Gli ebrei e ‘l Colonel
Sulle tracce di una famiglia scampata alla Shoah nell’entroterra di Gargnano
di Bruno Festa
Attraversato di buon passo il prato davanti al sagrato, quattro persone si avvicinano alla porta della canonica. Sono due uomini e due donne.
Il sacerdote sta attendendo dietro l’uscio e apre con sollecitudine al gruppetto, che entra in tutta fretta.
Alle spalle la porta si richiude subito.
Le scarpe di tutti sono incrostate dalla brina gelida.
Una delle due coppie, il marito di 54 anni e la moglie di 49, conosce bene il paese, la strada che conduce alla canonica di Costa e la chiesa.
I due abitano da sempre a Mignone, piccolo agglomerato di case a una quarto d’ora di distanza.
L’altra coppia è del tutto sconosciuta ed è approdata da poco nella vallata di Costa di Gargnano dopo un breve soggiorno a Toscolano Maderno.
Lui di 55 anni e lei di 42 sono giunti sul lago da Parigi, la città dove vivono. La loro origine, però, ha radici molto più lontane, la Turchia.
Da alcuni giorni corrono il rischio di arresto istantaneo, con l’immediata carcerazione a Canton Mombello (Brescia) e il successivo internamento a Fossoli di Carpi (Modena).
Da lì la destinazione potrà essere solamente una: Auschwitz.
Fine dell’illusione di condurre una normalissima vita come tutti.
I due non sono dei poco di buono ma persone perbene. Stanno fuggendo come molti altri in Europa e arrivano fin qui per nascondersi, eclissarsi alla vista del ciarpame nazista e fascista che li rincorre pur senza conoscerli. Se catturati saranno identificati con una definizione di due sole parole: razza ebraica. Il loro destino è segnato proprio perché sono ebrei.
Questa storia inizia così e, lo precisiamo subito, si tratta di una storia vera e, soprattutto, documentata per gli aspetti più rilevanti. Non tutto è ancora venuto alla luce e non sappiamo se sarà mai possibile. Qualche interrogativo, infatti, ancora permane e potrebbe essere destinato a non essere sciolto.
Gli elementi portanti però sono emersi con qualche documento a sostenerli e con tante testimonianze a comprovarli.
A indagare con certosina pazienza e tanta passione per portare alla luce questi fatti sono due ex bancari: Tullio Righettini (con origini a Mignone) e Remo Franzoni (di Costa), attualmente in pensione e residenti a Toscolano Maderno.
Anche chi scrive ha le radici nel piccolo agglomerato del Torrazzo, a un tiro di schioppo da Mignone e da Costa.
Sul tavolo sono così finiti alcuni documenti mentre il taccuino si riempie di altri aspetti particolari da analizzare e verificare. Ne esce questo racconto che -anticipiamo il finale- si conclude con la salvezza dei due ebrei che sopravvivranno alla persecuzione nazista e fascista.
Una storia che fino a ieri veniva raccontata qua e là, con qualche esempio, qualche parola, qualche ricordo, ma mai presentata in forma articolata e senza i fronzoli e le fantasie dei racconti attorno a un tavolo o davanti al fuoco.
Nonostante lo sforzo di indagine, però, alcune lacune permangono, si diceva, ma quantomeno la vicenda è stata tolta dal libro delle favole consentendo di esporre il gesto eroico di un intero paese, o di una parte di esso, attraverso una vicenda fino ad oggi sconosciuta.

Tutto ruota attorno alla sera dell’11 dicembre 1943, un sabato.
Il freddo si fa sentire sempre più pungente dopo il tramonto. La brina che ogni mattina compare nella vallata di Costa di Gargnano è destinata a restare incollata ai prati non solo per il corso della giornata ma per mesi, prima di sciogliersi a primavera inoltrata.
Infatti, a dispetto del nome, da Costa -attorno agli 800 metri di altezza- il lago non si intravede neppure.
La gente dei minuscoli borghi sta chiusa in casa e difficilmente qualcuno può notare il piccolo drappello avviato verso la chiesa, complice l’oscuramento dei vetri con fogli color carta zucchero o con panni, così che dall’esterno non sia possibile scorgere alcuna luce, neppure quella fioca di una candela o del focolare: le norme in materia di oscuramento e sicurezza contro gli attacchi aerei sono inflessibili. E gli anziani ancora rammentano il terrore del rombo che giunge dal cielo: è il motore di “Pippo”, come viene chiamato l’aereo degli alleati angloamericani che vola basso e mitraglia ogni punto in cui intravede anche solo un po’ di luce.
Il contesto è infatti calato nel quarto inverno di una guerra che non è mai parsa così vicina come adesso, dopo che un paio di mesi avanti, l’8 ottobre, Benito Mussolini, capo del Fascismo e responsabile massimo di quella tragedia che ha messo in ginocchio l’Italia, è stato portato a Gargnano, dove vive, ha uffici e segreterie, impacchettato per bene dagli “alleati” germanici.
A fare da battistrada al piccolo gruppo arrivato da Mignone a Costa c’è Giuseppe Comincioli che con le dita sfiora appena la porta della canonica.
Il sacerdote, Don Federico Bertola (parroco del paese dal 1942 al 1949), sta attendendo ed apre sollecitamente.
La scena, al buio, con i protagonisti intabarrati e protetti alla vista, ricorda da vicino quella manzoniana della “notte degli imbrogli” con Renzo e Lucia, promessi sposi, che entrano nella canonica di don Abbondio accompagnati da Tonio e Gervaso, i due fratelli con funzione di testimoni per quelle nozze da celebrare al buio e senza gioia.
Ma che resteranno incompiute.
La nostra storia, però, propone qualcosa di molto diverso.
Comincioli (25 settembre 1889 – 4 settembre 1977) guida il gruppetto. Per tutti lui è il Colonel, un uomo che raccoglie la stima della popolazione oltre che dei conti Bettoni Cazzago, proprietari da queste parti di un palazzo a Bogliaco, di un altro a Razone e di enormi estensioni di terreno tra il lago e l’entroterra, punteggiate da grandi cascine e piccoli fabbricati.

Comincioli ricopre un incarico di prim’ordine nel mondo che in quel periodo è legato all’economia di montagna: lui deve stimare le legne, un mestiere fondamentale in quell’epoca.
Infatti se sul lago si vive soprattutto di pesca e agricoltura o del lavoro nelle poche fabbriche, nell’entroterra si è particolarmente legati all’allevamento di animali ma anche al taglio e alla vendita di legna per il fuoco o per produrre carbone ma anche legname per le costruzioni: solette per il pavimento degli edifici, per i sottotetti e per chiudere e coprire le limonaie sul lago.
