Gli ebrei e ‘l Colonel. Una famiglia scampata alla Shoah – 2

La seconda puntata della ricerca inedita dello storico Bruno Festa, avviata da Tullio Righettini e Remo Franzoni, che ripercorre le vicende di una famiglia ebrea scampata alla Shoah a Costa di Gargnano.

Gli ebrei e ‘l Colonel

Sulle tracce di una famiglia scampata alla Shoah nell’entroterra di Gargnano

di Bruno Festa

PARTE SECONDA (qui la prima parte)

 

Nel contesto generale di questa cronaca a contare è anzitutto l’esito finale: i Bembassat si salvano.

Ci riescono grazie a una catena di circostanze che consentono loro di trasferirsi da Parigi a Toscolano Maderno per approdare in seguito a Mignone, vicino a Costa di Gargnano.

Tutto ruota attorno a una data certa e incontestabile, quella del Battesimo che ricevono l’11 dicembre 1943 a Costa.

Nel tentativo di ricostruire la storia con il massimo della meticolosità e ricomporre il quadro con la maggiore completezza possibile affiorano tante domande, alcune delle quali non hanno risposta.

Perché Bernardo Bembassat e sua moglie Elisa Bottor Bembassat si portano da Parigi a Toscolano Maderno? Chi li aiuta correndo un gravissimo rischio e su quali conoscenze e amicizie possono fare conto?Quale percorso seguono i due per raggiungere il Garda e dove vivono in paese?

Di fronte alla complessa serie di quesiti che ci si para di fronte le risposte attendibili sono limitate.

A questo punto, a meno di abbandonare la ricerca, ci si trova a un bivio: colmare le lacune con la fantasia, che non costituisce una ricostruzione storica, oppure formulare alcune ipotesi sensate, senza la pretesa di completezza.

È stata imboccata questa seconda strada, dato che la storia appare, sì, romanzesca o quasi, ma è reale, pertanto va rispettata.

Vengono perciò messe in seguito sul tavolo alcune congetture che sono motivate e che hanno una loro base e un condivisibile significato ma che non sono supportate da prove.

Tra gli elementi storici verificati e sicuri figura il fatto che il periodo è segnato da una guerra in corso dopo che l’Italia fascista ha aggredito la Francia.

Il nostro tentativo consiste nell’identificare il percorso che può avere portato i Bembassat in Italia in presenza di ostilità in corso tra i due Paesi.

Andiamo con ordine.

Nel giugno 1940, dopo essere entrata in guerra, l’Italia occupa alcuni Dipartimenti del Sud della Francia: sono quelli che confinano con il nostro Paese, immediatamente aldilà delle Alpi.

Proprio verso quell’area si indirizza un elevato numero di ebrei che si trovano in Francia e che interpretano la situazione italiana come meno pesante rispetto a quanto accade in Germania e nella Francia stessa, dove la persecuzione è martellante, pianificata e spietata.

Anche in Italia il rischio di arresto è elevatissimo, abbiamo visto, ma il drammatico confronto tra le due realtà, francese e italiana, vede messa peggio la Francia.

Dopo la caduta del Duce il 25 luglio 1943 gli italiani, che controllano le regioni meridionali francesi, non obbediscono all’ordine di lasciare nelle mani dei tedeschi tutti gli ebrei di nazionalità germanica, anzi, offrono l’idea di facilitare il loro trasferimento in Italia.

Matteo Stefanori (in “Ordinaria amministrazione”, Laterza, Bari-Roma 2017, p. 29) scrive che “l’ispettore di polizia Guido Lospinoso, responsabile dell’ufficio di Polizia razziale in Costa Azzurra, consigliava di farli confluire a Nizza, da dove sarebbe stato più facile l’ingresso alla spicciolata in Italia, dal momento che il Ministero dell’Interno avrebbe chiuso un occhio di fronte agli attraversamenti clandestini della frontiera”.

L’opportunità è riferita a tutti gli ebrei e potrebbe essere dettata non tanto da buon cuore o da senso di giustizia (la normativa antiebraica infatti è in vigore da anni anche in Italia) quanto dalla prospettiva di potere, in seguito, incamerare i beni che vengono in un primo tempo sequestrati e in seguito confiscati agli ebrei medesimi.

Le vie di transito tra la Francia e l’Italia devono necessariamente passare attraverso le Alpi, con notevoli difficoltà di ordine concreto. In ogni caso non possono fornire alcuna garanzia di successo né per quanto attiene la traversata né sulla certezza di trovare prospettive migliori in Italia.

Sta di fatto che tutti gli ebrei in fuga coltivano la loro legittima aspirazione e propendono per quello che potrebbe rappresentare il male minore, quanto meno all’apparenza, cioè varcare il confine e portarsi in Italia.

