
I tedeschi in ritirata sono costretti a cambiare nuovamente programma e se ne ritornano a Tignale facendo questa volta rotta verso la Valvestino.
Una volta portatisi sui monti di Magasa, rotolano gli automezzi nella Valle di Natù e fanno perdere le loro tracce.
Si sa di una sparatoria con l’uccisione di una persona del luogo.
Si deve aggiungere che la guarnigione germanica trova frane e interruzioni lungo il percorso, causate proprio dal maltempo, e non è perciò in grado di raggiungere Passo Nota e poi Passo Tremalzo dove è diretta percorrendo la strada costruita durante la Prima Guerra Mondiale, che corre in alto sul monte Tombea sfiorando le trincee che vi sono scavate e passa alle spalle del monte Caplone.
Le terribili condizioni meteo nella vallata di Costa sono identiche a quelle della Valvestino e -più a est- del Monte Baldo dove avanzano l’85°, l’86° e l’87° Reggimento della Decima Mountain Division americana.
La latitanza dei Bembassat in montagna non rappresenta, dunque, una esperienza solitaria da queste parti, unitamente alle difficoltà causate dalle condizioni meteo anche nella parte conclusiva della guerra.
I mesi in cui la coppia resta nascosta a malga Pra, rintanata fino a quando l’Italia si libera dai nazi-fascisti, sono giocoforza i più difficoltosi. Qualche altro pericolo, concomitanza del tutto casuale, è rappresentato da una delle tre bombe sganciate dagli aerei angloamericani sui monti di Costa di Gargnano, che va a cadere proprio in prossimità di Pra.
Solo il suono delle campane a stormo avvisa la valle domenica 29 aprile 1945 che l’occupazione nazi-fascista è terminata e con essa anche la durissima latitanza dei Bembassat. Le campane sono quelle della chiesa di San Bartolomeo di Costa, la stessa del loro Battesimo.
La loro storia si conclude bene ed è ciò che in ultima analisi conta davvero.
Terminano i rischi anche per chi ha protetto i fuggiaschi e li ha sostentati fino a quella fredda primavera del 1945 che porta con sé un clima assai rigido, con la neve a bassa quota e piogge ininterrotte, vale a dire le peggiori condizioni climatiche possibili.
Ovunque imperversa il maltempo ma per i Bembassat, protagonisti di questa storia, il peggio è alle spalle e il finale è coronato dalla loro salvezza.
La parola fine, però, non è ancora scritta e si riferisce ad un consistente quantitativo di parecchi chilogrammi di argento e di un prezioso anello di proprietà dei Bembassat.
Questo argento approda a Mignone, proveniente da Toscolano Maderno e transitando non si capisce perché, attraverso la Valvestino.
Gli ebrei e ‘l Colonel continua…
La quarta e ultima puntata de “Gli ebrei e ‘l Colonel” sarà pubblicata su questo sito mercoledì 5 febbraio alle 19.
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