Forse proprio da questo compito gli può derivare il soprannome Colonel, dato che nell’entroterra gardesano ancora oggi c’è chi ricorda l’uso dell’espressione un colonel di legna, riferito a un pezzo di bosco assegnato a qualcuno per il taglio di un quantitativo di legna corrispondente a un centinaio di quintali circa. Il termine colonel di legna è oggi sostituito da squadretta di legna.
Ma, dalle testimonianze raccolte e tramandate fino a oggi, l’appellativo di Colonel potrebbe invece essere mutuato dal portamento e dal carattere della persona che incute rispetto (il termine che si sente è soggezione) a chiunque, inclusi i suoi fratelli, ben più di quanto ne esercitino gli stessi genitori. Da questa forte considerazione nella quale il personaggio è tenuto trarrebbe origine il soprannome che rammenta il grado militare.
Comincioli, potendo fare conto sulla sua lunga esperienza e una grande perizia, assegna la superficie dei boschi da tagliare e valuta quanti sono i quintali da abbattere.
Il Colonel conosce profondamente la Bibbia, che legge abitualmente; ogni sera recita il rosario assieme all’intera famiglia. Insomma: ci troviamo di fronte a un uomo che con la forza della sua personalità incute rispetto ed è apprezzato dalla comunità che, come si dice da queste parti, lo porta in palmo di mano.
Oliva Festa, la moglie del Colonel (31 gennaio 1894 – 1 marzo 1980), è apicultrice e pure attorno a lei la stima non manca, dotata com’è di carisma e tanta competenza. Vende il miele delle sue api anche sulla riviera del lago, e -lo vedremo presto- questo particolare avrà un rilievo nella storia che raccontiamo. Oliva vince il primo premio in un concorso per “l’incremento dell’apicoltura razionale”.

I due non hanno figli, ma Comincioli ne ha avuti due nel precedente matrimonio, prima di restare vedovo.
La porta della canonica si chiude alle spalle dei coniugi Comincioli e delle altre due persone che li seguono e che rivestono il ruolo di protagonisti principali. Prima entra l’uomo, Bernardo Bembassat, nato il 16 marzo 1888, figlio di Giuseppe e di Bulina de Toledo. I genitori di Bernardo sono entrambi di Adrianopoli (oggi Edirne, Turchia).
Le voci raccolte lo definiscono molto ricco al punto di possedere otto abitazioni a Parigi, dove vivono altri fratelli.
Dopo di lui entra la moglie Elisa Bottor coniugata Bembassat, nata il 15 settembre 1901, figlia di Marco e di Zinrhorn Heskia, entrambi i genitori di Elisa sono di Costantinopoli (oggi Istanbul, Turchia). Di Bernardo abbiamo il ritratto ma, purtroppo, non è stato possibile recuperare quello di Elisa.

Nella Digital Library del Centro Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano figurano i nominativi di altri due Bembassat, Vittorio e Giacomo, padre e figlio. Loro non riescono a sfuggire allo sterminio ma vengono arrestati a Verona, quindi deportati ad Auschwitz e assassinati. Il papà è nato nel 1888 a Adrianopoli (la stessa città di cui è originario Bernardo) mentre il figlio è del 1917.
Ebbene, tra le testimonianze raccolte, una riporta che Bernardo ed Elisa sono riusciti ad eclissarsi all’occhio dei tedeschi proprio nella città di Verona, fuggendo e raggiungendo non si sa come la sponda occidentale del Garda.
Verosimilmente si può trattare di una semplice coincidenza casuale, ma va segnalata.
A Costa di Gargnano la piccola comitiva si sposta dalla canonica alla attigua chiesetta. Passando dalla sagrestia notano il manoscritto che riporta i nominativi dei parroci del paese dall’inizio del secolo: Giuseppe Samuelli, Bortolo Antonioli, Orazio Barezzani, Marco Cipani, Giovanni Bontempi.
Entrati in chiesa vedono il paliotto dell’altare, di particolare pregio, opera di Cristoforo Benedetti o della sua bottega.
Chissà se questa unicità viene osservata.
Il battistero è in fianco, nella cappella dedicata a San Giovanni Battista, a destra del presbiterio.
Lì c’è il fonte battesimale: una struttura in pietra alta poco più di un metro con due piccole vasche ovali molto ben modellate all’interno della parte superiore.

La cerimonia con pronuncia della rituale formula si svolge in un brevissimo lasso di tempo: “Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.
I due adulti ricevono il Battesimo dal parroco, don Federico Bertola. Per Bernardo Bembassat il ruolo di padrino è rivestito da Giuseppe Comincioli mentre sua moglie Elisa Bottor ha per madrina Oliva Festa.
In due fogli separati, un atto per ciascuno, i neo battezzati firmano sul registro dei battesimi assieme a padrino e madrina.
Sui documenti qualche improprietà qua e là si coglie.
Nell’atto di Battesimo di Bembassat, sul quale compare la firma di Comincioli che gli fa da padrino, questi viene indicato come Comincioli Giuseppe, ma lui si firma Giacomo.
E anche nella foto a ricordo dei combattenti gargnanesi che hanno combattuto durante la Prima Guerra Mondiale appare come Giacomo. Che si tratti della medesima persona non si evince solamente dal suo anno di nascita (1889) ma soprattutto dalla perfetta somiglianza fisica di questa immagine che riporta il nome di Giacomo confrontata con altre che sono a nome di Giuseppe.
La conferma arriva da un atto notarile in cui le sue generalità riportano entrambi i nomi, Giuseppe – Giacomo, accostati l’uno all’altro e separati da una lineetta.
Sui due atti di Battesimo i Bembassat risultano residenti a Maderno, ma sul documento di Bernardo compare anche Gargnano, scritto tra parentesi, quasi a indicare che si tratta di un errore. È probabile che il loro arrivo a Mignone sia recente.
Sono aspetti burocratici formali ai quali oggi badiamo molto ma che non rivestivano la medesima valenza ottant’anni orsono. Senza aggiungere che non era raro che un neonato, al quale veniva attribuito un nome “ufficiale”, si sentisse chiamare nella sua quotidianità di adulto con un nome diverso magari per ricordare una persona cara scomparsa.
I documenti sono completati con la firma del parroco.
Conclusa la rapida cerimonia il sacerdote resta in canonica dopo avere chiuso la porta alle spalle dei due neo-battezzati che, con padrino e madrina, escono e si incamminano verso Mignone.
In sostanza i due ebrei -ora battezzati- sono in questo modo cristiani cattolici.
Non si entra ovviamente nel merito di questa scelta, che rimane personale.
