Il mistero del quadro di de Ribera scomparso nel ’45 a Gargnano
GARGNANO - Un quadro del massimo artista spagnolo del ‘600 sparito a Bogliaco nel 1945 e battuto a Venezia nel 2005. Ci racconta la sua storia Bruno Festa, che su questa vicenda ha presentato un esposto ai carabinieri.
Durante la Seconda Guerra Mondiale tantissime opere d’arte vennero trafugate in tutta Europa, Italia compresa.
La ricostruzione di ogni singolo furto è ostica al punto che risultano tuttora introvabili innumerevoli capolavori.
Ebbene, seppure in misura minore anche il Garda è stato interessato a qualche vicenda. Ne abbiamo ricostruita una, ma potrebbero essere molte di più se le opere d’arte arrivate sul lago da Roma fossero state a suo tempo meglio definite.
Tra l’ottobre 1943 e l’aprile 1945 Palazzo Bettoni Cazzago di Bogliaco (Gargnano) era la sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri della Repubblica sociale italiana. I documenti riferiscono che vi furono trasportati da Roma almeno otto quadri (di cui due definiti genericamente “grandi antichi”) e uno di scuola riberiana oltre a un enorme tappeto di 32 metri quadri, tre arazzi Gobelins del Seicento “grandissimi”, un arazzo “lungo e stretto verticale”.
Solamente attorno al quadro di scuola riberiana abbiamo però qualche indizio.
Si tratta di un’opera di Jusepe de Ribera, lo “Spagnoletto” (oppure di una copia della sua scuola, come sovente accadeva) e costituiva il pezzo più pregiato. Ribera fu il massimo artista iberico del ‘600. Per metà della sua vita lavorò in centro e sud Italia, Napoli soprattutto.
Palazzo Bettoni Cazzago fu ispezionato una prima volta il 24 aprile 1945 da due funzionari della Presidenza del Consiglio, Benvenuto Montenovi e Antonio Andreotti, che stilarono un inventario del materiale depositato, dopo che il personale della Presidenza aveva in gran parte già abbandonato il palazzo.
Una seconda ispezione si svolse nei giorni 5 e 6 giugno 1945, da parte di Giovanni Falorni incaricato dal CLN di verificare la conformità del precedente inventario. Falorni aveva alle sue spalle un passato da Capitano di Fanteria, Direttore capo divisione al Ministero della Pubblica Istruzione, Direttore generale dell’Istruzione Elementare, Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia. Era in pensione dal febbraio 1944.
La scomparsa del quadro
Dopo il primo inventario del 24 aprile, Montenovi e Andreotti confermarono che il 26 aprile il quadro era ancora a Bogliaco. Scomparve dunque tra il 26 aprile ed il 5 giugno 1945, quando Falorni procedette al secondo inventario per poi stendere, il 10 giugno 1945, la sua relazione che consegnò al CLN di Gargnano perché la recapitasse al CLN provinciale oltre che al Prefetto cui chiese di prendere decisioni sulla opportunità di interessare la Soprintendenza alle Belle Arti. Chiese pure di provvedere in merito alle opere d’arte nonché all’esame e alla conservazione dei documenti ufficiali della ex Presidenza del Consiglio.
Falorni raccomandò anche di avvertire il Comando Alleato e il Soprintendente all’Archivio di Stato di Brescia descrivendo il quadro di De Ribera come di “inestimabile valore” e identificandolo come “Il lebbroso”.
In realtà non esiste un quadro di De Ribera con questo soggetto. Nicola Spinosa (ex Soprintendente di Napoli e tra i massimi esperti mondiali su De Ribera) ha puntualizzato a chi scrive che si tratta di “Giobbe nel letamaio”, olio su tela di 140 centimetri di altezza per 188 di larghezza. Il pezzo si trovava nell’anticamera dell’ufficio di Francesco Maria Barracu, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (incontrò Mussolini al Quartier Generale di Palazzo Feltrinelli oltre 300 volte nei 600 giorni della Repubblica sociale prima di concludere i suoi giorni a Dongo il 28 aprile 1945), e risultava inventariato come: “un quadro antico (scuola del Ribera) n. 18.668”.
