Spiragli di luce e di futuro per il Carpione del Garda

LAGO DI GARDA - Gianluigi Goi interviene sul futuro del Carpione, salmonide tanto pregiato quanto a rischio estinzione, alla luce dei risultati del progetto ASTRO, coordinato dalla Fondazione FEM di San Michele all'Adige.

Scrive il lettore: «Per la mitologia del Benaco, denominazione classica del lago di Garda, il maggiore dei laghi italiani, è figlio del dio Saturno e della sua età dell’oro; per le popolazioni che ne abitano le sponde (bresciani, veronesi e trentini) bello, elegante e sfuggente è l’iconico simbolo di questo lago che profuma e ha i colori del Mediterraneo ma è adagiato ai piedi delle Alpi.

Per i buongustai, i pochi che hanno avuto la ventura di gustare le sue carni estremamente delicate in quanto ormai da diversi decenni di reperimento molto difficile e altrettanto costoso, di qui il divieto assoluto di pesca essendo specie a rischio di estinzione, il Carpione del Garda (Salmo trutta carpio), endemico cioè presente solo in questo lago – in una antichissima relazione della Repubblica di Venezia si legge:  Benaco “unico carpionista laco” –  rappresenta una vera e propria meta “del gusto raffinato” che però, fra non molto, sarà possibile frequentare come mai nel passato.

 

Il progetto ASTRO

Una sorta di piccolo miracolo reso possibile dai risultati ottenuti nell’ambito del progetto “ASTRO, competitività e sostenibilità dell’acquacoltura di montagna” che ha consentito la messa in relazione di aziende, produttori e ricerca scientifica impegnati sinergicamente.

Coordinato dalla cooperativa Astro, espressione dell’Associazione Troticoltori Trentini, referente scientifico la Fondazione trentina FEM (realtà didattica e scientifica di prima grandezza, attiva dal 1874) coadiuvata dall’Università di Bologna e da numerosi esperti di discipline e competenze specialistiche (quali acquacoltura, idrobiologia, biologia computazionale, genomica della conservazione, agricoltura digitale, bioeconomia accompagnate dalle più recenti acquisizioni della genetica), il progetto si avvia alla fase conclusiva (marzo 2027) con i ricercatori impegnati ad approfondire gli aspetti biologici e genetici della specie e a sviluppare protocolli di allevamento standardizzati accompagnati da sistemi di caratterizzazione genetica e tracciabilità.

 

La produzione in allevamento

In altre e più semplici parole, individuate le caratteristiche biologiche e genetiche indispensabili per garantire il più possibile la “purezza” e la “selvaticità” originali della specie, si passerà alla produzione a scopo alimentare in allevamenti ad hoc.

L’obiettivo è rendere fattibile una produzione controllata che risponda al mercato senza aumentare la pressione sulla popolazione selvatica “mantenendo ben distinta – questa la sfida dirimente del progetto – la dimensione produttiva da quella di conservazione della specie”.

Pesce di qualità premium che necessiterà di particolare attenzione anche nella fase di commercializzazione e di personale adeguatamente preparato.

 

Investimenti milionari

I prezzi saranno necessariamente alti, ma la richiesta è assicurata. L’intero sistema, a tutela sia del consumatore che degli ambienti fluviali locali di loro aventi elevato valore ecologico, sarà completato da monitoraggi e da certificazioni ambientali facenti parte integrante del sistema.

Sul piano più propriamente operativo, 11 impianti di pescicoltura trentini usufruiranno di 13 milioni di euro – il progetto è finanziato dal MASAF (ministero dell’Agricoltura) – per migliorare le performance produttive e tutelare al meglio la qualità delle acque reflue delle vasche e, novità importante e specifica, la costruzione ex novo e in via sperimentale di una “bioraffineria capace di recuperare gli scarti organici della filiera produttiva compresi i cascami della lavorazione dei pesci per reimmetterli nella filiera Food e Feed con prodotti a base di olio di trota e farina di trota sia per l’alimentazione umana che per quella di cani e gatti”».

Gianluigi Goi

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