Angelo Beltrami, nato a Moniga, classe 1921.
Chiamato alle armi, non ancora ventenne, il 9 gennaio 1941, dopo essersi presentato al Comando a Desenzano, venne assegnato al battaglione “Vestone”, facente parte della Divisione Alpina “Tridentina”. Successivamente trasferito a Torino, non riuscì ad ultimare il corso da sergente in quanto arrivò l’ordine di mobilitazione direzione Russia, inquadrato nell’8° Armata Italiana, conosciuta come ARMIR.
Per capire quanto questa esperienza rimarrà sempre nella sua mente, basti pensare che a distanza di circa ottant’anni, Angelo ricordava ancora, sbagliando in realtà di un solo giorno, la data della sua partenza. Era il 25 luglio 1942, lui ricordava il 26.
Il viaggio durò dieci giorni, “…il treno era più fermo che in viaggio” ricorda Angelo. Una volta “scaricati” (termine usato di proposito che lascia immaginare le condizioni in cui viaggiavano i soldati) dal treno, vennero fatti marciare per una giornata fino alla postazione assegnata al suo battaglione, vicino ad una grande pozza d’acqua, utile ad abbeverare gli animali al seguito dell’esercito. Era difatti caratteristica tipica dei reparti Alpini, utilizzare i muli come supporto al trasporto del materiale. Crearono degli accampamenti e vi rimasero per circa due settimane finché non arrivò l’ordine di trasferimento.
Caricati su automezzi, il viaggio non fu dei più semplici a causa delle condizioni in cui erano rimasti nelle settimane precedenti. La grande pozza d’acqua veniva difatti utilizzata per lavare uomini, animali e anche dissetarsi; con un leggero imbarazzo racconta che gli attacchi di dissenteria erano ormai la normalità, la colonna non si poteva fermare ogni volta perciò “si usciva col sedere dal camion e quello che succedeva, succedeva…”.
Per il suo parziale corso da sergente prima della partenza, venne nominato capo plotone “…ma con la paga da alpino in quanto non avevo finito il corso…i soldi se li sono tenuti loro”. Pochi giorni dopo il loro arrivo nella nuova posizione assegnata, arrivò il momento del “battesimo del fuoco” per Angelo e i suoi commilitoni: l’attacco italiano, in un campo ricoperto di girasoli, fu contrastato dall’artiglieria nemica; “…era tutta una cascata di bombe, alcuni erano feriti, altri morti”, gli ufficiali urlavano “avanti, forza!! Dobbiamo arrivare o ci uccidono tutti…”.
L’attacco durò tutto il giorno, chi non veniva colpito cercava di ripararsi nelle buche create dai colpi esplosi in precedenza finché non arrivò l’ordine di ritirata. “I girasoli erano talmente alti che si vedeva solo il cielo stellato, non si capiva più da che parte si stava andando…cercavamo i girasoli che avevamo piegato quando stavamo andando avanti, per tornare indietro…”.
Quando riuscirono a raggrupparsi, nella postazione di partenza dell’attacco, constatarono con tristezza che nel loro plotone, composto inizialmente da 42 uomini, erano rimasti solamente in 12. Nelle settimane successive la situazione rimase tranquilla, per quanto possibile in zona di guerra e i soldati si tennero occupati creando postazioni di difesa, caratterizzate da buche che contenevano interi plotoni con coperture fatte in legno, utilizzando le piante che venivano tagliate durante il giorno. Arrivò poi l’ordine di trasferimento, direzione Don, il fiume che diventerà celebre come punto della massima avanzata italiana nella Campagna di Russia. La situazione, sulle sue rive, rimase stabile per un paio di mesi, ogni tanto c’erano delle “scaramucce”, scambi di fucilate tra i due eserciti ma Angelo ricorda perfettamente che “…lì nessuno ci ha lasciato le penne…”.