Si può, però, ipotizzare che lasciare una religione perseguitata per sposarne un’altra che non solo è tollerata ma è quella ufficiale dello stato italiano possa, nella mente degli interessati, offrire la garanzia di non essere sottoposti a persecuzione, con arresto e uccisione.
Un calcolo errato.
Anche in provincia di Brescia, infatti, altri ebrei finiscono in prigione e percorrono il medesimo viaggio verso Auschwitz nonostante si facciano battezzare, scelta forse dettata da convinzione o, più verosimilmente, alimentata dall’illusione di potere salvare la vita.
Nei registri della Comunità Ebraica di Mantova (alla quale nel 1943 fanno riferimento anche le provincie di Brescia, Bergamo e Cremona) sui nomi di queste persone che hanno ricevuto il Battesimo figura una riga di cancellazione, con l’annotazione: “battezzato”.
Quel Battesimo non serve, però, a salvarli e anche per loro tutto finisce tristemente con arresto, carcere a Canton Mombello, campo di concentramento di Fossoli, infine Auschwitz.
Necessita mettere sul tavolo alcune date che aiutano a ricostruire questi fatti.
La vergognosa normativa razzista viene emanata in Italia nel settembre e nel novembre 1938, subito dopo il censimento degli ebrei convocato in agosto.
A fare in precedenza da apripista a tutti questi eventi deleteri è il Manifesto degli scienziati razzisti, pubblicato nel mese di luglio, nonché una continua, martellante e violenta campagna di stampa orchestrata da Telesio Interlandi sul quotidiano “Il Tevere” e sulla rivista “La difesa della razza”.
Nelle redazioni dei due organi di stampa che operano con chiaro obiettivo razzista si ritaglia il suo spazio anche un giovane ambizioso: Giorgio Almirante, classe 1914, laureato, decorato al valore militare ma soprattutto redattore.
E proprio le sue collaborazioni con il giornale e la rivista spiccatamente antisemiti sono apprezzate al punto da fornirgli le credenziali per accedere al Ministero della Cultura Popolare e della Propaganda, dove va a coprire il ruolo di Capo di Gabinetto del Ministro Fernando Mezzasoma.
Quegli uffici occupano per intero Villa Amadei a Salò nella zona del Carmine, di fronte a Palazzo Bellini noto come Croce Rossa.
Le date, si diceva. La più macabra è quella del 30 novembre 1943 quando negli uffici della Scuola Elementare di Toscolano Maderno -in precedenza requisiti per essere trasformati in Ministero dell’Interno- il Ministro Guido Buffarini Guidi emana il Provvedimento di Polizia numero cinque.
È composto da due soli articoli, brevi e chiari: tutti gli ebrei vanno arrestati dal giorno successivo, primo dicembre.
Tutte le provincie della Repubblica sociale italiana, ormai una repubblica razzista, devono dotarsi di campi di concentramento provinciali.
Laddove sia impossibile provvedere si devono usare le carceri.
Per Brescia e provincia c’è Canton Mombello.
Da quella sera, 30 novembre 1943, la Repubblica sociale italiana entra nel cono d’ombra del Reich e non è più collaborazionista con il Reich tedesco, bensì connivente: la Rsi individua gli ebrei, li arresta, li incarcera rendendoli in questo modo pronti e disponibili ad essere caricati su un treno verso i campi di sterminio, risparmiando ai nazisti noiose perdite di tempo e consentendo inoltre di utilizzare i militari in altra maniera, cioè spedendoli al fronte.
Questa è la realtà che si para di fronte con chiarezza agli occhi di Bernardo Bembassat e della moglie Elisa Bottor Bembassat a fine 1943.
I due, molto probabilmente, ritengono che il Battesimo li tutelerà.
Sbagliano. Se porteranno in salvo la vita non sarà per questo motivo.
Sui coniugi incombe un altro pericolo, ancora più crudele, dal quale devono difendersi al pari di chi li aiuta e li nasconde: la delazione.
Le “soffiate”, con le quali c’è chi informa nazisti e fascisti della presenza di ebrei, costituiscono la vera, enorme, preoccupazione.
La polizia ha in mano, si sa, gli elenchi degli ebrei registrati con il censimento del 1938 ed in seguito tenuti aggiornati.
Ma l’elemento persistente che va a integrare queste liste è proprio la delazione, bene retribuita oltretutto.
C’è chi dà un volto alle cifre. Denunciare un uomo porta nelle tasche del delatore circa cinquemila lire e tremilacinquecento una donna.
Un ragazzo o una ragazza valgono attorno alle millecinquecento lire.
Niente male se si considera -per portare un esempio- che un operaio metalmeccanico della Falk di Vobarno guadagna in quel periodo tra le milleseicento e le duemila lire mensili.
In altre parole, denunciare un paio di famiglie porta nelle tasche del delatore una cifra che equivale a un soddisfacente stipendio annuale. Aggiungiamo, amara conclusione, che oltre la metà degli ebrei in Italia viene arrestata da italiani, una media rispettata anche in provincia di Brescia.
Per questo è importante che venga custodito bene il segreto attorno alla eventuale presenza di ebrei rifugiati in casa oppure rintanati sul solaio, nella stalla, nel fienile: per un verso per ovviare alla loro cattura e per l’altro per evitare ritorsioni ed arresti dalle conseguenze funeste o addirittura letali che andrebbero a coinvolgere chi li protegge e li aiuta.
Sono tutte precauzioni da osservare con particolare cautela soprattutto nelle aree montane -come questa- o in zone poco popolate della campagna che vengono a volte sottovalutate poiché ritenute insignificanti e di conseguenza sicure. Invece è proprio là dove una persona non è del luogo e non è minimamente conosciuta che scatta l’attenzione di chi le sta intorno.
E questa porta con sé la curiosità, seguita in molti casi dal pettegolezzo degli abitanti.
E, dal pettegolezzo di qualcuno alla delazione ben pagata di altri, il passo può rivelarsi rapido.
Nel contesto generale di questa cronaca a contare è anzitutto l’esito finale: i Bembassat si salvano.
Ci riescono grazie a una catena di circostanze che consentono loro di trasferirsi da Parigi a Toscolano Maderno per approdare in seguito a Mignone, vicino a Costa di Gargnano.
Tutto ruota attorno a una data certa e incontestabile, quella del Battesimo che ricevono l’11 dicembre 1943 a Costa.
Nel tentativo di ricostruire la storia con il massimo della meticolosità e ricomporre il quadro con la maggiore completezza possibile affiorano tante domande, alcune delle quali non hanno risposta.
