Gli ebrei e ‘l Colonel
Sulle tracce di una famiglia scampata alla Shoah nell’entroterra di Gargnano
di Bruno Festa
PARTE QUARTA (qui la prima parte; qui la seconda; qui la terza)
La conclusione positiva di questa storia, al contrario di migliaia di altre, porta con sé almeno due appendici.
La prima riguarda il prezioso anello e il grande quantitativo di argento trasportato a costo di tanta fatica da Gino, un ragazzino di quattordici anni, che lo aveva portato a Mignone -si racconta- dalla Valvestino.
L’argento viene nascosto nella cisterna per la raccolta di acqua piovana che si trova nella casa della Lusièta a Mignone, di cui abbiamo già parlato.
Al termine della guerra, potrebbe essere il 1946 – questa è la testimonianza raccolta – i Bembassat tornano a Costa (qualcuno dice che sono accompagnati dai carabinieri) e incontrano don Bertola che riconsegna loro il prezioso metallo, tutto o in gran parte.
L’anello resta al parroco che ne farà dono ad una sua nipote in occasione del matrimonio di questa.
La seconda appendice alla vicenda è successiva e matura qualche decennio appresso, proiettandoci negli anni Settanta.
A ricoprire la carica di Vescovo della diocesi di Brescia è Monsignor Luigi Morstabilini, il cui incarico si estende dal 1964 al 1983.
Giunge a Costa di Gargnano il 25 aprile 1972 per la visita pastorale e ad accoglierlo è il Parroco don Franco della Vedova. La giornata è anche questa volta di quelle gelide sotto l’aspetto del meteo come ancora oggi qualcuno ricorda.
Ma non è in concomitanza con questa visita pastorale il fatto che stiamo ora per raccontare. Si verifica invece durante un altro viaggio del Vescovo, informale stavolta.
La testimonianza raccolta, più di una in realtà, specifica che Luigi Morstabilini non si limita a pregare in chiesa ma si reca in visita al Colonel e a sua moglie Oliva presso la loro casa di Mignone.
Chi ha avuto modo di conoscere in maniera profonda Monsignor Morstabilini assicura che un gesto del genere rientra a pieno titolo nelle abitudini e nella levatura del personaggio. Il prelato non disdegna atteggiamenti che possono spiazzare, come questo, ama molto stare a sentire la gente ed i racconti di vita, si sposta senza grossi problemi, è curioso di conoscere e capire. Una persona, insomma, che sta molto a sentire e poi decide senza tentennamenti.
E non nutre timori.
Basti pensare che nel periodo della dittatura in Uruguay, Morstabilini prende un aereo e vola in Sudamerica, raggiungendo anche Montevideo, la capitale uruguaiana, per fare visita al missionario bresciano don Pierluigi Murgioni nel carcere del regime chiamato Colonia Libertad in cui il sacerdote resta recluso per cinque anni.
Anche in questo caso siamo nel bel mezzo degli anni Settanta.
Sebbene non ricordando con esattezza la data precisa e l’anno (sempre nei ’70) in cui Morstabilini visita la casa del Colonel, qualcuno ricorda però con precisione che il fatto accade nel mese di agosto. La memoria è aiutata dal ricordo del clima caldo e forse anche per il fatto che il giorno ventiquattro del mese si celebra la festività di San Bartolomeo, il patrono.
Non è dato conoscere la motivazione di questa visita “privata” di Morstabilini al Colonel e signora, ma possiamo avanzare due ipotesi.
Anzitutto che la figura e l’attività del Colonel e della consorte siano (o possano essere state in precedenza) talmente significative e meritorie da giustificare un così ragguardevole onore da parte del Vescovo. Comincioli e la moglie viaggiano ormai attorno agli ottanta anni (poco di più lui, poco di meno lei) ma sono ancora in gamba, come si dice qui, per cui non hanno problemi di deambulazione per andare a incontrare il Vescovo in chiesa o in canonica.
Potrebbe, dunque, essersi trattato di una visita di cortesia in costanza dello spessore di personaggi molto apprezzati in una piccola realtà geografica. Oppure ci si può trovare di fronte ad un esplicito invito avanzato da parte degli stessi Comincioli.
La seconda ipotesi, invece, non esclude affatto che ci si possa trovare di fronte a un riconoscimento per quel lontano ed eroico gesto compiuto negli anni della persecuzione razziale in Italia, un gesto che era stato assai rischioso e che risultò determinante a salvare la vita di due persone.
Se così fosse, la visita del prelato andrebbe a rappresentare una “certificazione” certamente informale ma rilevante. E, riflettendo, un gesto come questo non andrebbe affatto a scontrarsi con la sensibilità del Vescovo e andrebbe invece a costituire una sorta di risarcimento morale all’alto rischio corso dal Colonel e da sua moglie Oliva la sera di quel lontano 11 dicembre 1943 quando, camminando al buio lungo la mulattiera, accompagnano due fuggiaschi perseguitati fino alla chiesa di Costa.
Un rischio che non si limita a quella sera ma che segue quello già corso dalla Lusièta Obrofari e che va a protrarsi per un altro anno e mezzo, fino a domenica 29 aprile 1945, quando le campane suonano a distesa qui come ovunque sul Garda per annunciare il termine della guerra e, con essa, della persecuzione razziale.
FINE
Questa storia è uscita dall’oblio grazie all’impegno di Tullio Righettini e Remo Franzoni.
Altre persone hanno aiutato nella ricerca portando la loro testimonianza o fornendo elementi in qualche modo utili alla ricostruzione della vicenda o alla definizione dei suoi contorni:
Debora Righettini, Germana Venturini, Marialuisa Locatelli, Sonia Lantoni, Maria Teresa Bottura, Santina Bertella, Antonio Festa, Caterina Luisa Salvadori, don Gianfranco Mascher, Gustavo Lantoni, Luciano Lantoni, Maria Lantoni, Mario Lantoni, Caterina Bertella, Gianmarco Bertella, Nevio Bertella, Emanuela Mazzucchelli, Valter Firmo, Aurelio Campadelli, Silvia Merigo, Samuel Silvestri, Franco Ghitti, Delia Maria Castellini, Ivan Bendinoni.

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