Gli ebrei e ‘l Colonel
Sulle tracce di una famiglia scampata alla Shoah nell’entroterra di Gargnano
di Bruno Festa
Attraversato di buon passo il prato davanti al sagrato, quattro persone si avvicinano alla porta della canonica. Sono due uomini e due donne.
Il sacerdote sta attendendo dietro l’uscio e apre con sollecitudine al gruppetto, che entra in tutta fretta.
Alle spalle la porta si richiude subito.
Le scarpe di tutti sono incrostate dalla brina gelida.
Una delle due coppie, il marito di 54 anni e la moglie di 49, conosce bene il paese, la strada che conduce alla canonica di Costa e la chiesa.
I due abitano da sempre a Mignone, piccolo agglomerato di case a una quarto d’ora di distanza.
L’altra coppia è del tutto sconosciuta ed è approdata da poco nella vallata di Costa di Gargnano dopo un breve soggiorno a Toscolano Maderno.
Lui di 55 anni e lei di 42 sono giunti sul lago da Parigi, la città dove vivono. La loro origine, però, ha radici molto più lontane, la Turchia.
Da alcuni giorni corrono il rischio di arresto istantaneo, con l’immediata carcerazione a Canton Mombello (Brescia) e il successivo internamento a Fossoli di Carpi (Modena).
Da lì la destinazione potrà essere solamente una: Auschwitz.
Fine dell’illusione di condurre una normalissima vita come tutti.
I due non sono dei poco di buono ma persone perbene. Stanno fuggendo come molti altri in Europa e arrivano fin qui per nascondersi, eclissarsi alla vista del ciarpame nazista e fascista che li rincorre pur senza conoscerli. Se catturati saranno identificati con una definizione di due sole parole: razza ebraica. Il loro destino è segnato proprio perché sono ebrei.
Questa storia inizia così e, lo precisiamo subito, si tratta di una storia vera e, soprattutto, documentata per gli aspetti più rilevanti. Non tutto è ancora venuto alla luce e non sappiamo se sarà mai possibile. Qualche interrogativo, infatti, ancora permane e potrebbe essere destinato a non essere sciolto.
Gli elementi portanti però sono emersi con qualche documento a sostenerli e con tante testimonianze a comprovarli.
A indagare con certosina pazienza e tanta passione per portare alla luce questi fatti sono due ex bancari: Tullio Righettini (con origini a Mignone) e Remo Franzoni (di Costa), attualmente in pensione e residenti a Toscolano Maderno.
Anche chi scrive ha le radici nel piccolo agglomerato del Torrazzo, a un tiro di schioppo da Mignone e da Costa.
Sul tavolo sono così finiti alcuni documenti mentre il taccuino si riempie di altri aspetti particolari da analizzare e verificare. Ne esce questo racconto che -anticipiamo il finale- si conclude con la salvezza dei due ebrei che sopravvivranno alla persecuzione nazista e fascista.
Una storia che fino a ieri veniva raccontata qua e là, con qualche esempio, qualche parola, qualche ricordo, ma mai presentata in forma articolata e senza i fronzoli e le fantasie dei racconti attorno a un tavolo o davanti al fuoco.
Nonostante lo sforzo di indagine, però, alcune lacune permangono, si diceva, ma quantomeno la vicenda è stata tolta dal libro delle favole consentendo di esporre il gesto eroico di un intero paese, o di una parte di esso, attraverso una vicenda fino ad oggi sconosciuta.

Tutto ruota attorno alla sera dell’11 dicembre 1943, un sabato.
Il freddo si fa sentire sempre più pungente dopo il tramonto. La brina che ogni mattina compare nella vallata di Costa di Gargnano è destinata a restare incollata ai prati non solo per il corso della giornata ma per mesi, prima di sciogliersi a primavera inoltrata.
Infatti, a dispetto del nome, da Costa -attorno agli 800 metri di altezza- il lago non si intravede neppure.
