Manlio Milani al Liceo Fermi, il ricordo delle “vittime consapevoli” di Piazza Loggia

SALO' - Manlio Milani (Associazione dei familiari dei caduti di Piazza Loggia), ha incontrato gli studenti del Liceo Fermi. Ne ha scritto per noi la studentessa Laura Formica.

Nella mattinata del 9 aprile, al liceo E. Fermi di Salò, gli studenti del triennio hanno assistito ad una conferenza di Manlio Milani, il Presidente dell’Associazione dei familiari dei caduti di Piazza della Loggia, che è stato introdotto dal professor Marzio Manenti.

L’incontro si è sviluppato partendo dall’identificazione delle otto vittime, che, come Milani ha più volte sottolineato, non sono da ricordare solo in quanto numeri, ma come vere e proprie persone, vittime consapevoli di un attentato simbolico; infatti, a differenza di molte altre stragi di matrice neofascista avvenute negli anni Settanta che apparivano quasi “casuali”, in quanto avvenivano in luoghi sempre diversi e colpivano senza discrimine vittime colpevoli solo di trovarsi in un determinato posto, quella di Piazza della Loggia a Brescia fu calcolata ed emblematica, programmata proprio in corrispondenza di una manifestazione contro il terrorismo neofascista, in quanto voleva essere un colpo figurato alle istituzioni italiane.

Manlio Milani al Liceo Fermi.

Vittime consapevoli

Milani utilizza appunto il termine “vittime consapevoli” per indicare le otto persone che persero la vita durante l’attentato del 28 maggio 1974, poiché esse si trovavano lì a combattere per i loro ideali, per la patria e per la repubblica democratica, così difficilmente ottenuta e ancora non salda.

Con voce intrisa di emozione ma resa salda dalla determinazione, Milani ha delineato il ritratto di ognuno di loro, fra cui figurava anche la moglie trentaduenne, dipingendoli con umanità e ritraendoli, appunto, come persone vere, con vite e obiettivi, persone a lui care.

Essi erano animati da un bisogno di rivalsa e dal desiderio di condividere un impegno anche politico: volevano difendere i loro diritti di cittadini, le stesse istituzioni e renderle ancora più salde, proteggendole dalla minaccia antifascista che mirava ad un rovesciamento politico, nonostante eventuali discordie personali con il governo; difatti, agivano al di là di preferenze politiche singole, mossi invece dal desiderio di regalare alle generazioni successive un’Italia sicura e dal governo stabile.

L’esperienza storica rimane e permea la città di Brescia, città dalle forti radici operaie, come evidenziato per esempio dal fatto che, nel 1959, fu proprio in questa città che avvenne uno dei primi scioperi mossi non tanto da motivazioni salariali quanto da bisogno di libertà, per chiedere l’abolizione del premio anti-sciopero che assegnava mance a coloro che non scioperavano, in una forma di negazione della libertà di scelta.

Vi erano stati dei gesti scorretti, però, anche da parte degli antifascisti, guidati dalla concezione che “uccidere un fascista non è reato”, punto di partenza che mai avrebbe potuto portare alla vera democrazia e non può quindi essere la risposta o la giustificazione di atti violenti, nemmeno oggi.

La realtà del 1974 non è più a noi attuale, né nei suoi elementi tragici né in quelli comunitari, in quanto raramente oggi vediamo folle che lottino attivamente per diritti o cambiamenti politici, ed è qui che, secondo Milani, sta il problema: la democrazia necessita di volontà, difesa e protezione continua, per mantenerla occorre averne responsabilità e cura che ognuno di noi può e deve contribuire a dare, come sottolineato dal professor Manenti.

Questa vicenda, avvenuta ormai più di 50 anni fa, deve essere uno spunto di riflessione sull’attualità, oggi più che mai, alla luce per esempio dei recenti scambi, più volte citati durante l’incontro, fra il presidente americano Trump e il primo ministro israeliano Netanyahu; la democrazia, ribadisce il professor Manenti, non consiste nello scaricare le proprie responsabilità sugli altri, ma richiede invece una partecipazione attiva che non si ferma al voto.

Il bisogno di risposte e di giustizia

Tornando invece a parlare della strage e in particolare di come lui personalmente l’aveva vissuta, Milani ha affrontato la tematica del bisogno di risposte e di giustizia: non bastava aver trovato alcuni dei colpevoli, ma c’era sete di verità.

Il dibattito processuale intorno al reato durò a lungo, raggiungendo effettivi risultati solo nel 2015, anno in cui Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi vennero condannati all’ergastolo in quanto colpevoli, e nel 2023, quando Marco Toffaloni è stato identificato come esecutore materiale della strage e condannato a 30 anni di reclusione (in quanto minorenne all’epoca degli avvenimenti), che però, in quanto residente, in Svizzera non sconterà.

A Milani e agli altri familiari delle vittime, che si sono riuniti nell’Associazione per trovarsi e vedersi non solo come persone sofferenti ma anche e soprattutto come cittadini, tutto questo però non è bastato a spiegare le motivazioni dietro all’atto, non casuale ma calcolato, che li privò di persone a loro care. “La violenza separa le persone e le rende nemiche”, ha sostenuto Milani, aggiungendo che il bisogno di imporre con la forza principi e valori non condivisi non potrà mai portare del bene, in quanto non si può imporre un credo o un’opinione tramite l’aggressione.

Ad aiutarlo a dare una risposta alla domanda “Chi è colui che uccide?”, però, fu un’esperienza estremamente difficile vissuta nel 2009: un incontro con alcuni terroristi delle Brigate Rosse (gli unici disposti a parlare, a differenza per esempio di Toffaloni il quale rifiutò addirittura di presentarsi al proprio processo), che richiese a lui e agli altri familiari di vittime presenti di immedesimarsi non più nella persona che avevano perso, bensì nell’assassino che li aveva privati di essa, scambiandosi sofferenze; proprio questo scambio può permettere infatti agli assassini di tornare a essere uomini e di recuperare la propria persona nel trovarsi di fronte al peso delle conseguenze politiche e sociali delle proprie azioni, talvolta più pesanti persino del senso di colpa.

Questa possibilità di redimersi è quella sancita dall’articolo 27 della nostra Costituzione, che identifica nel carcere un periodo di riflessione con possibilità di recupero. Questa è la giustizia di cui la nostra democrazia si fa garante, andando al di là dell’odio e promuovendo un messaggio di speranza; è per questa democrazia che vale la pena lottare.

Laura Formica, 4ACL
Foto tratta da https://www.onofriozappala.it/.

 

 

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