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Selezionate per te da Garda OutdoorsLa tranquillità finì nel gennaio del 1943, quando iniziò l’attacco e conseguente sfondamento del fronte da parte dell’esercito russo “…vidi i russi attraversare il fiume ghiacciato con i loro parabei” (Angelo chiamava così i fucili dei russi). Si ritirarono e si ritrovarono insieme ad ungheresi e rumeni, in quel momento scoprirono di esser già stati accerchiati dal nemico. Ognuno si caricò lo zaino di coperte e di tutti i viveri trasportabili, il resto venne abbandonato.
Inizialmente si cercava di evitare i piccoli paesi che si trovavano sul cammino in quanto erano spesso occupati dai partigiani locali, pronti a tendere imboscate agli italiani in ritirata. Questa situazione non poté durare a lungo, le provviste scarseggiavano perciò bisognava obbligatoriamente entrare nei villaggi alla disperata ricerca di cibo.
Ci furono ogni volta degli scontri, tanti ragazzi morirono in quelle circostanze, non rividero mai la Patria per aiutare i propri commilitoni a riaprire la strada verso casa, villaggio dopo villaggio, casa dopo casa. La tattica dei partigiani era sempre la stessa, dopo un breve scontro a fuoco, si ritiravano e aspettavano gli italiani al villaggio successivo; questo triste “rituale” si ripeté per una decina di giorni.

La sera prima di quella che diventerà una delle battaglie più famose della storia italiana, Nikolajevka, Angelo riuscì, insieme ad altri a riposare in una capanna; per la prima volta dopo parecchio tempo, quei ragazzi avevano un tetto sulla testa e della paglia su cui dormire “…ci sembrò di essere dei signori…”.
Fino a quel momento, le case dei vari paesi venivano occupate quasi interamente dai tedeschi e la maggior parte degli italiani, da quando era iniziata la ritirata, era costretta a dormire all’aperto, a temperature che talvolta raggiungevano i -40°.
Improvvisamente, all’interno della capanna, si scatenò un incendio, che, con la presenza della paglia, si diffuse rapidamente. Inizialmente si pensava ad un attacco russo, perciò i soldati cercarono di mettersi in salvo, cercando di uscire. Si dormiva uno sopra l’altro, tutti ammassati pur di stare al riparo dalle gelide temperature; si scatenò il panico al momento della fuga in quanto ci si ammassava cercando di uscire dalla piccola porta, da cui passava un uomo alla volta.
Angelo fu tra i fortunati a salvarsi, tanti suoi commilitoni bruciarono vivi all’interno di quello che doveva essere il loro rifugio per quella notte. Scoprirono che i russi non c’erano, probabilmente fu una scintilla che innescò quel disastroso rogo. Quella notte, il termometro segnava -41°, in più il vento gelido aumentava il freddo percepito, Angelo ammette che “…cercavamo di scaldarci con i corpi di quelli che erano riusciti ad uscire in fiamme dalla capanna e che erano morti poco dopo…”.
È in quel momento che fu ferito, quando una granata di quegli uomini che stavano bruciando, a causa del calore, scoppiò. Angelo fu investito dalle schegge dell’esplosione, colpito soprattutto sulla testa, perdeva molto sangue ma nemmeno gli infermieri avevano più le cassette mediche o i kit di pronto soccorso. L’unico modo era quello di chiedere aiuto a quelli che, in teoria, erano ancora i loro alleati, i tedeschi. Fortunatamente un suo commilitone incontrò un ufficiale medico tedesco che lo fece entrare nella sua capanna e lo medicò.
La mattina dopo la marcia ripartì fino ad arrivare alle porte di una cittadina, fermi in una grande prateria leggermente in pendenza, quella cittadina era appunto Nikolajevka. Il generale Reverberi riunì i superstiti e urlò “…per andare avanti serve tutto il gruppo, il Vestone avanti, dopo questo paese siamo fuori dalla sacca!”.
