Di incoscienti e ratti da click
Le considerazioni della guida alpina Stefano Michelazzi, tra allarmismi e disinformazione: la vera emergenza è la cultura della montagna.
In questa stagione invernale 2025/26, gli incidenti da valanga sono aumentati notevolmente.
Chi pratica delle attività in ambiente fuori dai contesti controllati, negli ultimi anni, a causa di diversi fattori, è in continuo aumento. Questo ovviamente determina anche un aumento delle probabilità incidentali, che sono sempre esistite.
Certa stampa purtroppo, se ne approfitta per scatenare reazioni che si consumano sui social e grazie ai “click” aprono la porta a guadagni per le “testate” ma non spiegano certo il problema, né danno occasione di approfondire un tema, quello della sicurezza in ambiente, che proprio grazie all’aumento dell’affluenza è finito sotto ai riflettori.
Prima dunque non succedevano incidenti? Certo che sì!
Succedevano e le dinamiche statisticamente sono sempre le stesse: valutazione errata del terreno, scarsa o nulla conoscenza delle tecniche di prevenzione e di quelle di auto-soccorso, livello basso di comprensione dei bollettini.
I “ratti da click” però tendono, dentro a certi articoli, a rilasciare opinioni o anche solo accenni di opinione, sempre in negativo, tali da poter poi scaricare valanghe di interventi degli utenti e… “click”.
Inseguire questo modus operandi che induce, non a tentare di capire bensì soltanto a stigmatizzare un evento, provoca la creazione di nuovi “mostri”, di cui quello più preoccupante è quel mostro chiamato disinformazione, seguito da quello chiamato falso problema.
Gridare ”al lupo!”, spinge soltanto verso una richiesta sempre più evidente, di vietare o almeno regolamentare qualcosa che non è di fatto regolamentabile né vietabile.
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Tra le tante diatribe, quella sul rispetto degli eventuali soccorritori.
Partiamo da un principio però: il soccorso alpino in Italia viene garantito in due diverse modalità, una garantita dai Corpi di Stato, l’altra da un servizio di tipo volontaristico.
In tutti e due i casi, l’appartenenza a questo contesto è di tipo volontario, Scelte personali, non obblighi e quindi accettazione del rischio intrinseca.
Poi il mito dell’eroe in Italia non si è mai spento dal Medio-Evo ad oggi e quindi ricercare motivi di “santificazione” è un fenomeno piuttosto ben radicato. Va invece ricordato che queste persone, questi operatori specializzati, non sono deputati al sacrificio né al martirio ma parte di organizzazioni nate proprio per garantire il mutuo soccorso e quindi, come detto, l’accettazione del rischio dev’essere intrinseco.
Altrimenti di attività, anche caritatevoli ma esenti da rischi, ve ne sono moltissime e quindi se non si intende rischiare si può sempre optare per qualcuna di queste. Ciò non significa che quello che sta diventando ormai un mantra: “Tanto c’è il Soccorso alpino”; sia corretto, anzi è sinonimo di assoluta mancanza di criterio nel frequentare l’ambiente ed una falsa certezza per ciò che riguarda il controllo e la sicurezza.
Sbagliato oltremodo, quell’atteggiamento ormai dilagato ovunque di voler far pagare eventuali interventi di soccorso al malcapitato che ha subìto un incidente o magari per diversi fattori si è perso e chiede aiuto.
Dove finisce l’umana carità? Quel mutuo soccorso ideato in tempi antichi che ci rende appunto più umani? E’ tutto una questione di soldi?
Mi è capitato più volte, essendo l’unica Guida Alpina presente in rifugio, di dover intervenire per portare al sicuro escursionisti che per svariati motivi avevano avuto dei problemi di rientro ma seppure avessi condotto i miei clienti in tempo al riparo e fuori la bufera imperversava, non mi sono tirato indietro né ho redarguito poi chi si era fatalmente trovato in condizioni di chiedere aiuto.
Frequentare la montagna ha sempre insegnato questo.
Ci troviamo perciò davanti a due fenomeni opposti ma uniti da un evidente filo conduttore: assenza di cultura.
Assenza di cultura sia per ciò che riguarda le stesse attività, sia per quanto riguarda un concetto di mutuo soccorso che viene sempre garantito da una società civile ma che non dev’essere il motivo per cui mi accollo dei rischi, specie se le mie nozioni ed esperienze sono al di sotto dello stesso.
Nel caso specifico delle attività in ambiente innevato, cade a pennello la massima: “Nessuno nasce imparato!”.
Valutazioni teoriche cercando di capire qualcosa che nemmeno i professionisti riescono a definire, è certamente una forma mentis da evitare.
Soltanto una formazione adeguata, garantisce di essere in grado di affrontare i pericoli che la Natura nella sua proverbiale ingovernabilità ci presenta, formazione che non da certezze assolute ma invita ad evitare quell’arroganza insita nel genere umano definita conquista.
Rinunciare quando non siamo sicuri non è una sconfitta, perché lei, la Natura, è sempre più forte di noi.
Ecco quindi che se vogliamo garantirci di essere in grado di ritornare domani, rinunciamo oggi e con estrema modestia, cerchiamo le fonti corrette dove poterci formare.
Questo non ci darà assoluta certezza che nulla di male potrà accadere, niente e nessuno può farlo ma ci permetterà di essere pienamente coscienti delle nostre capacità e di scegliere il comportamento più adeguato sia preventivamente sia durante la nostra escursione.
Un cambio culturale oggi quindi si impone, se vogliamo continuare ad esprimerci liberamente, senza che la ormai così definita “Società securitaria” ci vincoli.
La nostra personale e vera responsabilità in risposta ad una finta responsabilità politico-sociale tesa soltanto a sgravare da obblighi, chi dovrebbe invece interessarsi di creare politicamente una formazione ed una cultura della prevenzione nella collettività, considerando anche che la Scuola italiana, contrariamente ad altre istituzioni dei nostri vicini Transalpini, non prevede alcun programma in tal senso, malgrado siamo il paese con più territorio montuoso.
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