Tragedia al porto di Padenghe, un poesia per Musiliu Sunmola
PADENGHE - Cordoglio a Padenghe, dove lavorava, e a Nuvolento, dove viveva, per la scomparsa di Musiliu Sunmola, 59 anni e padre di tre figli. La poesia di Yuleisy Cruz Lezcano in sua memoria.
Ieri, sabato 12, la tragedia. Musiliu Sunmola, 59 anni, conosciuto da tutti come Tony, operaio che lavorava da decenni al West Garda di Padenghe, è caduto in acqua e non è più riemerso (ne abbiamo dato notizia qui).
Yuleisy Cruz Lezcano, poetessa e scrittrice originaria di Cuba e residente nel bolognese, ci manda questa poesia, scritta, spiega l’autrice, «per dare voce a un dolore che spesso resta sommerso, invisibile come le profondità di un lago placido. La perdita di un operaio, di un padre, di un uomo che con le sue mani costruiva e manteneva, è una ferita non solo per chi lo conosce, ma per tutta la comunità che si specchia nelle acque del Garda. ù
Con versi carichi di simboli e immagini – continua Yuleisy Cruz Lezcano -, ho cercato di raccontare quel silenzio d’acqua che diventa eco nel cuore di chi resta: i figli, la famiglia, la casa vuota. Il mio intento è stato accompagnare il loro cammino nel dolore, rendendo palpabile l’assenza, ma anche la presenza invisibile di chi non c’è più. Attraverso la poesia, voglio sensibilizzare sul valore umano dietro ogni tragedia, sull’urgenza di riconoscere e custodire la memoria di chi lavora in condizioni spesso precarie e pericolose. Che questa elegia sia un invito a guardare oltre l’apparenza, a sentire il peso e la fragilità di ogni vita sospesa tra il lavoro e il silenzio delle acque».
Elegia sommersa
A Musiliu Sunmola,
ombra che il lago trattiene, luce che non muore.
(Padenghe sul Garda, 12 luglio 2025)
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una bocca d’ombra ha inghiottito il giorno.
La fronte ha battuto sul ferro del ponte,
poi l’acqua l’ha presa senza rumore.
Il Garda ha mangiato la sua figura,
l’ha stesa sul fondo come un pensiero.
Tra funi, lamiere e barche silenziose,
restava il suo gesto a metà nell’aria.
Tre figli l’attendono senza parole,
con gli occhi piantati in una finestra.
Il vuoto ha imparato a vestirsi in casa,
ha preso le tazze, ha spento i rumori.
Un’ombra pende ancora dalla porta,
un respiro imprigionato nel silenzio.
La casa lo cerca nei muri che tacciono,
nel letto che ancora conserva la forma.
Dal ventre oscuro affiora una vela,
fiume di bolle, carezze di cristallo.
Lenta risale la sua pelle d’oblio,
intessuta d’acqua, muta prigione.
L’abisso serra il suo abito liquido,
avvolge e trattiene un’ombra senza peso.
La morte usa gli ultimi respiri
come armature di velieri.
Sulla superficie dell’acqua una bolla d’aria
si disfa per trovare, nell’angoscia, le parole
d’un canto di culla che accompagni
l’anima che trema nel ricordo che piange.
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