Perché Bernardo Bembassat e sua moglie Elisa Bottor Bembassat si portano da Parigi a Toscolano Maderno? Chi li aiuta correndo un gravissimo rischio e su quali conoscenze e amicizie possono fare conto?Quale percorso seguono i due per raggiungere il Garda e dove vivono in paese?
Di fronte alla complessa serie di quesiti che ci si para di fronte le risposte attendibili sono limitate.
A questo punto, a meno di abbandonare la ricerca, ci si trova a un bivio: colmare le lacune con la fantasia, che non costituisce una ricostruzione storica, oppure formulare alcune ipotesi sensate, senza la pretesa di completezza.
È stata imboccata questa seconda strada, dato che la storia appare, sì, romanzesca o quasi, ma è reale, pertanto va rispettata.
Vengono perciò messe in seguito sul tavolo alcune congetture che sono motivate e che hanno una loro base e un condivisibile significato ma che non sono supportate da prove.
Tra gli elementi storici verificati e sicuri figura il fatto che il periodo è segnato da una guerra in corso dopo che l’Italia fascista ha aggredito la Francia.
Il nostro tentativo consiste nell’identificare il percorso che può avere portato i Bembassat in Italia in presenza di ostilità in corso tra i due Paesi.
Andiamo con ordine.
Nel giugno 1940, dopo essere entrata in guerra, l’Italia occupa alcuni Dipartimenti del Sud della Francia: sono quelli che confinano con il nostro Paese, immediatamente aldilà delle Alpi.
Proprio verso quell’area si indirizza un elevato numero di ebrei che si trovano in Francia e che interpretano la situazione italiana come meno pesante rispetto a quanto accade in Germania e nella Francia stessa, dove la persecuzione è martellante, pianificata e spietata.
Anche in Italia il rischio di arresto è elevatissimo, abbiamo visto, ma il drammatico confronto tra le due realtà, francese e italiana, vede messa peggio la Francia.
Dopo la caduta del Duce il 25 luglio 1943 gli italiani, che controllano le regioni meridionali francesi, non obbediscono all’ordine di lasciare nelle mani dei tedeschi tutti gli ebrei di nazionalità germanica, anzi, offrono l’idea di facilitare il loro trasferimento in Italia.
Matteo Stefanori (in “Ordinaria amministrazione”, Laterza, Bari-Roma 2017, p. 29) scrive che “l’ispettore di polizia Guido Lospinoso, responsabile dell’ufficio di Polizia razziale in Costa Azzurra, consigliava di farli confluire a Nizza, da dove sarebbe stato più facile l’ingresso alla spicciolata in Italia, dal momento che il Ministero dell’Interno avrebbe chiuso un occhio di fronte agli attraversamenti clandestini della frontiera”.
L’opportunità è riferita a tutti gli ebrei e potrebbe essere dettata non tanto da buon cuore o da senso di giustizia (la normativa antiebraica infatti è in vigore da anni anche in Italia) quanto dalla prospettiva di potere, in seguito, incamerare i beni che vengono in un primo tempo sequestrati e in seguito confiscati agli ebrei medesimi.
Le vie di transito tra la Francia e l’Italia devono necessariamente passare attraverso le Alpi, con notevoli difficoltà di ordine concreto. In ogni caso non possono fornire alcuna garanzia di successo né per quanto attiene la traversata né sulla certezza di trovare prospettive migliori in Italia.
Sta di fatto che tutti gli ebrei in fuga coltivano la loro legittima aspirazione e propendono per quello che potrebbe rappresentare il male minore, quanto meno all’apparenza, cioè varcare il confine e portarsi in Italia.
Il transito attraverso le Alpi (anche per i Bembassat) può avvenire generalmente su uno dei percorsi individuati da Klaus Voigt (“Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945”, Ed. La Nuova Italia, 1996) e che qui sintetizziamo.
Il sentiero di montagna tra Saint Martin Vésubie e la Valle di Gesso, oppure la ferrovia tra Modane e Bardonecchia o, ancora, attraverso la galleria del Col di Tenda tra Breil-sur-Roya e Cuneo.
A queste si aggiungono altre tre possibilità: la strada del piccolo San Bernardo tra Bourg-Saint-Maurice e la Valle d’Aosta e, infine, la strada costiera che collega Nizza e Ventimiglia attraverso Mentone oppure, in alternativa, la ferrovia tra Nizza a Ventimiglia.
Quale percorso seguano i Bembassat non è dato sapere e a questo primo interrogativo non possiamo, pertanto, fornire risposta. È però del tutto plausibile che anche loro propendano per una delle soluzioni qui elencate in mancanza di alternative ragionevoli.
Va messo in risalto e non si deve scordare che in quei momenti ogni spostamento, scelta, contatto, amicizia, appoggio è da mantenere segreto e qualsiasi documento è, se possibile, da distruggere.
La prudenza va messa davanti a tutto a tutela della sicurezza propria e di quella delle persone che hanno fornito qualsiasi eventuale aiuto.
Sono proprio queste scelte operate allora e motivate da paura e prudenza che rendono molto arduo ricomporre oggi quelle vicende perché la circospezione fu la strada maestra da seguire, a partire dalla cancellazione di qualsiasi traccia.
Va, a questo punto, inserito un altro elemento: i Bembassat sono di origine turca e la comunità ebraica dei turchi in Francia è molto numerosa.
Anche sul Garda approdano altri ebrei turchi e non solamente i Bembassat.
Troviamo Davide Arditi, commerciante che abita a Soprazocco di Gavardo con la moglie Rivka Jerchan; Ida Gabai Dilber (o Giler, o Gilber) vedova Perez, che vive a Salò, in via Cure del Lino; Arnoldo Pick, che distribuisce i suoi ultimi mesi tra Gardone Riviera e Tignale, prima di eclissarsi; Maurizio Benghiat, nato a Smirne: quando scoppia la guerra si trova a Parigi. Entra in Italia da Ventimiglia e, dopo un anno trascorso a Gardone Riviera, si sposta a Tignale nell’ottobre 1943 dove viene catturato. Poi segue la consueta tragica trafila che lo porta prima a Canton Mombello e poi a Fossoli per essere, infine, caricato il 22 febbraio 1944 sul treno che parte da Carpi con destinazione Auschwitz. Benghiat è cittadino italiano.
Il suo è il primo convoglio di una lunga serie.
Su quel treno sono stipate 650 persone tra le quali una ventina di ebrei bresciani nonché il grande testimone della Shoah, Primo Levi.
Fortunatamente non ci sono i Bembassat, arrivati dalla Francia a Toscolano Maderno.
