Il potere, la farsa e il cuore: un viaggio tra Pasolini e Gaber insieme al professor Capasa
SALO' - Il liceo Fermi ha ospitato nelle scorse settimane il prof. Valerio Capasa, che ha proposto una lettura incrociata di due autori italiani importantissimi: Pier Paolo Pasolini e Giorgio Gaber. Ne scrive la studentessa Elisabetta Leali di 5F.
Sabato 15 novembre la nostra scuola ha ospitato Valerio Capasa, docente di lettere del Liceo Scientifico Statale “Arcangelo Scacchi” di Bari, che ha tenuto una conferenza in cui ha offerto agli studenti una lettura incrociata di due autori italiani importantissimi: Pier Paolo Pasolini e Giorgio Gaber.
Pasolini, poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, attore, pittore e drammaturgo prolifico e poliedrico, è stato una figura unica, discussa, criticata ma anche amata, sicuramente impossibile da dimenticare. Le sue parole, infatti, come ha affermato la Prof.ssa Melone introducendo la conferenza, ci colpiscono, ci inquietano, ci mettono in discussione e ci obbligano a porci domande.
Gaber, invece, è stato un importantissimo cantautore, drammaturgo, attore, cabarettista, chitarrista e regista teatrale italiano.
Ma perché proprio questi due personaggi? Cosa possono trasmettere a noi ragazzi?
La risposta si può intuire da un aneddoto raccontato dalla Prof.ssa Melone: poco prima di essere assassinato, Pasolini aveva rilasciato un’intervista a Furio Colombo di cui aveva suggerito il titolo: “Siamo in pericolo”. Pericolo di cosa? Egli aveva intuito il pericolo cui stava andando incontro la società italiana: il problema dell’omologazione, dell’assenza di capacità critica, dell’apparente libertà, in realtà illusoria e condizionata, riassunto dall’espressione pasoliniana come il problema della “mutazione antropologica”.
Anche Gaber, seppur con metodi espressivi differenti, sosteneva lo stesso messaggio: la necessità e l’invito a pensare con la propria testa in una società che ci spinge all’omologazione, in cui il potere non è più solo politico, ma riguarda ogni aspetto della vita.
Come ha affermato Capasa all’inizio della conferenza, l’interpretazione di questi due personaggi è un modo per conoscere la storia recente e stabilire un rapporto critico con il mondo, in cui porsi domande e mettersi in discussione.
Insomma, “(…) entrambi sono state due figure lucidissime per farci comprendere la realtà”.
Capasa ha articolato la conferenza in tre punti, in cui ha analizzato il problema della società di Gaber e di Pasolini, lo stesso anche della società moderna: il conformismo assoluto della massa. Per trasmettere ciò, ha inserito citazioni di Pasolini ma anche canzoni di Gaber, che ha cantato accompagnandosi con la chitarra.
Passaggio I: il potere – il male della società
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Selezionate per te da Garda OutdoorsQuesto primo passaggio è stato introdotto partendo dall’analisi del cambiamento radicale della società avvenuto a partire dagli anni ‘60 in tutto il mondo, dovuto al Boom Economico, con la nascita del consumismo. Capasa afferma a tal proposito: per 1000 lire di più in tasca ci siamo fatti rubare l’anima, mentre Gaber dice: appostati dietro le vetrine, gli oggetti ci sceglievano (da Gli oggetti), sottintendendo la perdita totale dello spirito critico.
Pasolini lo definisce “potere senza volto”, un potere invisibile che non si sa cosa sia né da chi sia rappresentato ma che condiziona le nostre decisioni e che ci ha imposto di essere uguali a tutti in tutto. Ciò è spaventoso perché, come era vero al tempo di Pasolini e Gaber, così è un problema attuale: Capasa afferma che, guardando i passanti di una folla, non c’è differenza tra le varie persone.
La diversità è vista anzi come una colpa spaventosa, qualcosa da evitare assolutamente.
Gaber definisce perfettamente questo meccanismo all’interno della sua canzone L’ingranaggio, in cui definisce, appunto, questo ingranaggio dell’omologazione “perfetto e travolgente […], fatto di ruote misteriose, così spietato e massacrante […], come un mostro sempre in moto […] che macina la gente! E non fermarsi mai, avere dentro il senso che non sei più vivo”.
È facile però rendersene conto: questo è un problema noto e spesso affrontato, ma uscirne è difficile. Sempre all’interno del brano, Gaber afferma “non è che mi manchi la voglia, o mi manchi il coraggio, è che ormai son dentro nell’ingranaggio”. Questo meccanismo infatti si impone nelle nostre vite e scardinarlo è molto complicato. È proprio questo il potere senza volto: non si sa dove sia ma è fortissimo, tanto da mutare antropologicamente le persone, che vengono spinte all’omologazione.
Pasolini sostiene che ciò sia reso possibile da due fattori: i mezzi di comunicazione ed i coetanei.
I primi si insinuano nelle nostre vite, oggi ancor più che al tempo di Pasolini e Gaber, arrivando addirittura ad agire sul piano fisiologico, modificando ad esempio i ritmi del sonno. I mezzi di comunicazione sono spaventosi, perché impongono il potere invisibile nelle nostre vite facendoci credere che questo potere sia in realtà molto lontano da noi.
Pasolini definisce questo come un nuovo fascismo: il suo fine [del nuovo fascismo] è la riorganizzazione e I’omologazione brutalmente totalitaria del mondo.
Sembra quindi essere ancor peggio del Fascismo mussoliniano, che infatti non mutava antropologicamente le persone: gli italiani erano gli stessi che erano prima del Ventennio e cercavano modi di aggirare il potere per poter fare ciò che volevano. Se il “potere senza volto” fosse in mano a qualcuno e fosse quindi più individuabile e più chiaro, come era sotto Mussolini, ci si potrebbe opporre.