Il transito attraverso le Alpi (anche per i Bembassat) può avvenire generalmente su uno dei percorsi individuati da Klaus Voigt (“Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945”, Ed. La Nuova Italia, 1996) e che qui sintetizziamo.

Il sentiero di montagna tra Saint Martin Vésubie e la Valle di Gesso, oppure la ferrovia tra Modane e Bardonecchia o, ancora, attraverso la galleria del Col di Tenda tra Breil-sur-Roya e Cuneo.

A queste si aggiungono altre tre possibilità: la strada del piccolo San Bernardo tra Bourg-Saint-Maurice e la Valle d’Aosta e, infine, la strada costiera che collega Nizza e Ventimiglia attraverso Mentone oppure, in alternativa, la ferrovia tra Nizza a Ventimiglia.

Quale percorso seguano i Bembassat non è dato sapere e a questo primo interrogativo non possiamo, pertanto, fornire risposta. È però del tutto plausibile che anche loro propendano per una delle soluzioni qui elencate in mancanza di alternative ragionevoli.

Va messo in risalto e non si deve scordare che in quei momenti ogni spostamento, scelta, contatto, amicizia, appoggio è da mantenere segreto e qualsiasi documento è, se possibile, da distruggere.

La prudenza va messa davanti a tutto a tutela della sicurezza propria e di quella delle persone che hanno fornito qualsiasi eventuale aiuto.

Sono proprio queste scelte operate allora e motivate da paura e prudenza che rendono molto arduo ricomporre oggi quelle vicende perché la circospezione fu la strada maestra da seguire, a partire dalla cancellazione di qualsiasi traccia.

Va, a questo punto, inserito un altro elemento: i Bembassat sono di origine turca e la comunità ebraica dei turchi in Francia è molto numerosa.

Anche sul Garda approdano altri ebrei turchi e non solamente i Bembassat.

Troviamo Davide Arditi, commerciante che abita a Soprazocco di Gavardo con la moglie Rivka Jerchan; Ida Gabai Dilber (o Giler, o Gilber) vedova Perez, che vive a Salò, in via Cure del Lino; Arnoldo Pick, che distribuisce i suoi ultimi mesi tra Gardone Riviera e Tignale, prima di eclissarsi; Maurizio Benghiat, nato a Smirne: quando scoppia la guerra si trova a Parigi. Entra in Italia da Ventimiglia e, dopo un anno trascorso a Gardone Riviera, si sposta a Tignale nell’ottobre 1943 dove viene catturato. Poi segue la consueta tragica trafila che lo porta prima a Canton Mombello e poi a Fossoli per essere, infine, caricato il 22 febbraio 1944 sul treno che parte da Carpi con destinazione Auschwitz. Benghiat è cittadino italiano.

Il suo è il primo convoglio di una lunga serie.

Su quel treno sono stipate 650 persone tra le quali una ventina di ebrei bresciani nonché il grande testimone della Shoah, Primo Levi.

Fortunatamente non ci sono i Bembassat, arrivati dalla Francia a Toscolano Maderno.

Non conoscendo il perché della loro opzione a favore di questo comune gardesano possiamo mettere sul tavolo alcune ipotesi. Queste sono certamente suggestive e supportate da elementi avvincenti ma non da prove.

A Toscolano, in via Trento, è in quel momento operativo un bel negozio di abbigliamento. Nel 1943 la gestione del negozio è di Maria Zaninelli, il cui marito, Giuseppe, è cugino di primo grado del calciatore Ugo Locatelli (Toscolano 5 febbraio 1916 – Torino 28 maggio 1993).

Ugo Locatelli gioca nel Brescia, nell’Atalanta e nella Juventus ma è con l’Ambrosiana-Inter che raccoglie i maggiori allori, nel ruolo di centrocampista alternato a quello di attaccante. L’enciclopedia on-line Wikipedia spiega che il campione viene convocato per le Olimpiadi di Berlino del 1936. La competizione calcistica olimpica è vinta dall’Italia.

Il successo è bissato con la vittoria ai Campionati del Mondo di Calcio a Parigi nel 1938, dove Locatelli scende in campo nella finale del 19 giugno contro l’Ungheria. Gli azzurri si impongono per 4 – 2 agli ordini dell’allenatore Vittorio Pozzo.

Le tre precedenti partite che precedono la finale di quel mondiale si giocano a Marsiglia (5 giugno e 16 giugno) e ancora a Parigi (12 giugno).

Mondiali alle spalle, Locatelli tra il 1942 e il 1949 lavora a Torino per lo staff della Juventus.

La seconda parte degli anni Trenta costituisce il periodo d’oro per il campione di Toscolano Maderno, che vive a Milano e milita nell’Ambrosiana-Inter. Vince due scudetti e una Coppa Italia. E a Milano conosce sua moglie, Margherita Atujer (18 aprile 1914 – 2 febbraio 2004).