Non conoscendo il perché della loro opzione a favore di questo comune gardesano possiamo mettere sul tavolo alcune ipotesi. Queste sono certamente suggestive e supportate da elementi avvincenti ma non da prove.
A Toscolano, in via Trento, è in quel momento operativo un bel negozio di abbigliamento. Nel 1943 la gestione del negozio è di Maria Zaninelli, il cui marito, Giuseppe, è cugino di primo grado del calciatore Ugo Locatelli (Toscolano 5 febbraio 1916 – Torino 28 maggio 1993).
Ugo Locatelli gioca nel Brescia, nell’Atalanta e nella Juventus ma è con l’Ambrosiana-Inter che raccoglie i maggiori allori, nel ruolo di centrocampista alternato a quello di attaccante. L’enciclopedia on-line Wikipedia spiega che il campione viene convocato per le Olimpiadi di Berlino del 1936. La competizione calcistica olimpica è vinta dall’Italia.
Il successo è bissato con la vittoria ai Campionati del Mondo di Calcio a Parigi nel 1938, dove Locatelli scende in campo nella finale del 19 giugno contro l’Ungheria. Gli azzurri si impongono per 4 – 2 agli ordini dell’allenatore Vittorio Pozzo.
Le tre precedenti partite che precedono la finale di quel mondiale si giocano a Marsiglia (5 giugno e 16 giugno) e ancora a Parigi (12 giugno).
Mondiali alle spalle, Locatelli tra il 1942 e il 1949 lavora a Torino per lo staff della Juventus.
La seconda parte degli anni Trenta costituisce il periodo d’oro per il campione di Toscolano Maderno, che vive a Milano e milita nell’Ambrosiana-Inter. Vince due scudetti e una Coppa Italia. E a Milano conosce sua moglie, Margherita Atujer (18 aprile 1914 – 2 febbraio 2004).
Solo una settimana dopo la giornata gioiosa del matrimonio tra il gardesano Locatelli e la parigina Atujer, celebrato il 3 giugno 1940, si scatena il dramma: il 10 giugno Mussolini grida da Palazzo Venezia, a Roma, che “la dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli Ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia”, sommerso dall’urlo impazzito della folla che gremisce la piazza.
L’Italia aggredisce la Francia già messa in ginocchio dai tedeschi che occupano Parigi il 14 giugno 1940.
E così, Italia e Francia adesso sono in guerra, nemiche tra loro.
Quello di Mussolini e dell’Italia fascista è un gesto vile, dettato dall’avidità di raccogliere i frutti di una vittoria senza avere fatto la propria parte. Perdipiù sbagliando drammaticamente i conti perché la guerra durerà a lungo e sarà perduta dall’Italia con morti e distruzione, altro che vittoria a basso prezzo come previsto in maniera delirante e grossolana dal Duce.
Ora, se è vero che sia Margherita Atujer, moglie di Ugo Locatelli, che Elisa Bottor, moglie di Bernardo Bembassat, sono entrambe parigine ed entrambe benestanti, non risulta che si conoscano e che si frequentino nella capitale francese. Pertanto non vi sarebbe alcun legame di causa-effetto sul trasferimento in Italia dei due coniugi ebrei che, almeno a livello teorico, potrebbe essere stato favorito da questa conoscenza.
Non è neppure accertato il fatto che a Toscolano Maderno i Bembassat siano ospiti dei Locatelli (Ugo, il calciatore oppure Giuseppe, il negoziante di abbigliamento), o che i due cugini o uno dei due forniscano qualche indirizzo utile per la clandestinità dei fuggiaschi.
Né si conosce la data dell’arrivo dei Bembassat sul lago e la durata del loro periodo tosco-madernese, prima dello spostamento nella vallata di Costa di Gargnano.
A questo punto, però, inseriamo un paio di elementi concreti, uno dei quali può forse risultare risolutivo.
Il primo: Oliva Festa, che l’11 dicembre sarà la madrina al battesimo di Elisa Bottor Bembassat nella chiesa di Costa di Gargnano, fa l’apicultrice e si reca sulla riviera a vendere il miele. Tra i paesi che la vedono consegnare il prodotto delle sue api c’è anche Toscolano Maderno e il fatto che i Locatelli siano acquirenti del miele è del tutto possibile.
La seconda considerazione è ancora più rimarchevole e, forse, decisiva: dietro il bancone del negozio di abbigliamento in Via Trento a Toscolano a fare la commessa troviamo Vittoria Lucia Obrofari, per tutti Lusièta.
È una giovanissima ragazza, di soli 22 anni, rimasta vedova in seguito alla morte del marito Giovanni Battista Bertella. Lavora nel negozio di abbigliamento per mantenere Caterina, la sua figlioletta.
Lusièta abita a Mignone e, dopo che se ne sono andati da Toscolano Maderno, è proprio nella soffitta della sua casa che i Bembassat trascorrono il primo periodo della loro clandestinità per sfuggire alla cattura da parte dei nazisti e delle camicie nere a caccia di ebrei.
In conclusione: è vero che non possiamo spiegare come e perché i Bembassat approdino proprio a Toscolano Maderno.
Non abbiamo neppure la certezza assoluta che abbiano ricevuto aiuto da parte dei Locatelli. Ma appare palese un chiaro nesso nello spostamento dei Bembassat da Toscolano Maderno a Mignone nella casa di Lusièta Obrofari su richiesta di uno dei Locatelli, probabilmente Giuseppe nel cui negozio la giovane vedova lavora.
A Toscolano Maderno l’interessamento attorno alla sorte della coppia di ebrei pare essere più esteso e sembra di trovarsi di fronte a una sorta di rete che include la famiglia di Angelo Cattoni, che all’epoca gestisce una cartolibreria in via Trento a Toscolano.
La sua famiglia è legata alla chiesa, al parroco e promuove la lettura della buona stampa. Ad interessarsi al caso c’è poi il parroco di Toscolano, don Emilio Verzelletti, figura nota e rilevante che compare nel “Censimento del clero antifascista bresciano” pubblicato in appendice al libro “Testimoni di libertà” di Maurilio Lovatti.
In conclusione, la fuga dei Bembassat prosegue ma cambia il rifugio che da Toscolano Maderno passa a Mignone. Nella casa di Lusièta Obrofari, sulla montagna alle spalle di Gargnano, i due passeranno le loro prime giornate.
Bernardo Bembassat e sua moglie Elisa Bottor lasciano alle spalle Toscolano Maderno.
Dall’autunno 1943 il paese rivierasco presenta forti rischi, in precedenza del tutto assenti. Adesso l’intero abitato è molto bene presidiato in considerazione che la cittadina ospita sia la sede del Partito Fascista Repubblicano, presieduto da Alessandro Pavolini, che il Ministero dell’Interno, guidato da Guido Buffarini Guidi. Attorno a loro c’è un corollario di dimore requisite a favore di funzionari e dipendenti del Partito e del Ministero. È forte anche la presenza militare italiana e tedesca.