La sede della Presidenza a Bogliaco venne saccheggiata di altro materiale di minore importanza: macchine da scrivere, stufe, scrivanie, carte geografiche, tappeti e addirittura zerbini, mentre molti documenti vennero bruciati nei caminetti e nelle stufe del Palazzo. Si ipotizzò che il materiale scomparso potesse essere stato trasportato a Gardone Riviera, nei nuovi uffici degli alleati, dopo che era già stato messo in casse in attesa del trasferimento a Monza, destinata a divenire nuova sede della Rsi.
Fino al 28 aprile 1945 Palazzo Bettoni Cazzago era ancora presidiato dai repubblichini e fu perlustrato minuziosamente da due esperti: il Capitano Giuseppe Ambu (segretario particolare di Francesco Maria Barracu) e Mauro Salvatore (Capo dell’Archivio).
Le migliori esperienze sul Garda
Selezionate per te da Garda OutdoorsLa “caccia al souvenir”
La Quinta Armata USA arrivò a Bogliaco il 29 aprile ed il generale statunitense Vendler richiamò i suoi perché evitassero la “caccia al souvenir” in modo da non “ripetere le azioni di saccheggio per le quali abbiamo condannato le truppe germaniche”.
Non è neppure da escludere che tra il 28 e il 29 aprile nel palazzo siano entrati partigiani o abitanti del luogo. Però, francamente, risulta abbastanza singolare che chi aveva precedentemente ispezionato con cura i locali si fosse disinteressato del pezzo artistico più rilevante.
Dal 29 aprile nel Palazzo si acquartierarono i militari USA della Quinta Armata, 10th Mountain Division.
Poi il buio attorno al quadro di De Ribera ed un salto di 60 anni.

La tela che era a Bogliaco battuta nel 2005 a Venezia?
La novità è datata 17 aprile 2005 quando un quadro dallo stesso soggetto e simili dimensioni comparve in un’asta della Casa d’Aste Semenzato di Venezia, assieme ad opere di artisti del calibro di Domenico Tintoretto, Jacopo di Paolo, Giovanni Bellini, Lorenzo Lotto, Jacob de Joncheer, Andrea Urbani, Giulio Cesare Procaccini.
Il lotto numero dieci di quell’asta proponeva la tela “Giobbe rimproverato dalla moglie”, del tutto identica a “Giobbe nel letamaio”. Veniva però attribuito a Francesco Fracanzano (1612-1656?), di scuola riberiana anche lui, ed era un olio su tela di 152 centimetri di altezza per 202 di larghezza. Base d’asta tra €. 50.000 e €. 60.000.
Le dimensioni dei due quadri (quello autografo che figura nei cataloghi e la copia messa all’asta) si scostano di 12 centimetri in altezza e 14 in larghezza.
Nessuno era a conoscenza della esistenza e della provenienza dell’opera messa all’asta a Venezia.
Ed emersero perplessità anche in merito al presunto autore, che il catalogo dell’asta identificava in Fracanzano.
Basta consultare il volume numero 49 del Dizionario Biografico degli Italiani Treccani in cui l’esperta Monica Romano curò nel 1997 la voce dedicata allo stesso Fracanzano. L’esperta mette sotto la lente una lunga serie di lavori dell’artista, elencandone ventitré, in buona parte a tema sacro o biblico.
Romano riporta che i critici d’arte erano stati indotti a “ipotizzare che alcune di quelle opere rappresentassero il punto d’incontro del riberismo con le più moderne correnti fiamminghe di indirizzo vandyckiano”.
Nell’elenco dell’esperta non si trova alcun accenno a “Giobbe nel letamaio” o a “Giobbe rimproverato dalla moglie”.
