Eden di Ron Howard, un paradiso che diventa inferno

E' nelle sale del lago "Eden", il nuovo film di Ron Howard con Jude Law, ispirato a una storia vera accaduta alle Galapagos.  La recensione di Camilla Lavazza.

Il film è in programmazione fino a mercoledì 23 aprile anche al Multisala King di Lonato, all’Oz e al Moretto (anche in versione originale) a Brescia.

 

Trama

La famigliola Wittmer, composta da padre, madre e un figlioletto turbecolotico, nel 1932 si trasferisce sulla selvaggia isola di Floreana, nell’arcipelago della Galapagos, affascianti dall’esempio del dott. Ritter, che vive lì da alcuni anni come un Robinson Crusoe, con la sua amante Dora, cercando di scrivere un trattato filosofico.

Proprio quando anche i Wittmer, tra mille sacrifici, sono quasi riusciti ad ambientarsi alle dure condizioni di vita dell’isola, sbarca a rompere l’equilibrio una sedicente baronessa, accompagnata dai suoi servi-amanti. Basato su una storia vera.

 

Critica

In un’epoca, come la nostra, in cui impera una positività tossica, in cui ai meno fortunati non si riesce a dire di meglio di “non smettere mai di sognare”, in cui siamo bombardati da frasette motivazionali e illusioni di cambiamenti sempre possibili, Eden arriva come un monito crudelmente realistico all’antico “restare con i piedi per terra”, perché senza sacrifici non si ottiene nulla (e a volte, ci ricorda con pessimismo, si ottiene ben poco comunque).

Ron Howard, prendendo spunto da una storia vera, ricostruita partendo dalla versioni contrastanti dei sopravvissuti, si interessa poco del mistero che ancora aleggia sull’isola, compiendo una scelta riguardo al punto di vista da seguire (quello di Margaret), e si concentra molto di più sugli interrogativi universali che emergono dalla vicenda, in particolare, nientemeno che il fondamentale: qual è lo scopo della vita?

Il “filosofo” Ritter (un muscoloso e inquietante Jude Law) appare però ben presto incapace di dare una risposta al quesito e, oltretutto, si dimostra privo di umanità proprio mentre si dichiara alla ricerca di un paradigma che la salvi, mostruoso anche verso se stesso nella sua pragmaticità (si è cavato volontariamente tutti i denti per evitare di avere infezioni che, su un’isola deserta, potrebbero rivelarsi fatali). La sua ideologia è intrisa di un sadismo di fondo, che manifesta anche nei confronti dell’amante Dora, interpretata con sottigliezza da Vanessa Kirby che riesce a far affiorare, sempre al momento giusto, le diverse sfaccettature drammatiche del personaggio.

Un Eden che non è affatto un paradiso di delizie ma il regno di una Natura matrigna, che non regala nulla e a cui tutto deve essere strappato con fatica e dolore, in cui gli animali si divorano tra loro e le bestie domestiche regrediscono allo stato brado, mentre preistorici varani ed esotici granchi dominano le coste inospitali.

Due figure agli antipodi spiccano sulle altre: la solo apparentemente remissiva Margaret, che ha sposato il marito “perché glielo ha chiesto” e fa ciò che le è stato insegnato, ovvero sostenerlo sempre, e l’avventuriera narcisista Eloise, bellissima e viziosa, manipolatrice e ingenuamente impreparata alla vita reale sull’isola.

La prima, incarnata in modo splendido da Sydney Sweeney, è una donna del passato con uno spirito da pioniera, proiettato verso il concreto obiettivo di trovare una casa alla famiglia, capace di aiutare il marito nei lavori più pesanti e di partorire da sola in una delle scene più tremende del film.

Al suo opposto, la baronessa è la femme fatale che si annuncia con una sequenza di titoli altisonanti (così tanti da suonare subito un po’ ridicoli e fasulli), rappresentazione della “new girl” moderna degli anni ‘30, sfrenata, promiscua, senza passato, senza futuro, narcisista patologica da manuale, “incarnazione della perfezione” in pieno delirio di potere, interpretata dalla magnetica Ana de Armas che, dotata di “it”, come si diceva all’epoca, ovvero di quel “certo non so che”, ed aiutata dal riuscito lavoro della costumista Kerry Thompson, tratteggia la sua baronessa con lampi di disumano egoismo e l’immaturità di chi sottovaluta il prossimo, credendosi superiore a chiunque.

La differenza tra Eden e le tante storie ambientate in confinati paradisi tropicali, pensiamo a “Il signore delle mosche”, allo stesso “Robinson Crusoe” ma anche a “Laguna blu”, è la volontarietà dell’isolamento. I protagonisti scelgono di vivere in quel luogo lontano dalla civiltà che li ha delusi o scacciati, non sono affatto naufraghi, ed alcune navi approdano di tanto in tanto sulle coste, portando posta, oggetti, la possibilità di fuggire…ma loro rimangono per quel desiderio, per quell’allucinazione comune e così umana, per cui si crede che basti cambiare luogo per poter cambiare vita.

Ma spesso, come nel celebre racconto di Thomas Mann “Le teste scambiate”, non si fa altro che riprodurre le stesse vecchie dinamiche, incapaci di rinnovarsi veramente.

Così, anche se gli abitanti dell’isola si contano su una mano, si arriva ad accettare improbabili inviti a pranzo, parodia della vita sociale borghese che si era cercato di abbandonare e dimenticare, duplicando le eterne liti di vicinato che sono miniature di guerre, solo con un po’ più di selvatica ferocia.

Lontanissimo dall’immaginario da cartolina del paradiso tropicale, l’Eden di Ron Howard ne mostra i lati meno glamour, gli insetti, la sete, la fatica della sopravvivenza (ha giovato molto alla resa realistica della prova anche il fatto che il set sia stato ricreato interamente all’aperto, con tutte le difficoltà connesse dal girare in un ambiente sottoposto alle intemperie) e, soprattutto, il fallimento dell’idea di creare una società perfetta con la sola fuga da quella esistente, perché, sembra dirci, solo trovando nuove ed inaspettate risorse in noi stessi, come Margaret, è possibile salvarsi e sopravvivere.

Camilla Lavazza

Scheda del film

Regia: Ron Howard

Soggetto: Noah Pink, Ron Howard

Sceneggiatura: Noah Pink

Interpreti e personaggi

Jude Law: Dr. Friedrich Ritter

Vanessa Kirby: Dora Strauch Ritter

Daniel Brühl: Heinz Wittmer

Sydney Sweeney: Margaret Wittmer

Jonathan Tittel: Harry Wittmer

Ana de Armas: baronessa Eloise Bosquet de Wagner Wehrhorn

Richard Roxburgh: Allan Hancock

Toby Wallace: Robert Phillipson

Felix Kammerer: Rundolph Lorenz

Ignacio Gasparini: Manuel Borja

Fotografia: Mathias Herndl

Montaggio: Matt Villa

Musiche: Hans Zimmer

Scenografia: Michelle McGahey, Emma Rudkin

Costumi: Kerry Thompson

Produttori: Brian Grazer, Ron Howard, Karen Lunder, Stuart Ford, Bill Connor, Patrick Newall

Produttori esecutivi: Zach Garrett, Mathias Herndl, Noah Pink, Masha Magonova, Namit Malhotra, Craig McMahon, Matt Murphie, Miguel Palos, David Taghioff

Durata 129 minuti

 

 

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