Solo una settimana dopo la giornata gioiosa del matrimonio tra il gardesano Locatelli e la parigina Atujer, celebrato il 3 giugno 1940, si scatena il dramma: il 10 giugno Mussolini grida da Palazzo Venezia, a Roma, che “la dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli Ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia”, sommerso dall’urlo impazzito della folla che gremisce la piazza.

L’Italia aggredisce la Francia già messa in ginocchio dai tedeschi che occupano Parigi il 14 giugno 1940.

E così, Italia e Francia adesso sono in guerra, nemiche tra loro.

Quello di Mussolini e dell’Italia fascista è un gesto vile, dettato dall’avidità di raccogliere i frutti di una vittoria senza avere fatto la propria parte. Perdipiù sbagliando drammaticamente i conti perché la guerra durerà a lungo e sarà perduta dall’Italia con morti e distruzione, altro che vittoria a basso prezzo come previsto in maniera delirante e grossolana dal Duce.

Ora, se è vero che sia Margherita Atujer, moglie di Ugo Locatelli, che Elisa Bottor, moglie di Bernardo Bembassat, sono entrambe parigine ed entrambe benestanti, non risulta che si conoscano e che si frequentino nella capitale francese. Pertanto non vi sarebbe alcun legame di causa-effetto sul trasferimento in Italia dei due coniugi ebrei che, almeno a livello teorico, potrebbe essere stato favorito da questa conoscenza.

Non è neppure accertato il fatto che a Toscolano Maderno i Bembassat siano ospiti dei Locatelli (Ugo, il calciatore oppure Giuseppe, il negoziante di abbigliamento), o che i due cugini o uno dei due forniscano qualche indirizzo utile per la clandestinità dei fuggiaschi.

Né si conosce la data dell’arrivo dei Bembassat sul lago e la durata del loro periodo tosco-madernese, prima dello spostamento nella vallata di Costa di Gargnano.

A questo punto, però, inseriamo un paio di elementi concreti, uno dei quali può forse risultare risolutivo.

Il primo: Oliva Festa, che l’11 dicembre sarà la madrina al battesimo di Elisa Bottor Bembassat nella chiesa di Costa di Gargnano, fa l’apicultrice e si reca sulla riviera a vendere il miele. Tra i paesi che la vedono consegnare il prodotto delle sue api c’è anche Toscolano Maderno e il fatto che i Locatelli siano acquirenti del miele è del tutto possibile.

La seconda considerazione è ancora più rimarchevole e, forse, decisiva: dietro il bancone del negozio di abbigliamento in Via Trento a Toscolano a fare la commessa troviamo Vittoria Lucia Obrofari, per tutti Lusièta.

È una giovanissima ragazza, di soli 22 anni, rimasta vedova in seguito alla morte del marito Giovanni Battista Bertella. Lavora nel negozio di abbigliamento per mantenere Caterina, la sua figlioletta.

Lusièta abita a Mignone e, dopo che se ne sono andati da Toscolano Maderno, è proprio nella soffitta della sua casa che i Bembassat trascorrono il primo periodo della loro clandestinità per sfuggire alla cattura da parte dei nazisti e delle camicie nere a caccia di ebrei.

In conclusione: è vero che non possiamo spiegare come e perché i Bembassat approdino proprio a Toscolano Maderno.

Non abbiamo neppure la certezza assoluta che abbiano ricevuto aiuto da parte dei Locatelli. Ma appare palese un chiaro nesso nello spostamento dei Bembassat da Toscolano Maderno a Mignone nella casa di Lusièta Obrofari su richiesta di uno dei Locatelli, probabilmente Giuseppe nel cui negozio la giovane vedova lavora.

A Toscolano Maderno l’interessamento attorno alla sorte della coppia di ebrei pare essere più esteso e sembra di trovarsi di fronte a una sorta di rete che include la famiglia di Angelo Cattoni, che all’epoca gestisce una cartolibreria in via Trento a Toscolano.

La sua famiglia è legata alla chiesa, al parroco e promuove la lettura della buona stampa. Ad interessarsi al caso c’è poi il parroco di Tosco­lano, don Emilio Verzelletti, figura nota e rilevante che com­pare nel “Censimento del clero antifascista bresciano” pubbli­cato in appendice al libro “Testimoni di libertà” di Maurilio Lovatti.

In conclusione, la fuga dei Bembassat prosegue ma cambia il rifugio che da Toscolano Maderno passa a Mignone. Nella casa di Lusièta Obrofari, sulla montagna alle spalle di Gargnano, i due passeranno le loro prime giornate.

 

Gli ebrei e ‘l Colonel continua…

La terza delle quattro puntate de “Gli ebrei e ‘l Colonel” sarà pubblicata su questo sito martedì 4 febbraio alle 19.

La quarta puntata sarà invece pubblicata mercoledì 5.

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