La gente dei minuscoli borghi sta chiusa in casa e difficilmente qualcuno può notare il piccolo drappello avviato verso la chiesa, complice l’oscuramento dei vetri con fogli color carta zucchero o con panni, così che dall’esterno non sia possibile scorgere alcuna luce, neppure quella fioca di una candela o del focolare: le norme in materia di oscuramento e sicurezza contro gli attacchi aerei sono inflessibili. E gli anziani ancora rammentano il terrore del rombo che giunge dal cielo: è il motore di “Pippo”, come viene chiamato l’aereo degli alleati angloamericani che vola basso e mitraglia ogni punto in cui intravede anche solo un po’ di luce.
Il contesto è infatti calato nel quarto inverno di una guerra che non è mai parsa così vicina come adesso, dopo che un paio di mesi avanti, l’8 ottobre, Benito Mussolini, capo del Fascismo e responsabile massimo di quella tragedia che ha messo in ginocchio l’Italia, è stato portato a Gargnano, dove vive, ha uffici e segreterie, impacchettato per bene dagli “alleati” germanici.
A fare da battistrada al piccolo gruppo arrivato da Mignone a Costa c’è Giuseppe Comincioli che con le dita sfiora appena la porta della canonica.
Il sacerdote, Don Federico Bertola (parroco del paese dal 1942 al 1949), sta attendendo ed apre sollecitamente.
La scena, al buio, con i protagonisti intabarrati e protetti alla vista, ricorda da vicino quella manzoniana della “notte degli imbrogli” con Renzo e Lucia, promessi sposi, che entrano nella canonica di don Abbondio accompagnati da Tonio e Gervaso, i due fratelli con funzione di testimoni per quelle nozze da celebrare al buio e senza gioia.
Ma che resteranno incompiute.
La nostra storia, però, propone qualcosa di molto diverso.
Comincioli (25 settembre 1889 – 4 settembre 1977) guida il gruppetto. Per tutti lui è il Colonel, un uomo che raccoglie la stima della popolazione oltre che dei conti Bettoni Cazzago, proprietari da queste parti di un palazzo a Bogliaco, di un altro a Razone e di enormi estensioni di terreno tra il lago e l’entroterra, punteggiate da grandi cascine e piccoli fabbricati.

Comincioli ricopre un incarico di prim’ordine nel mondo che in quel periodo è legato all’economia di montagna: lui deve stimare le legne, un mestiere fondamentale in quell’epoca.
Infatti se sul lago si vive soprattutto di pesca e agricoltura o del lavoro nelle poche fabbriche, nell’entroterra si è particolarmente legati all’allevamento di animali ma anche al taglio e alla vendita di legna per il fuoco o per produrre carbone ma anche legname per le costruzioni: solette per il pavimento degli edifici, per i sottotetti e per chiudere e coprire le limonaie sul lago.
Forse proprio da questo compito gli può derivare il soprannome Colonel, dato che nell’entroterra gardesano ancora oggi c’è chi ricorda l’uso dell’espressione un colonel di legna, riferito a un pezzo di bosco assegnato a qualcuno per il taglio di un quantitativo di legna corrispondente a un centinaio di quintali circa. Il termine colonel di legna è oggi sostituito da squadretta di legna.
Ma, dalle testimonianze raccolte e tramandate fino a oggi, l’appellativo di Colonel potrebbe invece essere mutuato dal portamento e dal carattere della persona che incute rispetto (il termine che si sente è soggezione) a chiunque, inclusi i suoi fratelli, ben più di quanto ne esercitino gli stessi genitori. Da questa forte considerazione nella quale il personaggio è tenuto trarrebbe origine il soprannome che rammenta il grado militare.
Comincioli, potendo fare conto sulla sua lunga esperienza e una grande perizia, assegna la superficie dei boschi da tagliare e valuta quanti sono i quintali da abbattere.
