Turismo del lusso: chi paga davvero lo sviluppo?

LAGO DI GARDA - Un lettore si chiede quale sarà il lascito delle operazioni finanziarie che caratterizzano il “turismo del lusso”? Portano valore o lasciano solo le briciole e le spese dei servizi pubblici?

Ha del grottesco la notizia riportata da «Il Fatto Quotidiano». L’articolo  (lo puoi leggere qui, ndr) intitolato «Lo strano caso del piccolo comune sul lago di Garda a cui un imprenditore chiede 30 milioni di danni» descrive il ricorso della società immobiliare per la mancata comunicazione delle pratiche che respingevano la realizzazione di due suoi progetti di resort di lusso” (ne ha scritto anche Gardapost, dopo la comunicazione del sindaco in Consiglio comunale, leggi qui, ndr) .

Il fatto che sia legittimo ricorrere legalmente non nasconde il forte imbarazzo provato da noi contribuenti nei confronti di tanta temerarietà imprenditoriale.

Nulla di sorprendente, del resto. Sembrerebbe una nuova manifestazione dei cantori del “miraggio” dell’investimento immobiliare o delle operazioni finanziarie chiamate «resort di lusso» che hanno trasformato i nostri paesi oltre ogni immaginazione, distruggendo ambiente e paesaggio.

D’altro canto, invece, noi residenti abbiamo lavorato, pagato le tasse, sopportato l’aumento delle tariffe dovute alla forte pressione immobiliare, seguito regole che il più delle volte negavano i nostri piccoli interventi. Abbiamo votato chi sosteneva, per sciocca imitazione, i nuovi modelli economici della rendita e del guadagno immediato. Abbiamo sperato nell’opposizione di chi diceva di opporsi, ma nei fatti faceva prevalere la stessa visione del mondo. Chi a svolto funzioni politiche in questi decenni ha tradito lo spirito di dedizione e di servizio per l’interesse generale, facendosi travolgere dalla macchina tritatutto del mercato.

Toscolano Maderno non ha sofferto solo per via del consumo del suolo come sostiene giustamente il nostro sindaco. Siamo diventati alternativamente «stranieri nel nostro stesso paese», talvolta entità statistiche, numeri, oppure ingranaggi da oliare durante la propaganda elettorale. Non abbiamo più il ruolo di “soggetti” che si confrontano e difendono proprie esigenze e proprie visioni del futuro. Siamo stati trasformati in “oggetti” che servono unicamente a sostenere le spese nelle strutture e infrastrutture dell’intervento speculativo privato. Queste spese sono appese come un masso al collo della popolazione locale e delle casse pubbliche.

Le responsabilità di questa disgregazione sociale, economica e politica che, per certi versi, i nostri stessi comportamenti elettorali hanno contribuito a creare, non si trovano in parlamento ma nelle stanze dei consigli comunali e delle forze che li animano, ognuna chiusa in sé stessa a difesa delle proprie bandierine (ambientalisti compresi) ma comunque sempre concordi ed addomesticate a non intaccare i profitti di investitori visti come i veri eroi dello sviluppo del paese.

Accettare questa logica secondo cui alcuni (pochi) dominano (gli imprenditori) e gli altri (tanti) servono, significa compromettere il legame storico e culturale che ci lega insieme come comunità. Un paese è formato da una popolazione dotata di storia, tenuta insieme da un passato comune: chi di noi ha piantato gli olivi non lo ha fatto per raccogliere le olive per sé stesso, ma per i propri discendenti.

La nostra identità non si misura sui resort di lusso, sulle statistiche delle presenze turistiche, sulle dimensioni dei supermercati. Piuttosto deriva dalla capacità di far raccogliere ai nostri discendenti cosa seminiamo.

Quale sarà il lascito dei ricchi imprenditori e delle operazioni finanziarie che caratterizzano il “turismo del lusso”? Quali frutti potranno raccogliere le future generazioni se la maggior parte delle mansioni sono poco qualificate e di tipo manuale come addetti alle pulizie, ai servizi di sala, ai lavapiatti, con scarse o nulle prospettive di crescita professionale o salariale?

È dimostrata la tendenza a reclutare donne, giovani e stranieri, categorie spesso più vulnerabili e disposte ad accettare condizioni di lavoro più sfavorevoli, rafforzando le dinamiche di lavoro precario e a bassa qualità. Per chi ha un titolo di studio secondario o superiore le opportunità in questo campo sono inesistenti.

Perché, allora, far studiare i nostri figli? Per farli andare all’estero?

È difficile trovare un senso ai permessi di cementificazione di aree pregiate per operazioni immobiliari che incanalano la ricchezza prodotta fuori dal nostro territorio, lasciandoci le briciole e le spese dei servizi pubblici che un comune deve garantire. Credo che oggi il primo passo da fare sia una discussione critica sulle reali conseguenze dell’abuso del sistema politico nell’ultimo mezzo secolo, che ha sempre privilegiato chi ha maggiori possibilità e ha messo in ginocchio il nostro paese.

Dobbiamo riuscire a trovare il senso di un impegno comune, superando l’idiozia di chi trasforma il dibattito in uno scontro tra tifoserie.

Fiorenzo Andreoli

 

 

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