Le mummie di Salò, tra scienza e horror

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SALÒ –I reperti anatomici dott. Giovan Battista Rini (1795–1856), conservati dal Comune di Salò, sono una collezione più unica che rara. Il loro destino? L’esposizione nel nascituro museo della città.

Mummie a Salò? Ebbene si. Certo, non sono antiche come quelle egizie, e neppure altrettanto celebri, ma rivestono un loro peculiare interesse storico-scientifico. Parliamo dei reperti anatomici realizzati tra il 1820 e il 1830 dal dott. Giovan Battista Rini (1795–1856), medico salodiano con il pallino dell’imbalsamazione.

Sono reperti che accendo i riflettori su un aspetto finora sconosciuto del Risorgimento italiano e che ha per protagonista la figura inedita del Rini, il «pietrificatore» di Salò, che riuscì ad immortalare un’epoca attraverso la perfetta conservazione dei corpi.

I busti e le teste trattati dal Rini ci restituiscono i volti, ancora in perfetto stato di conservazione, di una storia parallela, spesso nascosta. Protagonisti delle preparazioni anatomiche sono i ribelli del tempo: briganti e carbonari (ma non si tratta di Zanzanù, come si ritiene erroneamente, dato che il bandito gardesano visse due secoli prima del Rini) spesso accomunati da quella spinta al cambiamento sociale e politico che ne faceva soggetti pericolosi e temuti, da tenere ai margini della collettività. Oltre ai cosiddetti «pietrificati» (le mummie, appunto), la collezione di Rini consta di alcuni preparati «a corrosione», privati dei tessuti cutanei e sottocutanei al fine di porre in evidenza i dettagli anatomici.

Questi ultimi sono reperti che, in un certo senso,  rappresentano un precedente storico delle opere di Gunther von Hagens, il discusso anatomopatologo tedesco contemporaneo inventore della tecnica della cosiddetta «plastinazione», che gli ha consentito di esporre vere e proprie sculture umane in tutto il mondo (guarda il sito della mostra che aprirà a Roma dal prossimo ottobre).

Ma perché il Rini pietrificava i corpi? Ai tempi in cui operava il medico salodiano le preparazioni anatomiche erano fondamentali per la didattica e la ricerca medica, dal momento che non esistevano celle frigorifere e i corpi si disfacevano rapidamente.

 

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Due reperti anatomici preparati dal dott. Giovan Battista Rini.

Il pietrificatore di Salò

Giovan Battista Rini, nato a Salò nel 1795, esponente di un’importante famiglia di origini istriane, si laureò in medicina a Pavia, e dopo una breve carriera ospedaliera a Milano si ritirò nella città nativa dove perfezionò, nel «gabinetto anatomico» che aveva allestito nell’ospedale salodiano, la tecnica della «pietrificazione», emulando il metodo di un suo illustre predecessore, Girolamo Segato. Il Rini, come quasi tutti i suoi contemporanei, non divulgò mai i dettagli del suo metodo. A Giovan Battista Rini si deve la preziosa testimonianza scientifica e sociale di uno spaccato di storia racchiuso proprio nell’ospedale salodiano, dove per oltre un secolo sono stati custoditi gli esemplari anatomici, pezzi unici per preparazione e condizione conservativa.

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Un ritratto del dott. Giovan Battista Rini

Gli studi scientifici

Le mummie di Salò hanno sollevato già da tempo la curiosità del mondo scientifico internazionale. Grazie a un’iniziativa italo-tedesca coordinata dall’antropologo siciliano Dario Piombino-Mascali, ricercatore associato del Reiss-Engelhorn Museen di Mannheim e collaboratore dell’Eurac (l’Accademia europea di Bolzano che si è occupata delle ricerche su Ötzi, la mummia del Similaun), i reperti del Rini sono stati recentemente sottoposti a indagini scientifiche.

Insieme alla collega Stephanie Panzer, radiologa presso il Centro traumi di Murnau, Piombino-Mascali ha sottoposto a Tac i reperti, evidenziando alcune variazioni anatomiche, la presenza di oggetti esterni e svelando dettagli sulle tecniche di esecuzione.

Purtroppo non è rimasta traccia degli appunti con la formula chimica perfezionata dal Rini per attuare le imbalsamazioni, ma le indicazioni radiologiche permettono di stabilire che il medico salodiano immergeva ed iniettava i propri preparati con una miscela di sostanze conservative al fine di essiccarli o indurirli, presumibilmente a base di metalli pesanti, come il mercurio. I reperti presentano inoltre alte concentrazioni di calce, arsenico, silice e zolfo.

Per l’antropologo si tratta di «reperti di grande valore culturale, biologico, storico ed etnografico».

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Busti e teste “pietrificati” dal dott. Rini

La conservazione dei reperti

Il dott. Rini stabilì di donare, con testamento del 12 agosto 1856, la sua macabra collezione di mummie all’ospedale cittadino di Salò. Queste passarono poi in carico all’Azienda ospedaliera di Desenzano, che recentemente le ha concesse in comodato ventennale al Comune di Salò. In attesa di un’auspicabile collocazione museale definitiva, i reperti anatomici sono conservati all’ultimo piano di Palazzo Fantoni, sede della biblioteca e dell’Ateneo, in un locale protetto e climatizzato che ne garantisce una corretta conservazione.

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Un altro reperto anatomico del dott. Rini, in questo caso una mano.

Le mummie superstar.

I reperti hanno suscitato la curiosità dei media internazionali. tempo fa la vicenda delle mummie di Salò ha conquistato la ribalta del sito nel National Geographic, che ha dedicato un ampio servizio alle mummie di Salò, sia sull’edizione italiana (guarda qui) che su quella internazionale.

La curiosa storia delle mummie di Salò era stata ripresa anche dal sito del tabloid britannico Daily Mail, che parlava delle pietrificazioni salodiane nella sezione «Science» del proprio sito, in un servizio di Rob Cooper intitolato «Frozen in time», ovvero congelati nel tempo.

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Una delle “mummie” realizzate dal dott. Rini nell’Ottocento.

 

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