Il Colonel conosce profondamente la Bibbia, che legge abitualmente; ogni sera recita il rosario assieme all’intera famiglia. Insomma: ci troviamo di fronte a un uomo che con la forza della sua personalità incute rispetto ed è apprezzato dalla comunità che, come si dice da queste parti, lo porta in palmo di mano.
Oliva Festa, la moglie del Colonel (31 gennaio 1894 – 1 marzo 1980), è apicultrice e pure attorno a lei la stima non manca, dotata com’è di carisma e tanta competenza. Vende il miele delle sue api anche sulla riviera del lago, e -lo vedremo presto- questo particolare avrà un rilievo nella storia che raccontiamo. Oliva vince il primo premio in un concorso per “l’incremento dell’apicoltura razionale”.

I due non hanno figli, ma Comincioli ne ha avuti due nel precedente matrimonio, prima di restare vedovo.
La porta della canonica si chiude alle spalle dei coniugi Comincioli e delle altre due persone che li seguono e che rivestono il ruolo di protagonisti principali. Prima entra l’uomo, Bernardo Bembassat, nato il 16 marzo 1888, figlio di Giuseppe e di Bulina de Toledo. I genitori di Bernardo sono entrambi di Adrianopoli (oggi Edirne, Turchia).
Le voci raccolte lo definiscono molto ricco al punto di possedere otto abitazioni a Parigi, dove vivono altri fratelli.
Dopo di lui entra la moglie Elisa Bottor coniugata Bembassat, nata il 15 settembre 1901, figlia di Marco e di Zinrhorn Heskia, entrambi i genitori di Elisa sono di Costantinopoli (oggi Istanbul, Turchia). Di Bernardo abbiamo il ritratto ma, purtroppo, non è stato possibile recuperare quello di Elisa.

Nella Digital Library del Centro Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano figurano i nominativi di altri due Bembassat, Vittorio e Giacomo, padre e figlio. Loro non riescono a sfuggire allo sterminio ma vengono arrestati a Verona, quindi deportati ad Auschwitz e assassinati. Il papà è nato nel 1888 a Adrianopoli (la stessa città di cui è originario Bernardo) mentre il figlio è del 1917.
Ebbene, tra le testimonianze raccolte, una riporta che Bernardo ed Elisa sono riusciti ad eclissarsi all’occhio dei tedeschi proprio nella città di Verona, fuggendo e raggiungendo non si sa come la sponda occidentale del Garda.
Verosimilmente si può trattare di una semplice coincidenza casuale, ma va segnalata.
A Costa di Gargnano la piccola comitiva si sposta dalla canonica alla attigua chiesetta. Passando dalla sagrestia notano il manoscritto che riporta i nominativi dei parroci del paese dall’inizio del secolo: Giuseppe Samuelli, Bortolo Antonioli, Orazio Barezzani, Marco Cipani, Giovanni Bontempi.
Entrati in chiesa vedono il paliotto dell’altare, di particolare pregio, opera di Cristoforo Benedetti o della sua bottega.
Chissà se questa unicità viene osservata.
Il battistero è in fianco, nella cappella dedicata a San Giovanni Battista, a destra del presbiterio.
Lì c’è il fonte battesimale: una struttura in pietra alta poco più di un metro con due piccole vasche ovali molto ben modellate all’interno della parte superiore.

La cerimonia con pronuncia della rituale formula si svolge in un brevissimo lasso di tempo: “Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.
I due adulti ricevono il Battesimo dal parroco, don Federico Bertola. Per Bernardo Bembassat il ruolo di padrino è rivestito da Giuseppe Comincioli mentre sua moglie Elisa Bottor ha per madrina Oliva Festa.
In due fogli separati, un atto per ciascuno, i neo battezzati firmano sul registro dei battesimi assieme a padrino e madrina.
Sui documenti qualche improprietà qua e là si coglie.
Nell’atto di Battesimo di Bembassat, sul quale compare la firma di Comincioli che gli fa da padrino, questi viene indicato come Comincioli Giuseppe, ma lui si firma Giacomo.
