Salò: Ministero della Cultura Popolare a Villa Amadei e Villa Bellini
LAGO DI GARDA - Per celebrare gli 80 anni dalla Liberazione, pubblichiamo venti articoli di Bruno Festa che ripercorrono le vicende gardesane della Rsi, dall'arrivo di Mussolini a Gargnano alla Liberazione.
A Salò, nella piazzetta del Carmine due fabbricati sorgono uno in fronte all’altro.
Più a monte c’è il Palazzo della Croce Rossa Italiana, nome e utilizzo che risalgono al 1931, quando la Croce Rossa lo acquisì ospitandovi la colonia infantile maschile “Principe di Piemonte”.
L’edificio era sorto nel XVI secolo su iniziativa della famiglia Rotingo, che lo cedette nell’800 alla famiglia Bellini.
La proprietà della splendida villa si allungava fino al lago e su una porzione di questo terreno, aldilà di Via Cure del Lino, negli anni Trenta del ‘900 venne edificata Villa Amadei. Stando a Liliana Aimo, puntuale studiosa della realtà salodiana, le due proprietà erano comunicanti attraverso un tunnel sotterraneo.
In questi due edifici trovarono spazio gli uffici del Ministero della Cultura Popolare a poche centinaia di metri dall’Agenzia di Stampa Stefani, in via Brunati.

L’apparato del Ministero della Cultura Popolare era completato dalle sedi di rappresentanza di Roma e Milano, con la Direzione per lo Spettacolo (che assunse le competenze su cinema e teatro) e gli Affari Generali a Venezia.
Accuse di scarsa serietà (anonime, ma che finirono sul tavolo del Duce) piovvero sulla sede salodiana in considerazione che «nel lasciare Roma non pochi funzionari hanno sperato che nella sede Nord il lavoro si sarebbe svolto in un ambiente diverso da quello di prima, in maniera più aderente alle iniziative ed alle esigenze della propria personalità senza eccessivi diaframmi burocratici. Viceversa, dopo un primo momento di euforia, tutti hanno potuto constatare l’avvilente ritorno allo stesso sistema di prima del 25 luglio ed in un certo qual senso ad un suo peggioramento.
Si è ritornati in pieno alle stesse condizioni di prima, per cui agli uomini di fede e di intelligenza non rimane altro che registrare le fesserie degli altri e guastarsi il fegato per l’impossibilità di non potere fare niente. Accade così che in seno al Ministero della Cultura Popolare è attualmente in atto una specie di collegialismo, per cui tutto il lavoro è concentrato nelle mani di pochi iniziati ai segreti ministeriali, i quali non lasciano agli altri se non la magra funzione di numeri e di dipendenti, neutralizzando ogni iniziativa e ogni apporto spontaneo di energie tanto più necessario in un Ministero squisitamente politico. Ne consegue che i migliori elementi non avendo trovato terreno adatto al loro temperamento hanno già tagliato o cercano di tagliare la corda per trasferirsi a Venezia o a Milano».
Verso la fine di ottobre 1943 il Ministro Fernando Mezzasoma arrivò da Roma con la sua famiglia e il suo staff.
C’era anche sua moglie Anna, che arrivò di malavoglia e nel suo diario annotò che «un senso di oppressione aleggiava in quel luogo».
Alla guida del Gabinetto del ministro, nel maggio 1944 fu nominato Giorgio Almirante, che succedette a Gilberto Bernabei.
Nel settembre 1944 Almirante si rivolse al podestà di Salò, chiedendogli di vigilare severamente poiché gli risultava che alcuni dipendenti del Ministero della Cultura Popolare ricevevano illecitamente dal Comune il sussidio riservato agli sfollati.
L’assunzione di Almirante era dovuta ad alcune motivazioni, riportò nel suo dispaccio ufficiale l’Agenzia di Stampa Stefani. Tra i titoli di merito del trentenne neo capo di gabinetto figurava la sua laurea, la decorazione al valore nonché il ruolo rivestito all’interno delle due redazioni del giornale “Il Tevere” e della rivista “La Difesa della razza”, entrambi diretti da un antisemita di rango, Telesio Interlandi.
Mezzasoma, classe 1907, era il più giovane ministro della Rsi e l’incarico più importante e gravoso che gli venne affidato fu senz’altro quello di controllare e indirizzare la stampa, dato che nei 600 giorni di Salò si assistette al moltiplicarsi di iniziative editoriali. Si stampavano 57 quotidiani (17 dei quali in Lombardia) e 214 periodici.
