Attivisti gettano farina nella Sala dei Giganti di Palazzo Te
MANTOVA - Blitz degli attivisti di No Food No Science a Palazzo Te: slogan contro il salumificio Levoni, socio della Fondazione Te, e il denaro che compra la cultura; farina sul pavimento a simboleggiare l'impronta umana sul pianeta.
Nella mattina del 4 gennaio, meno di un anno dopo la prima volta, quattro attiviste di No Food No Science, la campagna contro le sponsorizzazioni della zootecnia, sono tornate a Palazzo Te a Mantova per scagliarsi contro Levoni, socio fondatore della Fondazione che gestisce il museo.
Questa volta, dopo aver colpito con del letame un Picasso lo scorso anno, hanno scelto la Sala dei Giganti di Giulio Romano, dove hanno aperto due striscioni recanti la scritta “Levoni fuori dalla cultura”, hanno cosparso il pavimento di farina, a simboleggiare l’impronta umana sulla Terra, e lanciato finte banconote ricordando come Palazzo Te sia sotto il controllo del salumificio locale.

I precedenti
«La Fondazione Palazzo Te, che include Levoni tra i soci fondatori – fa sapere No Food No Science tramite una nota -, gestisce il museo dalla fine del 2023, quando il Comune di Mantova, guidato dall’attuale giunta Palazzi, ne ha ceduto la gestione alla Fondazione, composta da altre aziende private e dal Comune stesso.
Nell’ultimo anno e mezzo il collettivo antispecista ha preso di mira Levoni in svariate occasioni, per esempio durante le ultime due edizioni di Food&Science, le ultime due di Festivaletteratura, nella protesta eclatante dello scorso anno in collaborazione con Ribellione Animale, che si è svolta proprio a Palazzo Te.
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Selezionate per te da Garda OutdoorsNell’ottobre 2024, inoltre, il salumificio era stato investito da uno scandalo non di poco conto: undici allevamenti che riforniscono Levoni – scrive No Food No Science – sono finiti sotto indagine dei NAS per maltrattamenti sugli animali e precarie condizioni igieniche».
La richiesta del collettivo antispecista è che «Levoni sia allontanata dalla Fondazione in quanto includerla consiste in una implicita legittimizzazione degli allevamenti intensivi e dei mattatoi (Levoni ne possiede uno a Marcaria, in provincia di Mantova)».
«La cultura non dovrebbe essere messa in vendita al miglior offerente. La privatizzazione dei beni culturali danneggia tutte e tutti, ancora di più quando un’operazione di questo tipo legittima un sistema come quello zootecnico, di cui la Pianura Padana è patria e di cui subisce tutte le conseguenze negative: numeri esorbitanti di animali uccisi e conseguenti condizioni invivibili per loro, emissioni di nitrati, azoto, ammoniaca, particolato atmosferico che rendono la nostra provincia una delle più inquinate d’Europa», dichiara Federico, uno degli attivisti presenti a Palazzo Te.
Gli allevamenti intensivi in Lombardia
Secondo il report di Greenpeace “Fondi pubblici in pasto ai maiali”, della fine del 2024, in Lombardia, infatti, vengono allevati il 48% dei suini, il 26% dei bovini e il 17% degli avicoli presenti sul territorio nazionale.
Terreni agricoli e falde acquifere sono invasi dalle deiezioni prodotte dagli animali, danneggiando qualità dell’acqua ed equilibrio degli ecosistemi.
Di recente, sempre a seguito di un’investigazione di Greenpeace, un maxi allevamento di maiali a Roncoferraro (Mantova) è stato multato e posto sotto sequestro. A seguito di un’inchiesta di Report di fine novembre, invece, è scattata l’allerta alimentare intorno all’operato del Macello Bervini di Pietole, indagato per i reati di frode nell’esercizio in commercio e vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine, ma ancora autorizzato a macellare animali.
Per quanto riguarda l’allevamento più in generale, dopo anni di disagi legati alle peste suina, nel mantovano siamo attualmente a quota sedici focolai di aviaria e oltre 700mila animali abbattuti.
“Allevamenti e mattatoi costituiscono un problema etico, ambientale e sanitario che non può più essere ignorato: le istituzioni dovrebbero aiutare nel metterlo in evidenza, non collaborare con chi è responsabile di problematiche di tale portata.” conclude Aldo per conto del collettivo antispecista.

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