Il Partito va a occupare gli spazi dell’Albergo Golfo e dell’Albergo Milano, sul golfo di Maderno, mentre il Ministero opera, si diceva, nella Scuola Elementare del paese.
Per i fuggiaschi la vallata di Costa di Gargnano dovrebbe a questo punto costituire un approdo più tranquillo.
Ma è vero solo in apparenza.

In quei mesi i rastrellamenti nazisti e della Guardia Nazionale Repubblicana fascista si spingono dalla riviera del lago all’entroterra, a Gardola e Olzano, in Comune di Tignale, a Sasso e Formaga sul Montegargnano e addirittura nella lontana Turano, in Valvestino.
Nei primi giorni di gennaio 1944 un’ispezione viene effettuata proprio nella frazione di Costa di Gargnano, e questo accade appena un mese dopo la cerimonia del Battesimo celebrata nella chiesa del paese.
Il piccolo nucleo abitato dove Bernardo ed Elisa trovano riparo si chiama Mignone ed è vicino ad altri minuscoli agglomerati, Torrazzo e Rocca. A breve distanza si trova Costa e, seguendo una strada che conduce esattamente dalla parte opposta di Costa, ci si dirige a Pasiana e, la lì, ai Casali.
Dai Casali si può procedere in direzione della vecchia dogana di Lignac che, fino al 1915, separa il Regno d’Italia dall’Austria Ungheria.
Ma dai Casali ci si può dirigere anche verso il Garda.

Questo tracciato, in parte sentiero in parte carrareccia, ci tornerà utile nel formulare l’ipotesi attorno al percorso seguito dai due coniugi ebrei e da chi li guida per portarsi dal lago all’entroterra montano.
Il problema degli spostamenti in questo periodo deve considerare soprattutto due fattori: per un verso la distanza da coprire nel minore tempo possibile, per l’altro la necessità di evitare controlli di polizia, sempre rischiosi.
Tutte le ipotesi possono essere valide in mancanza di certezze, ma appare azzardato ipotizzare uno spostamento in auto da parte dei Bembassat, considerato che in questo periodo non circolano molte vetture e parecchie di queste sono requisite per utilizzo militare.
Scarseggia anche la benzina. Basti pensare che a Gargnano e Bogliaco i due uffici postali sono accorpati in uno solo, a Gargnano, a causa dell’assenza di carburante per la motocicletta che percorre la tratta da Gargnano a Bogliaco, meno di due chilometri.
Per non dire del consumo di combustibile della stessa Segreteria Particolare del Duce che viene sottoposto a verifica da parte dei nazisti.

In caso di controllo a un posto di blocco, inoltre, il rischio maggiore può consistere nel dovere spiegare la presenza di due ebrei in auto.
A sud e a nord di Toscolano e di Gargnano sono piazzate postazioni per fermare chi transita e accertarne le generalità. Inoltre a Gargnano viene rafforzata la vigilanza all’imbocco della strada che sale verso il Montegargnano, la Valvestino e Costa di Gargnano.
Transitare in auto (sempre che sia possibile) pone dunque di fronte a una serie di ostacoli e a un rischio enorme, come pure percorrere la strada Gardesana da Toscolano fino a Gargnano (o anche solo la “strada del Golf”, che corre parallela, appena più all’interno) per poi imboccare quella che sale sul Montegargnano e prosegue verso Costa.
Si aggiunga che tutte le vie di transito sono messe immediatamente sotto osservazione e i controlli sono intensificati nel breve volgere di poche settimane dall’insediamento del regime sulla sponda occidentale del lago di Garda.
L’ipotesi di uno spostamento in auto appare, pertanto, piuttosto remota.
Resta l’alternativa di raggiungere Mignone a piedi o a dorso di asino partendo da Toscolano Maderno.
I Bembassat hanno rispettivamente 55 e 42 anni, un’età in cui spostarsi a piedi non costituisce un problema per una persona sana. La distanza può essere coperta in sette o otto ore di cammino, oltre a qualche momento di sosta. Una fatica da compiere verosimilmente di notte e, siccome in novembre e dicembre le notti sono lunghe, l’ipotesi è convincente.
Una possibilità praticabile è rappresentata dal tracciato che dal lago porta a Gaino, frazione di Toscolano Maderno, quindi a Mezzane e da lì a Navazzo.
L’alternativa potrebbe essere costituita dal passaggio nella Valle delle Cartiere e, a seguire, nelle Camerate, da dove si raggiunge parimenti Navazzo.
Questi sono i tracciati più sicuri e brevi.
Per proseguire da Navazzo verso Mignone si palesano altre due opzioni.
La prima permette di procedere attraverso la vecchia “Strada di Bocca Magno verso Costa”, una delle più antiche del territorio, inclusa nello stradario comunale già nell’Ottocento. Il tracciato scollina al Santo di Liano, procede per Bocca Magno, scende verso il Samuel e poi risale per raggiungere prima Costa e poi Mignone.
L’alternativa è costituita dai collegamenti che portano da Navazzo verso la Valvestino: uno corre sul fondo della vallata e l’altro inizia poco dopo l’abitato di Formaga proseguendo verso la Valle. Dopo alcuni chilometri un sentiero sulla destra si stacca e porta ai Casali, poi a Pasiana e, infine, a Mignone.
Il percorso seguito dai Bembassat può ragionevolmente essere uno tra questi due.
Se ne dovrebbe ipotizzare un altro: la prosecuzione fino alla Valvestino per poi fare rotta verso Costa attraverso Bocca della Croce, Droane, Boccapaolone, ma sarebbe poco logico poiché allungherebbe parecchio il tragitto.
In merito al trasferimento da Toscolano Maderno a Mignone, però, non abbiamo alcuna testimonianza e l’opzione potrebbe essere forse diversa da quelle elencate.
Resta ancora da stabilire per quanto tempo Bernardo ed Elisa si fermano a Mignone, ospiti di Lusièta e, in un secondo momento, dei Comincioli, prima in paese poi a malga Pra, contribuendo probabilmente alle spese per il loro rifugio.
Sui tempi di latitanza in ciascuno dei tre successivi ripari non ci sono elementi mentre abbiamo individuato con certezza i tre nascondigli della coppia.
Il primo riparo è costituito dalla casa della Lusièta, a Mignone, e a queste prime settimane di latitanza potrebbe essere datato il Battesimo di Bernardo ed Elisa.