E anche nella foto a ricordo dei combattenti gargnanesi che hanno combattuto durante la Prima Guerra Mondiale appare come Giacomo. Che si tratti della medesima persona non si evince solamente dal suo anno di nascita (1889) ma soprattutto dalla perfetta somiglianza fisica di questa immagine che riporta il nome di Giacomo confrontata con altre che sono a nome di Giuseppe.
La conferma arriva da un atto notarile in cui le sue generalità riportano entrambi i nomi, Giuseppe – Giacomo, accostati l’uno all’altro e separati da una lineetta.
Sui due atti di Battesimo i Bembassat risultano residenti a Maderno, ma sul documento di Bernardo compare anche Gargnano, scritto tra parentesi, quasi a indicare che si tratta di un errore. È probabile che il loro arrivo a Mignone sia recente.
Sono aspetti burocratici formali ai quali oggi badiamo molto ma che non rivestivano la medesima valenza ottant’anni orsono. Senza aggiungere che non era raro che un neonato, al quale veniva attribuito un nome “ufficiale”, si sentisse chiamare nella sua quotidianità di adulto con un nome diverso magari per ricordare una persona cara scomparsa.
I documenti sono completati con la firma del parroco.
Conclusa la rapida cerimonia il sacerdote resta in canonica dopo avere chiuso la porta alle spalle dei due neo-battezzati che, con padrino e madrina, escono e si incamminano verso Mignone.
In sostanza i due ebrei -ora battezzati- sono in questo modo cristiani cattolici.
Non si entra ovviamente nel merito di questa scelta, che rimane personale.
Si può, però, ipotizzare che lasciare una religione perseguitata per sposarne un’altra che non solo è tollerata ma è quella ufficiale dello stato italiano possa, nella mente degli interessati, offrire la garanzia di non essere sottoposti a persecuzione, con arresto e uccisione.
Un calcolo errato.
Anche in provincia di Brescia, infatti, altri ebrei finiscono in prigione e percorrono il medesimo viaggio verso Auschwitz nonostante si facciano battezzare, scelta forse dettata da convinzione o, più verosimilmente, alimentata dall’illusione di potere salvare la vita.
Nei registri della Comunità Ebraica di Mantova (alla quale nel 1943 fanno riferimento anche le provincie di Brescia, Bergamo e Cremona) sui nomi di queste persone che hanno ricevuto il Battesimo figura una riga di cancellazione, con l’annotazione: “battezzato”.
Quel Battesimo non serve, però, a salvarli e anche per loro tutto finisce tristemente con arresto, carcere a Canton Mombello, campo di concentramento di Fossoli, infine Auschwitz.
Necessita mettere sul tavolo alcune date che aiutano a ricostruire questi fatti.
La vergognosa normativa razzista viene emanata in Italia nel settembre e nel novembre 1938, subito dopo il censimento degli ebrei convocato in agosto.
A fare in precedenza da apripista a tutti questi eventi deleteri è il Manifesto degli scienziati razzisti, pubblicato nel mese di luglio, nonché una continua, martellante e violenta campagna di stampa orchestrata da Telesio Interlandi sul quotidiano “Il Tevere” e sulla rivista “La difesa della razza”.
Nelle redazioni dei due organi di stampa che operano con chiaro obiettivo razzista si ritaglia il suo spazio anche un giovane ambizioso: Giorgio Almirante, classe 1914, laureato, decorato al valore militare ma soprattutto redattore.
E proprio le sue collaborazioni con il giornale e la rivista spiccatamente antisemiti sono apprezzate al punto da fornirgli le credenziali per accedere al Ministero della Cultura Popolare e della Propaganda, dove va a coprire il ruolo di Capo di Gabinetto del Ministro Fernando Mezzasoma.
Quegli uffici occupano per intero Villa Amadei a Salò nella zona del Carmine, di fronte a Palazzo Bellini noto come Croce Rossa.