Nicola Spinosa, citato peraltro dalla stessa casa d’aste, descrive il quadro autografo di Ribera “Giobbe nel letamaio” in questi termini: “Identificato in Messico da Gabriele Finaldi […]. Olio su tela, 140 x 188, [si trova in] Spagna, [in una] collezione privata, [ed] è stato di recente sottoposto a un attento intervento conservativo […] che ha confermato l’autografia riberesca”.
È questo l’originale autografo, dunque, oltre al quale veniva data per certa l’esistenza di una copia di scuola riberiana in una galleria di New York. Ma, prosegue Spinosa, “di recente in aggiunta alla replica di bottega già nota presso Wildenstein a New York, è comparsa un’altra copia in un’asta Semenzato a Venezia (152 x 202, venduta il 17 aprile 2005, lotto 10), attribuita impropriamente a Francesco Fracanzano”.
Nessuno pertanto era al corrente di questa ulteriore copia, che non è di Fracanzano.
Neppure Spinosa può, però, stabilire se la tela che era a Bogliaco sia la stessa battuta a Venezia, che era sconosciuta pure a lui. Ma aggiunge esplicitamente che “sarebbe interessante capire con opportune indagini da dove proveniva la versione comparsa nell’asta Semenzato”.
Presentato un esposto ai carabinieri di Salò
In sintesi.
Gli esperti al massimo livello sostengono che di “Giobbe nel letamaio” esistono sia un autografo segnalato in Messico, che si trova in una collezione privata in Spagna, che due copie di atelier.
Una di queste è presso Wildenstein a New York.
L’altra è quella battuta a Venezia, “impropriamente” attribuita a Fracanzano e della quale nessuno conosceva la provenienza.
A questo punto gli elementi certi sono tre:
– Nel 1945 un quadro della scuola di De Ribera, con soggetto “Giobbe nel letamaio” viene rubato a Bogliaco e non si sa dove finisca;
– Nel 2005 a Venezia in un’asta compare un quadro della scuola di De Ribera, copia fedele di “Giobbe nel letamaio” e di dimensioni quasi identiche;
– Nessuno conosce l’esistenza del quadro messo all’asta e la sua provenienza.
Risultano di scarso aiuto pure le poche parole di spiegazione riportate nel catalogo della casa d’aste che cita come proprietari “Eredi Carlo De Carlo e altri”.
Nelle condizioni d’asta compare l’ovvia clausola che “la vendita sarà fatta al miglior offerente ed a pronti contanti o assegni circolari”.
Lasciano però perplessi le specifiche clausole per cui “dopo l’aggiudicazione nessun reclamo sarà ammesso, anche se nella compilazione del catalogo si sia incorsi in errori. […]. La Finarte Semenzato Casa d’Aste S.P.A. per quanto concerne l’originalità e le attribuzioni delle opere in vendita, non assume altra responsabilità oltre quella derivante dalla sua qualità di mandataria con rappresentanza ai sensi dell’art. 1704 e seguenti C.C.”.
Negli anni successivi a quell’asta una lunga serie di articoli pubblicati su giornali locali e nazionali tratta l’intricata vicenda sfociata nella sentenza di fallimento della Casa d’Aste Semenzato nel 2010, con centinaia di creditori a rivendicare importi milionari e con più di un sospetto sui contatti tra la stessa Casa d’Aste e la Ndrangheta.
Dal termine della guerra sono ormai trascorsi ottanta anni. Se reato c’è stato nel 1945, questo è ormai prescritto.
Dall’asta veneziana del 2005 nella quale il quadro è stato battuto, senza la certezza che sia stato venduto, ne sono passati venti mentre quindici anni sono trascorsi dal fallimento della Casa d’Aste Semenzato, avvenuta nel 2010.
Ma, seppure il reato possa risultare prescritto, la proprietà del quadro resta dello Stato Italiano.
Per questo motivo nelle scorse settimane chi scrive ha depositato un esposto presso la caserma dei Carabinieri di Salò circostanziando tutti questi fatti.
Bruno Festa – [email protected]

I commenti sono chiusi.