La caccia all’ebreo decisa sul lago
LAGO DI GARDA - Per celebrare gli 80 anni dalla Liberazione, pubblichiamo venti articoli di Bruno Festa che ripercorrono le vicende gardesane della Rsi, dall'arrivo di Mussolini a Gargnano alla Liberazione.
Il 30 novembre 1943 nella Scuola Elementare di Toscolano Maderno, un edificio adattato a ufficio di Gabinetto del Ministero dell’Interno e mimetizzato col consueto colore verde-grigio-nerastro, il Ministro Guido Buffarini Guidi firmò l’Ordinanza di polizia numero cinque, un documento vessatorio e letale che avvicinò barbaramente la Repubblica sociale italiana al Reich tedesco.
Per molti storici fu la data che segnò l’accelerata violenta e tombale della vergognosa persecuzione razziale antiebraica già decollata nell’Italia fascista con le leggi del 1938 e del 1939, precedute e sostenute da una campagna di stampa aggressiva, diffamatoria e intimidatoria, nonché dal Manifesto degli scienziati razzisti del 14 luglio 1938.
Nell’agosto del 1938, inoltre, si era tenuto il censimento che registrò la presenza in Italia di tutti gli ebrei, italiani e stranieri: una cifra modesta.
L’Ordinanza del 30 novembre andò ad aggravare la normativa già in vigore, palesando peculiarità ben peggiori dopo che il Congresso di Verona (14 – 15 novembre 1943), costitutivo della Rsi, si era concluso appena due settimane prima riaffermando, nel punto sette del “Manifesto”, l’esplicita scelta razzista del fascismo repubblichino: “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”.
A parere di storici di prima grandezza quali Michele Sarfatti, Aldo Collotti, Liliana Picciotto ed altri, l’inclusione di questo chiaro indirizzo anti-ebraico qualifica come antisemita la Rsi.
In precedenza si era verificata una singolare concomitanza e nella stessa data (23 settembre) i fascisti annunciarono la costituzione del governo repubblichino ed i nazisti la deportabilità degli ebrei di cittadinanza italiana.
Quando era Sottosegretario agli Interni, il Ministro Buffarini Guidi (firmatario dell’Ordinanza di Polizia numero cinque) aveva diramato l’ordine di censimento della popolazione ebraica in Italia. Il dato che ne scaturì il 22 agosto 1938 fissò in 58.412 il numero degli ebrei italiani e stranieri.
Tra il 29 novembre e l’1 dicembre 1943, vale a dire tra la vigilia dell’emanazione dell’Ordinanza numero cinque e il giorno che la seguiva, Buffarini Guidi si recò ben quattro volte nell’ufficio di Mussolini al Palazzo delle Orsoline a Gargnano alla costante presenza di Alessandro Pavolini, segretario del Partito Fascista Repubblicano.
L’1 dicembre, dunque, nel territorio della Rsi scattava la massiccia caccia all’ebreo, con notizia annunciata dalla radio la sera precedente e pubblicata la mattina sui giornali.
Brescia Repubblicana ne diede conto in prima pagina con un trafiletto di due colonne.
L’Italia, anzi, la Repubblica sociale, radicalizzò, dunque, la sua politica antiebraica.
Un ruolo rilevante era rivestito da Giovanni Preziosi, Ispettore per la Razza, un Ministro vero e proprio che rendeva conto direttamente a Mussolini, senza intermediario alcuno, e che incontrò personalmente il Duce in almeno trentotto occasioni tra il dicembre 1943 e l’aprile 1945.
Preziosi, di cui parleremo, aveva l’ufficio a Desenzano in via Dal Molin e soggiornava sovente all’Albergo Bella Riva di Fasano in attesa di incontrare Mussolini.
L’Ordinanza di Buffarini Guidi fungeva da apripista ad altri interventi legislativi della neonata Repubblica di Salò rimarcando, dice Collotti, che il razzismo è stato un fattore costitutivo della Repubblica sociale e non un connotato collaterale.
La persecuzione degenerò facendo un salto di qualità soprattutto sotto l’aspetto operativo che quel provvedimento composto da due soli articoli perseguiva, ovvero l’internamento di tutti gli ebrei.
Un avvertimento “Precedenza assoluta”, sottolineava la decisione del Ministro. Che aveva deciso che tutti gli ebrei dovevano essere inviati in campi di concentramento mentre i loro beni erano da sottoporre ad immediato sequestro. Anche chi non era colpito immediatamente da queste norme doveva essere sottoposto a speciale vigilanza di polizia.
Un correttivo minimo fu apportato da Tullio Tamburini, Capo della Polizia, ma il Ministro confermò la sua visione dell’argomento, e polemizzò con il poliziotto.
Dopo il 30 novembre 1943 furono approntati campi di concentramento (se ne contarono due dozzine) in tutte la provincie della Rsi. Si trattava solitamente di vecchi edifici dismessi oppure non utilizzati. Qualche volta requisiti. Là dove ciò non era possibile – ad esempio Brescia – si fece ricorso alle carceri esistenti, come Canton Mombello.
Dai campi di concentramento provinciali le persone venivano condotte in uno dei campi di transito: il più importante fu Fossoli di Carpi (Modena), gli altri erano a Borgo San Dalmazzo (Cuneo), Gries (Bolzano) che sostituì Fossoli, e la Risiera di San Sabba a Trieste.
Bolzano e Trieste erano territorio del Reich dal 10 settembre 1943, dopo l’Alpenvorland.

Nei primi giorni di dicembre 1943 molti ebrei bresciani fecero perdere le loro tracce cercando di mettersi al sicuro. Si trattava di poche decine. Non tutti però ci riuscirono.
Forse qualcuno non era in grado di trovare rimedio oppure non aveva disponibilità finanziarie o amicizie per garantirsi la clandestinità. Altri potrebbero avere sottovalutato il marcato mutamento della realtà e la nuova forte accelerazione antiebraica rispetto al periodo successivo al 1938.
La presenza ebraica in Italia aveva numeri modesti, si è visto, e in provincia di Brescia del tutto irrilevanti, come le stesse statistiche della Questura stavano a dimostrare.
La Disposizione fu subito applicata con solerzia dal Questore di Brescia Mario Candrilli sguinzagliando squadre di polizia in città a caccia di ebrei e allertando con urgenza i carabinieri della provincia perché facessero altrettanto.
La data più infausta per Brescia fu quella dell’8 febbraio 1944, quando venti persone furono trasferite da Canton Mombello a Fossoli. Il successivo 22 febbraio, 19 di queste furono caricate sul convoglio per Auschwitz. Era lo stesso treno che trasportava Primo Levi, grande testimone di quella tragedia.
Tra quei diciannove, undici furono selezionati subito per il gas sulla Judenrampe.
Gli altri otto furono immatricolati.
Solo due tornarono.
Bruno Festa (b[email protected])
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