Le date, si diceva. La più macabra è quella del 30 novembre 1943 quando negli uffici della Scuola Elementare di Toscolano Maderno -in precedenza requisiti per essere trasformati in Ministero dell’Interno- il Ministro Guido Buffarini Guidi emana il Provvedimento di Polizia numero cinque.
È composto da due soli articoli, brevi e chiari: tutti gli ebrei vanno arrestati dal giorno successivo, primo dicembre.
Tutte le provincie della Repubblica sociale italiana, ormai una repubblica razzista, devono dotarsi di campi di concentramento provinciali.
Laddove sia impossibile provvedere si devono usare le carceri.
Per Brescia e provincia c’è Canton Mombello.
Da quella sera, 30 novembre 1943, la Repubblica sociale italiana entra nel cono d’ombra del Reich e non è più collaborazionista con il Reich tedesco, bensì connivente: la Rsi individua gli ebrei, li arresta, li incarcera rendendoli in questo modo pronti e disponibili ad essere caricati su un treno verso i campi di sterminio, risparmiando ai nazisti noiose perdite di tempo e consentendo inoltre di utilizzare i militari in altra maniera, cioè spedendoli al fronte.
Questa è la realtà che si para di fronte con chiarezza agli occhi di Bernardo Bembassat e della moglie Elisa Bottor Bembassat a fine 1943.
I due, molto probabilmente, ritengono che il Battesimo li tutelerà.
Sbagliano. Se porteranno in salvo la vita non sarà per questo motivo.
Sui coniugi incombe un altro pericolo, ancora più crudele, dal quale devono difendersi al pari di chi li aiuta e li nasconde: la delazione.
Le “soffiate”, con le quali c’è chi informa nazisti e fascisti della presenza di ebrei, costituiscono la vera, enorme, preoccupazione.
La polizia ha in mano, si sa, gli elenchi degli ebrei registrati con il censimento del 1938 ed in seguito tenuti aggiornati.
Ma l’elemento persistente che va a integrare queste liste è proprio la delazione, bene retribuita oltretutto.
C’è chi dà un volto alle cifre. Denunciare un uomo porta nelle tasche del delatore circa cinquemila lire e tremilacinquecento una donna.
Un ragazzo o una ragazza valgono attorno alle millecinquecento lire.
Niente male se si considera -per portare un esempio- che un operaio metalmeccanico della Falk di Vobarno guadagna in quel periodo tra le milleseicento e le duemila lire mensili.
In altre parole, denunciare un paio di famiglie porta nelle tasche del delatore una cifra che equivale a un soddisfacente stipendio annuale. Aggiungiamo, amara conclusione, che oltre la metà degli ebrei in Italia viene arrestata da italiani, una media rispettata anche in provincia di Brescia.
Per questo è importante che venga custodito bene il segreto attorno alla eventuale presenza di ebrei rifugiati in casa oppure rintanati sul solaio, nella stalla, nel fienile: per un verso per ovviare alla loro cattura e per l’altro per evitare ritorsioni ed arresti dalle conseguenze funeste o addirittura letali che andrebbero a coinvolgere chi li protegge e li aiuta.
Sono tutte precauzioni da osservare con particolare cautela soprattutto nelle aree montane -come questa- o in zone poco popolate della campagna che vengono a volte sottovalutate poiché ritenute insignificanti e di conseguenza sicure. Invece è proprio là dove una persona non è del luogo e non è minimamente conosciuta che scatta l’attenzione di chi le sta intorno.
E questa porta con sé la curiosità, seguita in molti casi dal pettegolezzo degli abitanti.
E, dal pettegolezzo di qualcuno alla delazione ben pagata di altri, il passo può rivelarsi rapido.
Bruno Festa
Gli ebrei e ‘l Colonel continua…
La seconda delle quattro puntate de “Gli ebrei e ‘l Colonel” sarà pubblicata su questo sito lunedì 3 febbraio alle 19.
La terza e la quarta puntata saranno invece pubblicate martedì 4 e mercoledì 5.
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