In quella casa -si raccoglie- non vengono accesi due focolari o due stufe (uno per ciascuna famiglia) bensì solamente uno. La motivazione è dettata dalla volontà di evitare il sospetto che potrebbe nascere nel vedere due camini fumare a fronte di un solo nucleo familiare che vi risiede.
Nella casa della Lusièta i Bembassat vivono in una soffitta con il tetto a spiovente. L’edificio è grande e alle sue spalle inizia il prato. L’interno della casa custodisce una cisterna per l’acqua o, meglio, la botola di ingresso alla cisterna dell’acqua, che va poi a estendersi sotto il vicino prato.

La cisterna ha il vòlto con scaglie in pietra bene incastrate tra loro, appoggiate una all’altra in forma perfetta, davvero belle a vedersi. La piccola apertura quadrata di ingresso alla cisterna non è dall’alto ma è laterale, di circa mezzo metro di lato. Vi si può accedere solamente dopo essere entrati in casa.
Qui, nella casa di Lusièta, i Bembassat passano il primo periodo di latitanza.
Lo spostamento successivo è in un’altra soffitta, sempre a Mignone, ma nella parte bassa del paese, in casa del Colonel. La posizione è più aperta e guarda verso l’imbocco della valle di Costa, con i prati che si estendono lontani, limitati solamente dal bosco.

La casa è grande, con belle cantine e stalle a vòlto nella parte inferiore, e due piani abitabili. In alto le soffitte.
Per salire al primo piano si utilizza una scala con i gradini in pietra. I Bembassat sono nascosti in alto, nella soffitta.
I problemi legati alla latitanza e la necessità di sicurezza obbligano ad un ennesimo e, questa volta, definitivo cambio di nascondiglio. I due si spostano alla casina della malga Pra, a 994 metri di altezza, a poco meno di due ore di cammino da Mignone. Può essere che la permanenza a Pra sia intervallata da qualche rientro in paese.
Anche la casina di Pra è proprietà di Comincioli, il Colonel.
Niente più nascondiglio nel nucleo abitato, quindi, ma in montagna in un momento che presenta difficoltà anche per il semplice approvvigionamento della legna come combustibile, nonostante ci si trovi in prossimità dei boschi.
La latitanza in malga Pra deve essere stata durissima ma -evidentemente- non impossibile da superare, considerato che i Bembassat sopravvivono alla pessima esperienza.

Va aggiunto che in questo periodo non sono i soli a nascondersi sui monti di Costa di Gargnano, dove il clima è tutt’altro che mite e ha poco a che spartire con il Garda.
Se l’altura di Malga Pra protegge i Bembassat, sul monte Pennì (1.073 metri di altezza) sono nascosti alcuni giovani, di cognome Andreis, che vogliono sottrarsi alla guerra.
Qualsiasi sia il motivo che spinge a nascondersi in montagna, il problema per tutti è duplice: il riscaldamento delle stanze che li ospitano e l’alimentazione.
Non sappiamo chi faccia la spola tra il paese e la malga Pra. Può essere lo stesso Colonel o, comunque, una persona di assoluta fiducia. Oppure l’incontro tra i latitanti e chi li aiuta può essere programmato a metà del sentiero. È facile pensare che il Colonel abbia lasciato a loro disposizione qualche gallina, un poco di farina per la polenta e qualche pezzo di formaggio. Probabilmente un po’ di latte e soprattutto l’indispensabile acqua vengono forniti ogni volta che è possibile.

Sta di fatto che i problemi determinati dal freddo, dalla fame (e da qualche probabile acciacco fisico) vengono superati.
Peraltro su altri monti vicini a questi, a ridosso di Gargnano, già nel settembre 1943 si trovano partigiani che si nascondono nella fase iniziale della Resistenza contro il nazifascismo.
Lo racconta uno dei leader della Resistenza salodiana, Angio Zane, nome di battaglia “Diego”, che scrive delle sue giornate rintanato come era dalle parti del monte Comer che, a differenza di Pra e Pennì, si affaccia sul lago.
Le condizioni meteo avverse si appesantiscono proprio nei giorni di fine conflitto e colpiscono tutti, inclusa l’ultima colonna di militari germanici, un’ottantina di soldati, che abbandona Gargnano il 29 aprile 1945, facendo rotta verso Riva del Garda.
I soldati trovano la strada interrotta all’altezza di Campione di Tremosine.
Tornano sui loro passi e raggiungono Prabione di Tignale.
Percorrono la strada Tignalga ma finiscono con il trovarsi di fronte un gruppo di partigiani prima della salita verso Polzone di Tremosine.
Qui c’è uno scambio di colpi di arma da fuoco.
I tedeschi in ritirata sono costretti a cambiare nuovamente programma e se ne ritornano a Tignale facendo questa volta rotta verso la Valvestino.
Una volta portatisi sui monti di Magasa, rotolano gli automezzi nella Valle di Natù e fanno perdere le loro tracce.
Si sa di una sparatoria con l’uccisione di una persona del luogo.
Si deve aggiungere che la guarnigione germanica trova frane e interruzioni lungo il percorso, causate proprio dal maltempo, e non è perciò in grado di raggiungere Passo Nota e poi Passo Tremalzo dove è diretta percorrendo la strada costruita durante la Prima Guerra Mondiale, che corre in alto sul monte Tombea sfiorando le trincee che vi sono scavate e passa alle spalle del monte Caplone.
Le terribili condizioni meteo nella vallata di Costa sono identiche a quelle della Valvestino e -più a est- del Monte Baldo dove avanzano l’85°, l’86° e l’87° Reggimento della Decima Mountain Division americana.
La latitanza dei Bembassat in montagna non rappresenta, dunque, una esperienza solitaria da queste parti, unitamente alle difficoltà causate dalle condizioni meteo anche nella parte conclusiva della guerra.
I mesi in cui la coppia resta nascosta a malga Pra, rintanata fino a quando l’Italia si libera dai nazi-fascisti, sono giocoforza i più difficoltosi. Qualche altro pericolo, concomitanza del tutto casuale, è rappresentato da una delle tre bombe sganciate dagli aerei angloamericani sui monti di Costa di Gargnano, che va a cadere proprio in prossimità di Pra.
Solo il suono delle campane a stormo avvisa la valle domenica 29 aprile 1945 che l’occupazione nazi-fascista è terminata e con essa anche la durissima latitanza dei Bembassat. Le campane sono quelle della chiesa di San Bartolomeo di Costa, la stessa del loro Battesimo.
La loro storia si conclude bene ed è ciò che in ultima analisi conta davvero.