Il nuovo potere è invece permissivo, non repressivo: non vieta, ma invita. In questo modo, sgretola lo spirito critico. Pasolini prende come esempio di questo potere il programma televisivo Carosello, famosissimo negli anni ‘60-’70, vero e proprio contenitore di spot pubblicitari. Questi non solo promuovevano un prodotto, ma diffondevano e imponevano all’uomo, non conscio di ciò, un modello di vita e di libertà che, attraverso il linguaggio delle immagini, egli iniziava a ritenere giusto per via del suo fascino attrattivo. La comunicazione visiva, a partire da quel periodo, è poi progredita sviluppandosi sempre di più: ad oggi, siamo bombardati di immagini che, effettivamente, ci impongono uno stile di vita che pare corretto.
I coetanei sono allo stesso modo veicolatori del “potere senza volto”: spingono all’omologazione per non sentirsi diversi e quindi per non venire giudicati. Un meccanismo di terrore (paura di non essere al passo con i coetanei) che crea l’obbligo, imponendoci così una libertà obbligatoria, in cui essere essere uguali agli altri risulta per noi fondamentale e ci illude di essere realizzati, quando in realtà non si sta facendo altro che imitare ciò che fanno tutti.
Pasolini chiama ciò con il termine “anarchia del potere”: non è il potere che viene imposto agli individui, ma sono gli uomini stessi a incentivare questo potere per conformarsi ai modelli proposti.
Da questa prospettiva, sembra non esserci alcuna possibilità di riscatto.
Pasolini, però, introduce un elemento di speranza: gli adolescenti.
Sostiene Pasolini: “I ragazzi e i giovani sono […] pieni di […] speranza, buona volontà: mentre gli adulti sono […] resi vili e ipocriti dalle istituzioni sociali. […] A tutto ciò si sfugge solo attraverso una esercitazione puntigliosa e implacabile dell’intelligenza, dello spirito critico. Altro non saprei consigliare ai giovani”
Come evitare, dunque, di entrare in questo ingranaggio micidiale?
Passaggio II: la farsa – il metodo vano di opporsi al potere
Ed io ero lì come una comparsa, vivevo la commedia, anzi no la farsa
Nel tentativo di opporsi all’omologazione, si finisce per diventare parte di quel meccanismo. Ciò sembra paradossale e risulta difficile da comprendere, motivo in cui il professor Capasa ha introdotto, per spiegare questo concetto, una canzone di Gaber: I borghesi. In essa viene raccontata la storia di un ragazzino che inizialmente critica l’ipocrisia della famiglia, descrivendo i momenti conviviali come una commedia (Ed io ero lì come una comparsa, vivevo la commedia, anzi no la farsa) in cui tutte le azioni sono predefinite e mascherano la realtà vuota e priva di autenticità che si cela dietro un contesto familiare che, per estensione, diventa quello della società.
Il desiderio di essere diversi da queste persone, però, nell’ultima parte della canzone, culmina con l’assimilazione del personaggio a quel meccanismo.
Ma qual è il problema di fondo di tutto ciò? Gaber ce lo indica attraverso la canzone Chiedo scusa se parlo di Maria, in cui questo personaggio rappresenta la realtà e afferma: Se sapessi parlare di Maria, se sapessi davvero capire la sua esistenza, avrei capito esattamente la realtà.
Prima di dare spazio alle grandi questioni collettive (il conflitto tra Vietnam e Cambogia per Gaber, per noi potrebbero essere quello tra Israele e Palestina o tra Russia e Ucraina, come sottolinea Capasa), è infatti necessario occuparsi dell’aspetto personale, dei sentimenti: non si può pensare di capire la vera realtà, Maria, se ci si dimentica chi si ha davanti. I problemi del mondo possono essere risolti solo se si percorre la strada concreta di comprensione degli altri individui, non quella astratta delle ideologie.
Gaber, nella sua canzone Il Dilemma, descrive proprio questo: la difficoltà di affrontare i rapporti interpersonali, l’incapacità dell’uomo moderno di amare profondamente e di impegnarsi in una relazione.
Passaggio III: il cuore – la vera soluzione
Io dunque penso che […] non bisogna più avere paura […] di avere un cuore
Se lo stesso tentativo di non conformarsi alla massa si riconduce per assurdo all’omologazione, allora sembra impossibile uscire da questo meccanismo. Eppure, Capasa afferma che rimane ancora una possibilità: la scoperta di avere un cuore.
Quello che oggi manca, secondo il professore, è il desiderio, che è motore del mondo.
Il problema è proprio “il considerare la vita degli altri un nulla e il proprio cuore nient’altro che un muscolo” (Pasolini). Tornando all’inizio, non si ha più un’anima e ciò è causato proprio dal meccanismo dell’omologazione generato dal consumismo.
Per concludere con una celebre frase di Pasolini, come polli d’allevamento, gli italiani hanno subito assorbito la nuova ideologia irreligiosa e antisentimentale del potere: tale è la forza di attrazione e di convinzione della nuova qualità di vita che il potere promette, e tale è, insieme, la forza degli strumenti di comunicazione […] di cui il potere dispone. Come polli d’allevamento, gli italiani hanno indi accettato la nuova sacralità, non nominata, della merce e del suo consumo. […] Dire che la vita non è sacra, e che il sentimento è stupido, è fare un immenso favore ai produttori. I nuovi italiani non sanno che farsene della sacralità, […] tendono rapidamente a liberarsene.
Elisabetta Leali, 5F
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