Attaccarono i russi quasi senza armi, con la forza della disperazione e li travolsero, anche se pagando un prezzo in vite umane molto alto “…saremo venuti fuori forse, in un terzo di tutto il battaglione…”. Il giorno seguente, insieme ad altri si fermarono in una casetta di legno dove trovarono una donna anziana che li ospitò “…l’unica donna che ho visto in tutta la Russia, vedevo solo le pallottole e le cannonate russe, di quelle ne ho viste parecchie…”
Essendo stato ferito, con la testa quasi completamente fasciata, fu caricato sui camion italiani che aspettavano i reduci usciti dalla sacca, trasportato all’ospedale di Karkow e poi a Kiev dove fu medicato. Fino a quel momento aveva ricevuto medicazioni quasi improvvisate, col poco materiale a disposizione. Caricato successivamente su carri bestiame, direzione Varsavia per poi esser trasferito sul treno diretto in Italia. Il viaggio durò diciassette giorni, passati per lo più a dormire, finché arrivò all’ospedale di Milano, dove fu messo per terra su un materasso. Passò il curato a chiedere i nomi e indirizzi dei feriti, così da poter scrivere alle famiglie, “…la mia famiglia non aveva più miei notizie da almeno tre mesi…”. Sua madre andò all’ospedale ma non riuscì a salutare suo figlio, avendo il volto fasciato non fu riconosciuto. Trasferito poco dopo all’ospedale di Como dove ricevette altre cure per le schegge che aveva ancora in corpo, tornò a casa nel marzo 1943.
Con la nascita ed insediamento sul Garda della Repubblica Sociale Italiana, Angelo fu richiamato alle armi e destinato a Bogliaco, come istruttore alle nuove leve, nella caserma che lo aveva già ospitato due anni prima. Una mattina, arrivò l’ordine di partire in marcia, direzione Capovalle. Una volta arrivati a destinazione, trovarono le cucine da campo che stavano preparando il brodo caldo, quel giorno mangiarono tutti insieme, soldati ed ufficiali, in un grande prato. Improvvisamente l’attenzione di Angelo e dei suoi commilitoni cadde sul colonnello che si presentò, ma in borghese; “Come avete visto la mia divisa è questa, io non sono più il vostro comandante…fate anche voi quello che faccio io…” disse. Tanti di quei ragazzi non se lo fecero ripetere due volte, presero immediatamente le strade per le montagne (cercando così di evitare di esser scoperti dalle truppe tedesche presenti in zona) e tornarono alle proprie case, dai propri cari. Quel giorno, anche per Angelo, la guerra finì.
“La guerra in Russia, noi Alpini, non l’abbiamo fatta tanto con le armi, ma nella sacca, la maggior parte dei miei compagni sono morti durante la ritirata…” conclude così il suo racconto.
Decorato successivamente con la Croce al Merito di Guerra, Angelo è uno dei tantissimi ragazzi che partì per la Russia, ma uno dei pochi che riuscì a tornare, dopo una marcia estenuante, a temperature proibitive per l’essere umano, quasi senza viveri ed indumenti adatti. Angelo è uno dei ragazzi sopravvissuti a quella che, ancora oggi, è una delle pagine più drammatiche della storia italiana.
Si stima che le perdite, durante la ritirata di Russia, furono di circa 85000 uomini. Un dato che conferma la frase di Angelo, se si considera che fino all’inizio della controffensiva russa, le perdite italiane furono di circa 5000 uomini. Angelo ha voluto raccontare la sua storia, per far sì che il ricordo di tanti ragazzi come lui, soprattutto di chi non ce l’ha fatta, rimanga sempre vivo in ognuno di noi.
Sebastiano Pernigo
L’intervista integrale si può trovare su Youtube, a cura della Sezione “Monte Suello”. Sono 36 le interviste ad altrettanti reduci alpini realizzate da Celestino Massardi tra il 2004 e il 2007. Un patrimonio di memorie che sarà messo in rete, raggiungibile da tutti su YouTube (ne avevamo scritto qui).
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