Terminano i rischi anche per chi ha protetto i fuggiaschi e li ha sostentati fino a quella fredda primavera del 1945 che porta con sé un clima assai rigido, con la neve a bassa quota e piogge ininterrotte, vale a dire le peggiori condizioni climatiche possibili.
Ovunque imperversa il maltempo ma per i Bembassat, protagonisti di questa storia, il peggio è alle spalle e il finale è coronato dalla loro salvezza.
La parola fine, però, non è ancora scritta e si riferisce ad un consistente quantitativo di parecchi chilogrammi di argento e di un prezioso anello di proprietà dei Bembassat.
Questo argento approda a Mignone, proveniente da Toscolano Maderno e transitando non si capisce perché, attraverso la Valvestino.
La conclusione positiva di questa storia, al contrario di migliaia di altre, porta con sé almeno due appendici.
La prima riguarda il prezioso anello e il grande quantitativo di argento trasportato a costo di tanta fatica da Gino, un ragazzino di quattordici anni, che lo aveva portato a Mignone -si racconta- dalla Valvestino.
L’argento viene nascosto nella cisterna per la raccolta di acqua piovana che si trova nella casa della Lusièta a Mignone, di cui abbiamo già parlato.
Al termine della guerra, potrebbe essere il 1946 – questa è la testimonianza raccolta – i Bembassat tornano a Costa (qualcuno dice che sono accompagnati dai carabinieri) e incontrano don Bertola che riconsegna loro il prezioso metallo, tutto o in gran parte.
L’anello resta al parroco che ne farà dono ad una sua nipote in occasione del matrimonio di questa.
La seconda appendice alla vicenda è successiva e matura qualche decennio appresso, proiettandoci negli anni Settanta.
A ricoprire la carica di Vescovo della diocesi di Brescia è Monsignor Luigi Morstabilini, il cui incarico si estende dal 1964 al 1983.
Giunge a Costa di Gargnano il 25 aprile 1972 per la visita pastorale e ad accoglierlo è il Parroco don Franco della Vedova. La giornata è anche questa volta di quelle gelide sotto l’aspetto del meteo come ancora oggi qualcuno ricorda.
Ma non è in concomitanza con questa visita pastorale il fatto che stiamo ora per raccontare. Si verifica invece durante un altro viaggio del Vescovo, informale stavolta.
La testimonianza raccolta, più di una in realtà, specifica che Luigi Morstabilini non si limita a pregare in chiesa ma si reca in visita al Colonel e a sua moglie Oliva presso la loro casa di Mignone.
Chi ha avuto modo di conoscere in maniera profonda Monsignor Morstabilini assicura che un gesto del genere rientra a pieno titolo nelle abitudini e nella levatura del personaggio. Il prelato non disdegna atteggiamenti che possono spiazzare, come questo, ama molto stare a sentire la gente ed i racconti di vita, si sposta senza grossi problemi, è curioso di conoscere e capire. Una persona, insomma, che sta molto a sentire e poi decide senza tentennamenti.
E non nutre timori.
Basti pensare che nel periodo della dittatura in Uruguay, Morstabilini prende un aereo e vola in Sudamerica, raggiungendo anche Montevideo, la capitale uruguaiana, per fare visita al missionario bresciano don Pierluigi Murgioni nel carcere del regime chiamato Colonia Libertad in cui il sacerdote resta recluso per cinque anni.
Anche in questo caso siamo nel bel mezzo degli anni Settanta.
Sebbene non ricordando con esattezza la data precisa e l’anno (sempre nei ’70) in cui Morstabilini visita la casa del Colonel, qualcuno ricorda però con precisione che il fatto accade nel mese di agosto. La memoria è aiutata dal ricordo del clima caldo e forse anche per il fatto che il giorno ventiquattro del mese si celebra la festività di San Bartolomeo, il patrono.
Non è dato conoscere la motivazione di questa visita “privata” di Morstabilini al Colonel e signora, ma possiamo avanzare due ipotesi.
Anzitutto che la figura e l’attività del Colonel e della consorte siano (o possano essere state in precedenza) talmente significative e meritorie da giustificare un così ragguardevole onore da parte del Vescovo. Comincioli e la moglie viaggiano ormai attorno agli ottanta anni (poco di più lui, poco di meno lei) ma sono ancora in gamba, come si dice qui, per cui non hanno problemi di deambulazione per andare a incontrare il Vescovo in chiesa o in canonica.
Potrebbe, dunque, essersi trattato di una visita di cortesia in costanza dello spessore di personaggi molto apprezzati in una piccola realtà geografica. Oppure ci si può trovare di fronte ad un esplicito invito avanzato da parte degli stessi Comincioli.
La seconda ipotesi, invece, non esclude affatto che ci si possa trovare di fronte a un riconoscimento per quel lontano ed eroico gesto compiuto negli anni della persecuzione razziale in Italia, un gesto che era stato assai rischioso e che risultò determinante a salvare la vita di due persone.
Se così fosse, la visita del prelato andrebbe a rappresentare una “certificazione” certamente informale ma rilevante. E, riflettendo, un gesto come questo non andrebbe affatto a scontrarsi con la sensibilità del Vescovo e andrebbe invece a costituire una sorta di risarcimento morale all’alto rischio corso dal Colonel e da sua moglie Oliva la sera di quel lontano 11 dicembre 1943 quando, camminando al buio lungo la mulattiera, accompagnano due fuggiaschi perseguitati fino alla chiesa di Costa.
Un rischio che non si limita a quella sera ma che segue quello già corso dalla Lusièta Obrofari e che va a protrarsi per un altro anno e mezzo, fino a domenica 29 aprile 1945, quando le campane suonano a distesa qui come ovunque sul Garda per annunciare il termine della guerra e, con essa, della persecuzione razziale.
FINE
Questa storia è uscita dall’oblio grazie all’impegno di Tullio Righettini e Remo Franzoni.
Altre persone hanno aiutato nella ricerca portando la loro testimonianza o fornendo elementi in qualche modo utili alla ricostruzione della vicenda o alla definizione dei suoi contorni:
Debora Righettini, Germana Venturini, Marialuisa Locatelli, Sonia Lantoni, Maria Teresa Bottura, Santina Bertella, Antonio Festa, Caterina Luisa Salvadori, don Gianfranco Mascher, Gustavo Lantoni, Luciano Lantoni, Maria Lantoni, Mario Lantoni, Caterina Bertella, Gianmarco Bertella, Nevio Bertella, Emanuela Mazzucchelli, Valter Firmo, Aurelio Campadelli, Silvia Merigo, Samuel Silvestri, Franco Ghitti, Delia Maria Castellini, Ivan Bendinoni.

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