Il console germanico Moellhausen fotografò il compito di Mezzasoma come “l’ingrata missione di far credere ciò che è impossibile poter credere“.
Tra le incombenze del Ministero figurava l’ascolto delle stazioni radiofoniche estere, le cui sintesi finivano sul tavolo del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Francesco Maria Barracu.
La vita di Salò era monotona, scrisse Aurelio Garobbio e l’ambiente gardesano era quello che era, “in quei piccoli centri seminati lungo un’unica strada, si resta talmente appartati, vivendo un po’ fuori dal mondo, e non le grandi ondate della tempesta giungono, ma la loro eco, a volte affiochita. Altro è vivere in una grande città come Roma, altro trovarsi pigiati a Salò. Sempre le stesse facce: sul lungolago, nei modesti caffè, negli angusti alberghi. Vita e miracoli di ognuno, tutto si sa, quasi i funzionari vivano tra pareti di vetro”.
Mentre nel resto d’Italia e d’Europa si combatteva, a Salò ci si annoiava, al punto che “più tardi Mezzasoma, per trovare uno svago, ordinerà che mandino al teatro comunale compagnie d’opera, d’operetta, di prosa; nel cortile di Villa Speranza si organizzerà un cinema all’aperto; un altro per gli Esteri a Villa Simonini. Ma a teatro, al cinema, sulla spiaggia, gli stessi visi, sempre gli stessi visi. Vanno a Brescia oppure a Desenzano, i funzionari, nei giorni di libertà? A Brescia e a Desenzano, sulla tramvia e sul piroscafo, finiscono per incontrarsi, inesorabilmente”.
Terminata la guerra, anche l’archivio del Ministero della Cultura Popolare finì nel mirino ed emerse che, nonostante la protezione garantita dalla Guardia di Finanza nei giorni dell’insurrezione, ci si trovava di fronte alla “totale mancanza di organicità nell’ordinamento: manca, difatti, una struttura dell’Archivio di Gabinetto; la successione dei fascicoli non risponde ad alcun criterio, logico o cronologico. Più organica sembra essere la parte che raccoglieva le carte della direzione generale per i servizi della propaganda” scrisse Elvira Gencarelli.
Negli ultimi giorni di aprile e nel mese di maggio 1945, vennero eseguiti accertamenti sui dipendenti della Cultura Popolare, dopo la stesura di un elenco degli appartenenti all’ex Minculpop che dovevano essere fermati.
Altri funzionari vennero catturati attorno al 29 aprile. La vigilanza era a 360 gradi e l’obiettivo era di salvaguardare tutto nella massima misura possibile.
Il materiale dell’ex Ministero recuperato a Villa Amadei e depositato nel magazzino del CLN fu elencato in un inventario del 5 maggio 1945.
Se ne occupò il capitano USA William D. McCain (6 Maggio 1945) che scrisse che gli uffici del Ministero della Cultura Popolare erano in Villa Amadei, sorvegliata da partigiani. I documenti rimasti erano al sicuro, alcuni già trasferiti a Milano il mese prima mentre una grande quantità è stata bruciata di recente. Una grande quantità era invece ancora nella Villa.
McCain, dopo l’ennesima ispezione (27 maggio 1945), aggiungeva di avere visitato Villa Amadei, dove erano stati locati gli uffici del Ministero della Cultura Popolare. Ad occupare l’edificio era ora il Servizio Relazioni Pubbliche della Quinta Armata statunitense.
Nessuna informazione emerse in riferimento ai locali requisiti a favore dell’Agenzia di Stampa Stefani, nelle vicine scuole di via Brunati.
Presidente dell’Agenzia di Stampa era il senatore e giornalista Luigi Barzini, su nomina dello stesso Mussolini.
Il direttore Ernesto Daquanno, futurista e amico di Filippo Tommaso Marinetti, aveva partecipato nel 1919 alla fondazione dei Fasci. Lavorò per la Stefani fino alla fine, seguendo Mussolini da Salò a Milano, poi a Dongo. Fucilato sul lungolago, la sua salma fu tra quelle esposte in Piazzale Loreto.
Quanto al fabbricato della Croce Rossa (Villa Bellini) al termine della guerra venne requisito per alloggiarvi le truppe alleate.
Bruno Festa (b[email protected])

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